
Questo testo è frutto di un laboratorio di scrittura collettiva di un gruppo di otto docenti dell’Istituto Comprensivo “V. Muzio” di Bergamo, sei docenti della scuola primaria e due docenti della scuola secondaria. Il laboratorio di scrittura collettiva è stato cindotto dalla professoressa e formatrice della Retet di Scuole Barbiana 2040, Rosaria Di Gaetano. Il laboratorio si è svolto nella classe 2B.
La tragedia di Shakespeare “ Romeo e Giulietta” (nel Prologo e Atto I, scena V) dopo il recente viaggio della classe 2B a Verona, ci accompagna a riflettere sul significato della parola “odio” e sulla possibilità che la tragedia possa essere un campo esperienziale di sperimentazione delle nostre emozioni, sia che siano positive che faticose da vivere.
“Una rosa con un altro nome non profumerebbe ugualmente?”.
Così Shakespeare fa parlare la protagonista della sua tragedia Giulietta, mentre Romeo le è accanto senza che lei lo sappia.
Ma è proprio vero che basta non chiamarsi più Capuleti, per eliminare l’odio che avvolge la vita dei due innamorati e delle due famiglie?
L’etimologia suggerisce che l’odio non è solo un sentimento passivo, ma un’azione di allontanamento violento, una “spinta” per eliminare l’altro.
Basterà allontanare Romeo da Giulietta per estinguere l’odio dalle due famiglie?
E basterà per comprendere la storia, dove l’odio sembra essere un sentimento antico?
No, perché: “ l’amore è giovane” come ci suggerisce Shakespeare in “Romeo e Giulietta”.

Ma purtroppo, da sempre l’uomo ha fatto la guerra.
Ogni periodo storico ha una propria verità, così afferma il relativismo storico: il concetto del bene e del male è diverso a seconda del contesto che viviamo. Ci condiziona?
L’odio non ha tempo, ovvero è un denominatore comune, una costante, che si ripete in tutte le epoche, come abbiamo riscontrato, analizzando la cronologia storica.
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”: ci ricorda Salvatore Quasimodo, con la sua icastica poesia.
Il rancore fa più male a chi lo prova, che a chi lo riceve.
Sarebbe occorso tanto tempo per dissertare sul rancore, talvolta più potente dell’odio.
Ci limitiamo ad una considerazione.
Ci sembra che il rancore scavi come un sentimento intimo, che logora dentro, a differenza dell’odio che si manifesta in modo palese verso l’esterno.
Una persona rancorosa è difficilmente distinguibile, inoltre molto difficilmente, il rancore conduce al perdono.

Ci sono odi che non si concludono con l’amore, a differenza di quanto pensino i nostri ragazzi. Ripensando ai tristi fatti accaduti nella scuola di Trescore e immedesimandoci nella mente di un adolescente, ci poniamo la domanda se la professoressa vittima, “vedesse” davvero i suoi studenti.
“Tu mi importi” è uno dei fondamenti della pedagogia milaniana.
Occorre un altro fuori di noi, che ci aiuti a vedere, che ci aiuti a guardare le cose in modo diverso.
Se si cambia la prospettiva, cambia ciò che guardi, esci dallo schema, vedi anche con la mente.
Non lasciamoci influenzare dalle illusioni ottiche e dai taumatropi di turno: lasciamoci guidare dall’incanto della parola e dalle poliedriche possibilità del pensiero divergente con libertà e creatività.
Si possono guardare le cose da angolature diverse: c’è sempre bisogno di un altro per poter cambiare prospettiva su un pensiero. L’antico sapore dei Cappelletti in brodo, si potrebbe sposare con il giovane gusto dei Caprini: odio o amore?




