A scuola tra fatica, inciampi e cura. Il cuore dell’educare è l’ «I Care» di don Milani

Due giorni intensi, due giornate di formazione continua, due occasioni di confronto lungo sempre lo stesso filo conduttore: gli ostacoli e la fatica quotidiana dell’insegnare per arrivare fino alle opportunità (e ai rischi) che le nuove tecnologie offrono (e da cogliere) ai docenti e alla scuola. Il focus sull’Intelligenza Artificiale, guidati e formati da Alfonso D’Ambrosio, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino, sui colli euganei in provincia di Padova, formatore ed esperto di Stream, robotica educativa, coding è stato il vero cuore della seconda giornata di formazione.
Accolti nei giorni 11 e 12 dicembre scorsi dall’IC Crosara di Cornedo Vicentino, i docenti della Rete nazionale di Scuole Barbiana 2040 hanno però voluto confrontarsi prima sullo stato dell’arte del loro mestiere, al netto della pressione e influenza tecnologica. Lo hanno fatto mettendo al centro del tavolo una domanda chiave: ma quali sono i nuovi ostacoli, le difficoltà emerse con cui oggi si fanno i conti nella quotidianità dell’insegnamento, ogni volta che si entra in classe?

Domanda cruciale, ma è da qui che ci si è messi a confronto: dalla fatica quotidiana dell’insegnare agli inciampi che segnano la vita in classe, per arrivare via via, passando dal ruolo e dal rapporto con le famiglie, fino a una parola chiave che ha provato a tenere insieme tutto: prendersi cura, quell’I Care di don Milani che ispira il modo di fare scuola della Rete. Questi passaggi sono stati il filo profondo di unione emerso dal confronto tra docenti, insegnanti e dirigenti chiamati a interrogarsi sugli ostacoli più evidenti del lavoro educativo oggi. Non solo difficoltà di apprendimento o gestione delle classi, ma un disagio più ampio, che affonda le radici nelle relazioni, forse troppo impoverite, nel bisogno di attenzione dei ragazzi e in un rapporto scuola-famiglia sempre più fragile e complesso. Molto spesso anche difficile da gestire. In questo spazio complicato, segnato da preoccupazioni diffuse, la risposta non è apparsa tecnica, ma profondamente umana: tornare a guardare, ad ascoltare, ad esserci per i propri studenti.


E allora, in questo confronto radicale tra docenti e insegnanti, quali sono oggi effettivamente gli inciampi più evidenti della quotidianità dell’insegnare in classe, dove si colloca l’ostacolo maggiore? Sullo sfondo, ma mai davvero marginale, il dibattito ha fatto emergere quanto il ruolo delle famiglie e degli stili genitoriali non siano affatto secondari, in molti interventi chiamati in causa come parte integrante del problema educativo.
Dalle testimonianze è emersa una difficoltà che va oltre la fatica dell’apprendimento. Molti ragazzi appaiono “fuori posto” – è stato detto -, non tanto per limiti cognitivi, quanto piuttosto per la minima o, molto più spesso, per l’assenza totale di un rapporto autentico con i genitori. La carenza di attenzione, di ascolto e di presenza familiare è emerso che incide profondamente sul vissuto scolastico degli studenti, generando smarrimento e disagio.

Il dibattito serrato e molto ricco di esperienze vissute ha messo in luce come il confine tra ciò che accade dentro la scuola e ciò che avviene fuori si sia progressivamente dissolto. Alcuni docenti hanno parlato di genitori che tendono a “nascondere la realtà”, talvolta disarmati e sprovveduti di fronte al crollo dei tradizionali paradigmi educativi. In questo scenario, la famiglia, che dovrebbe rappresentare un porto sicuro, rischia di diventare uno sfondo opaco, incapace di offrire orientamento e stabilità.
Ancora. Uno dei nuclei più profondi emersi dal confronto fra i docenti ha riguardato il bisogno dei ragazzi di essere visti, di essere guardati. Evidentemente tutto questo manca. Così i ragazzi chiedono attenzione e lo fanno spesso ricorrendo, come provocazione, a comportamenti problematici. “Le combino perché così tu riesci a vedermi”: questa frase non in dica un comportamento solo di provocazione, è un chiaro grido silenzioso che rivela una sofferenza quotidiana. Se qualcuno mi vede, allora esisto. Oppure: io esisto solo se qualcuno si accorge di me. “Il disagio diventa così una richiesta di riconoscimento”.


In questo contesto, esperienze come il laboratorio di scrittura collettiva sono state descritte come spazi di possibile liberazione. Non solo per gli studenti, ma anche, potenzialmente, per i genitori. Il laboratorio può diventare – e spesso lo diventa effettivamente – un luogo di lentezza e di ascolto, un porto sicuro in cui ritrovare un linguaggio condiviso tra adulti e figli, rallentando la corsa tipica dei nativi digitali e restituendo prima la relazione e poi coltivandone la sua profondità. Esemplare, in questo senso, il racconto riportato da una docente ed espresso da un ragazzo, imbarazzato nel parlare con la docente: solo nel laboratorio riesce a trovare uno spazio protetto, di espressione e non giudicante. Qui l’attenzione diventa esperienza fondativa: non più solo essere valutati, ma essere guardati davvero.

La riflessione si è infine spostata sul ruolo dei docenti. “A caccia di una nuova professionalità” è l’espressione emersa per descrivere una responsabilità che va ben oltre la trasmissione dei contenuti. Di fronte a conflitti che travalicano la scuola e si amplificano sui social, gli insegnanti si sono interrogati anche su quali temi possano affrontare per essere attrattivi nei confronti dei ragazzi e con quale passo svilupparli insieme. L’idea di un tempo lento, capace di frenare la fretta per approfondire, sviluppare il pensiero, coltivare l’approccio critico richiamano esplicitamente l’esperienza della scuola di Barbiana, impongono una pedagogia dell’aderenza che accoglie l’alunno insieme e rispettando (anzi partendo) proprio dal contesto di realtà suo e della sua famiglia.
Il moto I  Care è stata l’inevitabile sintesi finale emersa dal confronto: quel necessario “prendersi cura”, assumersi la responsabilità di guardare agli studenti e di esserci. Anche quando tutto sembra sfuggire, l’atto educativo resta, prima di tutto, una presenza che riconosce e accompagna.

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