Il tempo per educare ha un passo diverso per ciascuno. L’educazione va oltre il risultato e la performance

Viviamo in una società che corre sempre più, in cui le informazioni si moltiplicano, le tecnologie accelerano le comunicazioni, le richieste aumentano e la prestazione rischia di diventare una delle principali misure del nostro agire. Anche la scuola non è estranea a questa accelerazione: programmi da svolgere, competenze da documentare, risultati da verificare, attività da progettare, dinamiche scolastiche da riorganizzare e tanto altro. Eppure, una cosa è vera e certa: il tempo dell’educazione non coincide con il tempo della prestazione! Il bambino ha bisogno di fermarsi, osservare, provare, sbagliare, ripetere, raccontare: in poche parole ha bisogno di tempo per dare forma al proprio pensiero. Per questo, essere insegnanti di scuola primaria ma non solo, significa, in un certo senso, imparare a rallentare: non per fare meno, ma per permettere di comprendere di più! Rallentare significa rispettare la temporalità dell’apprendimento, riconoscendo che non tutti apprendono nello stesso modo e, soprattutto, nello stesso tempo; significa lasciare spazio alla domanda, all’errore, alla rielaborazione, all’ascolto: è una scelta didattica, ma anche una scelta profondamente pedagogica e umana.

Se dovessi rileggere i miei anni di insegnamento con la riconoscenza di chi sa di aver imparato molto e con il rimpianto di non essere sempre stato all’altezza, posso dire che gli alunni incontrati mi hanno insegnato a rallentare: attraverso i loro occhi mi chiedevano di guardarli, attraverso la loro voce di ascoltarli, attraverso il loro abbraccio di accoglierli, attraverso la loro altezza di abbassarmi per non guardarli dall’alto, attraverso la loro spontaneità e semplicità mi chiedevano di condividere e camminare al loro passo.

Ebbene, intrecciando a Sorisole la trama dell’esperienza nata sui colli del Mugello, mi rendo sempre più conto che proprio qui risiede il segreto di ogni educazione formale e informale. Assumere un passo diverso da quello dell’adulto a cui siamo abituati: rallentare per accostarsi ai passi incerti, talvolta timorosi, dei piccoli; camminare al loro fianco e, nel prenderci per mano, consegnare ciò che abbiamo ricevuto. Perché educare significa anche questo: saper rallentare il proprio passo per permettere all’altro di trovare il suo, fino a quando sarà pronto a riprendere il cammino e a misurarsi, con una nuova andatura, con il ritmo della società.

In questa prospettiva, l’esperienza di don Lorenzo Milani conserva una straordinaria attualità e il Manifesto di Barbiana dimostra la sua aderenza e la sua veridicità più profonda. A Barbiana il tempo della scuola fu anche “tempo restituito”: restituito a ragazzi che rischiavano di rimanere ai margini, attraverso lo studio, la parola, la scrittura e la partecipazione. La celebre affermazione contenuta in Lettera a una professoressa, «Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali», può essere riletta anche attraverso la dimensione del tempo. Dare a tutti lo stesso tempo non significa necessariamente garantire equità poiché chi incontra una difficoltà può aver bisogno di tempi più distesi per leggere, comprendere, elaborare, trovare le parole.

Una scuola inclusiva non chiede semplicemente a tutti di procedere allo stesso ritmo bensì si interroga sulle condizioni necessarie perché ciascuno possa trovare il proprio passo. Rallentare, allora, può diventare una forma concreta di giustizia educativa e una grande esempio di autenticità per le nuove generazioni! «A scuola bisogna perdere tempo, per guadagnarne»! (Manifesto di Barbiana) In un mondo che corre e che, nella vertigine della sua velocità, rischia di lasciare indietro ciò che non riesce a tenere il passo, scegliere la lentezza diventa un gesto di cura e, insieme, una forma di autentica umanità. È dire alle nuove generazioni che non tutto deve accadere subito, che la crescita non segue il ritmo dell’urgenza e che ciò che davvero conta, spesso matura nel silenzio, lontano dagli sguardi. Educare significa anche saper attendere, custodire l’invisibile, dare tempo alle radici e avere fiducia in ciò che ancora non si vede.

Uno dei nuclei più significativi della pedagogia milaniana è il rapporto tra parola e partecipazione: possedere le parole significa poter comprendere la realtà, interpretarla, discuterla e assumersi la responsabilità di ciò che si dice. La scrittura collettiva praticata a Barbiana e attualizzata oggi nelle nostre scuole rappresenta, da questo punto di vista, una vera pedagogia della lentezza: «dare valore a questo tempo “rallentato” significa dare tempo per pensare perché dal pensiero e dal confronto di pensieri possa nascere la parola» (Manifesto di Barbiana). Un’idea viene espressa, ascoltata, discussa, modificata; una parola viene sostituita, una frase riscritta, fino alla costruzione di un pensiero condiviso: è un processo lento, ma proprio per questo educativo. Prima della frase viene il pensiero; prima del pensiero viene l’ascolto; dopo la parola viene il confronto: in questo processo l’alunno scopre che la propria idea può essere ascoltata, ma anche modificata dall’idea dell’altro e sperimenta che dissentire non significa interrompere la relazione, che argomentare significa assumersi una responsabilità e che il pensiero può crescere attraverso il contributo della comunità. Alla luce di tanti fatti di cronaca odierna, forse questo è un obiettivo urgente e aderente ai bisogni della nostra comunità civile!

Questa prospettiva dialoga in modo significativo con la sperimentazione nazionale prevista dalla Legge 22/2025 sullo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali: autoconsapevolezza, gestione delle emozioni, capacità relazionali, collaborazione, responsabilità, resilienza e pensiero critico non possono essere semplicemente spiegate attraverso una lezione o verificate attraverso una scheda ma si sviluppano dentro esperienze educative che hanno naturalmente bisogno di tempo. Non si insegna la collaborazione soltanto definendola: occorre vivere situazioni nelle quali sia necessario collaborare. Non si insegna il pensiero critico fornendo risposte: occorre creare occasioni nelle quali il bambino possa formulare domande, confrontare punti di vista, argomentare e rivedere le proprie posizioni. La scrittura collettiva, il dialogo e il confronto diventano così strumenti per sviluppare non soltanto competenze linguistiche, ma anche ascolto, collaborazione, responsabilità, capacità argomentativa, metacognizione e pensiero critico.

La lentezza assume quindi un significato preciso: è il tempo necessario affinché queste competenze possano diventare esperienza. L’insegnante non è soltanto colui che trasmette conoscenze, ma colui che costruisce le condizioni perché il pensiero possa emergere mediante il saper osservare, attendere, ascoltare, porre domande, rilanciare, accogliere l’errore. È una particolare forma di professionalità che potremmo definire cura del tempo educativo: un «tempo disteso che sa dialogare, indugiare senza giudicare trascinando alla consapevolezza, ai saperi e alle competenze. E’ un tempo liberato dalla preoccupazione di un esito predefinito» (Manifesto di Barbiana). Il bambino obbliga l’adulto a rallentare perché possiede ancora la capacità di meravigliarsi! Una domanda inattesa, una scoperta, un dettaglio possono interrompere il ritmo dell’adulto e costringerlo a guardare nuovamente ciò che ormai gli sembrava scontato. Il bambino, in questo senso, non è soltanto colui che apprende: può diventare colui che ri-educa lo sguardo dell’adulto «liberato dalla preoccupazione di un esito predefinito» (Manifesto di Barbiana). La scuola primaria può così diventare un luogo nel quale non si apprendono soltanto conoscenze e competenze, ma si recupera una diversa qualità dello stare nel mondo: la capacità di osservare, ascoltare, attendere, meravigliarsi. 

In conclusione, la lezione di don Milani può essere riletta oggi attraverso una domanda essenziale: quanto tempo siamo disposti a dedicare alla crescita di una persona? La lentezza non è l’opposto dell’efficacia ma può essere la condizione perché l’apprendimento diventi esperienza, perché la parola diventi pensiero, perché il pensiero diventi responsabilità. E forse, mentre rallenta per accompagnare il bambino, anche l’insegnante ritrova qualcosa che la fretta gli aveva sottratto: il tempo per ascoltare, il tempo per pensare, il tempo per meravigliarsi. Il tempo, semplicemente, per educare.

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