
Alla luce della brillante ammissione della nostra Rete Barbiana 2040 al bando ministeriale sulle competenze non cognitive e trasversali, prendo coraggio per riflettere insieme, sulla novità assoluta che rappresenta oggi la didattica percepita sempre più propriamente come un’arte.
L’arte è un’abilità acquisita, opposta alla capacità naturale e sempre frutto di un processo. Parlare di abilità acquisita, non vuol dire raggiunta, ma in divenire, così come sgorga all’osservazione diretta dei ragazzi che apprendono, mentre io apprendo con loro. Insegnare è un gesto d’amore verso se stessi innanzitutto e diventa arte delle arti quando a mio parere, alla passione per ciò che si conosce e al desiderio di trasmetterlo si accompagna il piacere e il privilegio di poter assistere alla nascita nell’altro del fuoco di conoscenza. Infatti l’insegnante guarda stupefatto il momento in cui è la legna dell’altro che comincia ad ardere di fuoco proprio e con un minimo di pratica nell’accendere il fuoco sa che non è così scontato che la legna si infiammi solo per contatto e contagio.
Ci tocca dunque continuare a credere nel valore del nostro fuoco di conoscenza, alimentandolo. Accanto all’apertura verso la relazione e la forza di essere aderenti a se stessi, occorre essere così “fuori” da sé, da poter partire da dove l’altro è. Anche Italo Calvino in Lezioni Americane ci intrattiene parlando di profondità leggera per stare di fronte a un discente. Occorre quasi utilizzare il gioco come nostro migliore alleato capace di infiammare, di motivare la tenacia e di scivolare nel tempo come un soffio leggero che lasci la traccia indelebile di una competenza in cui i saperi superiori affonderanno le radici. E così l’arte della didattica o la didattica come arte, è emersa evidente in uno degli ultimi laboratori condotti nella mia classe a fine maggio, in cui il movimento nello spazio e l’esercizio di una certa corporeità ammessa all’interno del processo, si sono rivelate molto più sorprendenti della mia scommessa iniziale . Il percorso in quella occasione, era partito dalla volontà di esplorare la densità delle relazioni comunicative e affettive vissute in modo potente e suggestivo durante l’anno scolastico che svolgeva al termine. Cosciente della stanchezza diffusa in quei giorni, di alcune richieste alte anche rispetto all’orario scolastico di quel giorno, alla presenza di molti qualificati osservatori esterni, particolarmente competenti e motivati nel loro ingresso in classe, ho percepito sulla mia pelle il bisogno dei ragazzi di potersi muovere, girovagare, esplorare dentro e fuori dalla classe, di cercare e trovare, per suscitare interrogativi utili a condurli verso alcune conclusioni.

Il laboratorio si è svolto come una girandola di persone, una processione di oggetti, che sono stati i veri motivi retroattivi alla motivazione dentro un’attesa non ordinaria.Il lavoro collettivo si è annodato anche intorno ad una disamina sul concetto di numero e di quantità che ha disegnato un approccio e un risultato diverso dalla mia intuizione originaria.
Provo quindi a condividere con voi il punto sorgivo in virtù del quale avrei voluto sviluppare un percorso capace di far sperimentare a ciascuno dei miei allievi l’unicità raggiunta o in divenire attraverso la cura di cui sono stati oggetto durante l’anno scolastico, per accorgersi di crescere attraverso la cura, la relazione, la diversità . Inizialmente sono rimasta sospesa in attesa della loro risposta circa la volontà di compiere questo viaggio insieme con pensiero divergente e ottenutala, son partita da una fotografia. Lo scatto ritraeva una realtà recente vissuta insieme: la traversata dell’ Adige su un gommone in rafting facendo leva sul fiume come via di comunicazione antica per le merci e come veicolo attuale di relazione tra noi e tra loro, durante la gita scolastica di fine aprile.
L’immagine ha subito scosso la memoria, e l’atto di pagaiare ha attivato molte emozioni all’interno del gruppo che hanno guidato la mia osservazione immediata sulle reazioni, come motori di identita’ personale.
Ho proposto le fasi decisive di separazione identitaria da uno a tre anni quando attraverso il tu, ci concentriamo sull’io e poi sul noi. Attraversando questi primi tre anni di vita, siamo insieme arrivati alla scoperta del numero 3 come numero sociale per eccellenza perche’ implica la crescita attraverso la scoperta delle relazioni.
Non immaginavo che il numero tre disegnato alla lavagna, cominciasse a catalizzare la mia attenzione dando vita a una serie di interventi per cui i ragazzi liberamente alzandosi dal banco fino a raggiungere alla lavagna,completassero e rovesciassero graficamente il numero “3” secondo una modalità tanto attesa quanto imprevista. In quel frangente la loro suggestione nell’apprendere, nel concepire, nel giocare a completare il discorso, mi hanno letteralmente aperto il cervello: l’esperienza in atto ci ha condotto alla formula chimica dell’acqua in cui i due atomi di idrogeno H2O e un atomo di ossigeno ne formano la molecola in modo magico concedendo che uno più uno faccia tre, come numero generatore di vita.

Da questa consapevolezza assunta come presupposto, i ragazzi hanno cominciato a parlare del numero “3” come magico, perfetto, divino e generativo, alzandosi a turno per disegnare, per proporre, per scommettere per avviare e concludere una serie di microprocessi di conoscenza e apprendimento.
Proprio mentre il mio pensiero correva verso le relazioni tra le piante e avrei mostrato volentieri alcuni nessi proposti da Stefano Mancuso parlando della grande rete del legno, biologica, sotterranea che collega gli alberi e le piante di una foresta, sono stata deviata dalla loro proposta
di ragionare sul punto di fuga come dimensione della prospettiva individuata e addebitata attraverso la ricercazione a Brunelleschi durante il Rinascimento, da parte dei ragazzi stessi.
Ripensando oggi a ritroso nel tempo, mi pare che alcune comptenze di individuazione e ricercazione si siano messe in moto, proprio grazie a tale sorta di pellegrinaggio cui i numerosi presenti hanno potuto assistere tra il corridoio e l’aula di scienze alla ricerca di modellini di atomi, così come l’esercizio della corporeità come movimento nello spazio abbia reso il linguaggio e le connessioni cognitive piu’ dinamiche e corali perche’ nate dall’esperienza.

Cosa puo’ essere accaduto?
L’attivazione di alcune competenze cognitive e trasversali e’ scattata non solo attraverso l’alzarsi e il sedersi, ma contemporaneamente ha ridestato interesse e motivazione nell’interloquire tra loro, nel discutere, nel ricercare, per esplorare, come se il giusto tono emotivo corporeo sapesse sprigionare desiderio e scoperta, quindi intenzione e attenzione.
Una delle fatiche maggiori che incontriamo infatti, oggi a scuola è quella di avere ragazzi che si stancano subito: attendono dall’adulto una proposta di attività, la mordono velocemente fagocitandone i contenuti e, dopo aver liquidato la richiesta, si rivolgono ad altro, perdendo così la capacità -che è anche forza morale ed emotiva – di stare in quella lentezza del fare, dedicata alla consapevolezza, che garantisce l’attenzione ai dettagli,l’ assaporare le sfumature, il dare tempo allo sgorgare di un pensiero proprio, nato dal collegare ciò che sta accadendo con altre esperienze già vissute e con la fantasia. Praticare la postura di regista in classe permette molto spesso per non dire sempre, di azzerare il più possibile nei propri alunni il ruolo di attori passivi, generando invece una certa tensione di energia vitale . Occorre tendere con forza ed energia la corda che fa scoccare le frecce in grado di raggiungerli cosicche’ quella potenza possa mobilitando il presente, mantenersi nella prospettiva del futuro.
Non posso nascondere come docente di lettere quanto le competenze matematiche che procedono per astrazione, mi affascinino, consentendomi di creare metafore utili, funzionali, profonde, per scatenare apprendimento, nell’ottica di un autentico sviluppo cognitivo, emotivo e psicomotorio.
Sono interrogata dalla dimensione dello spazio, dal ruolo del corpo e del movimento, dalla modalita’ euristica ed esperienziale come fattori vitali che possono incrementare l’aderenza tra parola e pensiero, nella cornice del piacere di conoscere e di apprendere.




