L’importanza della formazione
per imparare la scrittura collettiva

Sono sempre gli alunni a regalare l’immagine più carica di energia, la sintesi perfetta fra il piacere e l’entusiasmo riscoperti di fare scuola.
Classe quarta, scuola primaria di Barzago. Fine della prima giornata di laboratori di scrittura collettiva con il maestro Edoardo Martinelli. La campanella suona, Edoardo saluta tutti i giovani alunni, e dà appuntamento al mattino dopo.
Mattia però è già in piedi, si vede che freme, si agita perché vuole dire qulcosa. Cerca con lo sguardo i suoi compagni e non riesce a trattenersi: “Questa settimana dobbiamo farla fruttare a mille, al meglio possibile”.
Non è un entusiasmo casuale. A Lamezia Terme, alla scuola primaria “don Milani”, sotto lo sguardo della maestra Giulia, era esploso lo stesso incanto: davanti ai genitori uno degli alunni più piccoli si era alzato per lanciarsi in uno strepitoso: “Oggi a scuola è successa una magìa”.
Sono questi i momenti in cui la “scuola vince”. Il vero incanto si realizza quando la scuola è capace ogni giorno di mettersi in gioco, di cambiare le regole, di innovare e rinnovare sensibilità e relazioni, di spingere gli insegnanti a immergersi fra gli studenti, a stare in mezzo a loro con tutta la loro vita. Allora la scuola riesce a ridiventare anche sexy, a trasformarsi e costruirsi come luogo di “apprendimento erotico”, direbbe Massimo Recalcati.


Ultime due settimane di settembre. La formazione inizia.
Siamo nella quarta classe della scuola primaria di Barzago, istituto comprensivo di Barzanò, provincia di Lecco. La dirigente Viviana Patricelli, e la collaboratrice vicaria Beatrice Frigerio, hanno chiesto alla Rete nazionale di Scuole Barbiana 2040, di poter partecipare al progetto educativo e pedagogico Barbiana 2040 e di ospitare in classe per due settimane Edoardo Martinelli, alunno di don Milani, educatore e maestro, coautore insieme ad altri sette compagni di scuola a Barbiana del testo collettivo Lettera a una professoressa. È Martinelli a tenere il percorso di formazione sulla tecnica e sul processo di scrittura collettiva. Alunni e insegnanti insieme, per apprendere il metodo e per poi applicarlo lungo una nuova visione didattica. Seguire in classe Edoardo Martinelli e lavorare con lui, guardare i ragazzi come reagiscono è già una efficace lezione di apprendimento sul campo.
Ma il percorso formativo è stato determinante oltre che per apprendere la tecnica della scrittura collettiva e capire da dove iniziare in classe, come si sceglie l’argomento attorno a cui lavorare con gli alunni, come fare per mettere i ragazzi in cattedra, la formazione è stata decisiva anche per impossessarsi dell’alfabeto del processo collettivo, di quel vocabolario i cui termini scandiscono i passaggi e le regole del cammino educativo e della pedagogia di don Milani. Termini e parole come aderenza fra parola e pensiero, aderenza al contesto di realtà, atteso imprevisto, imparare a come essere per poter fare scuola, fino alla motivazione profonda, alla cultura informale dell’alunno, alla figura del maestro come regista e portatore di strumenti, al concetto di Skolé da cui deriva la parola scuola. Un patrimonio di strumenti che consentono di attualizzare e rendere efficace in senso pedagogico l’approccio di don Milani nei nostri contesti storico e sociale, per essere riadattato al mondo d’oggi. Il priore di Barbiana avrebbe infatti ribadito: “Fate scuola ma non come me. Fatela come vi richiederanno le circostanze”.


Entriamo in classe. Sulla lavagna c’è ancora disegnata la “linea del tempo”, lo strumento ideale di don Milani per collocare gli avvenimenti storici: oggi si affrontano temi come la popolazione e la cultura ai tempi dei Sumeri, e via via nel tempo fino ad arrivare a noi.
È una modalità nuova di fare scuola, è soprattutto un modo nuovo di essere insegnanti nel gruppo classe. “Come una squadra” dice un alunno. Non proprio, replicano i compagni. C’è una “differenza” quando si parla di gruppo e quando si fa riferimento a una squadra. Qual è?
È il primo “atteso imprevisto” che emerge, quello spunto che (apparentemente) non c’entra con il tema della “lezione”, ma è determinante per accendere la curiosità dei ragazzi, la loro attenzione e modulare i testi da scrivere o gli argomenti da approfondire. Così lo si coglie al volo. E lo si rilancia nella discussione. Tutti intervengono, con la loro parola aderente al loro contesto di realtà.
“Quando siamo in classe è come essere in un gruppo di amici. Ma quando siamo in una squadra tutti collaboriamo per un obiettivo, la vittoria”.
L’aiuto della maestra-regista, dentro al compito di orientare ma anche di “confutare”, li porta ad arricchire i loro pensieri, ad aggiungere nuove idee, a destare nuovi interessi e ricercare. Con la tecnica della scrittura collettiva, letti i pensieri fissati sui fogliolini, si arriva a una sintesi: “Il gruppo classe deve imparare a ragionare come una squadra, e tutti insieme siamo un Noi senza che ciascuno di noi però possa essere dimenticato, sia escluso dal confronto e dal suo apporto di aiuto, senza che si possa mai negare l’Io di nessuno”.

Il fascino della lezione continua a crescere. “I ragazzi sono rimasti entusiasti, anche se all’inizio, vista la nuova modalità, qualcuno è rimasto titubante, timido a parlare, più incerto” racconta la maestra Anna Bonfanti davanti a 25 insegnanti colleghe (tutte donne) durante l’incontro del pomeriggio per un bilancio fra docenti, guidati sempre da Edoardo Martinelli. La scrittura collettiva è un processo, ha spiegato Martinelli. È la sintesi di un percorso di discussione e confronto. E nel racconto di Anna Bonfanti sulla sua mattinata in classe, viene spiegato così.
“Ai ragazzi ho chiesto di pensare a che cosa li aveva colpiti di più nel lavorare in quel modo nuovo. E di scriverlo sui fogliolini. Le parole-chiave emerse mi hanno colpito: ci è piaciuto molto saper ascoltare, poter condividere idee e opinioni, creare un pensiero comune, scambiarsi idee, apprendere cose che non conoscevamo. Nessuno è stato sgridato per quello che ha detto”. Il valore della “critica” e la scoperta dell’etimologia di quel termine, hanno fatto più discutere: da un primo significato di “critica” come “pensiero motivato spesso solo dalla gelosia, spinto spesso da un’invidia al di là del fatto che il motivo di questa invidia sia vero o no”, si è arrivati fino a un significato più ragionato e approfondito. Critica come “pensiero non necessariamente negativo, ma anzi, che spesso diventa un aiuto per individuare l’errore”.

A sinistra Mario Lodi che andò a Barbiana per conoscere don Lorenzo Milani

“È evidente come il lavoro di gruppo, orientato dall’insegnante regista – dice Martinelli – faccia crescere in modo esponenziale il livello della discussione in termini di qualità e di pertinenza. Lo aveva scritto don Milani a Mario Lodi in una loro corrispondenza (il testo integrale lo potete leggere qui):
Lanciati a studiare il massimo di capacità di esattezza d’espressione di questi ragazzi ci siamo un po’ dimenticati dell’età dei lettori. Non che non ci si pensasse, ma è successo un fenomeno curioso che non avevo previsto, ma che dopo il fatto mi spiego molto bene: la collaborazione e il lungo ripensamento hanno prodotto una lettera che pur essendo assolutamente opera di questi ragazzi e nemmeno più dei maggiori che dei minori è risultata alla fine d’una maturità che è molto superiore a quella di ognuno dei singoli autori”.
Riprende Martinelli. “Quello che è successo anche nella nostra classe è proprio questo: mettendo insieme le idee di tutti non ne è uscita una semplice sommatoria, ma molto di più. È stata una moltiplicazione di idee, si sono prodotti una crescita e un arricchimento del linguaggio dei ragazzi. Possiamo dire che si sono costruite frasi e riflessioni già proprie di un adulto acculturato”.

Dopo due giorni di lavoro in classe si è perfino costruito un vocabolario nuovo, un alfabeto e un linguaggio diventati subito patrimonio comune degli studenti.
“Riflettiamo anche  su un altro aspetto – è l’invito di Martinelli -: tutto il percorso di confronto, discussione, di apporto di idee, dell’uso con padronanza del linguaggio, se ci pensate bene voi insegnanti, non sono altro che elementi che racchiudono i percorsi della verifica scolastica sulle abilità e le competenze maturate, per esempio, in lingua”.
Ma diventare padrone della lingua significa fare anche un altro salto: impossessarsi della tecnica. Martinelli è stato molto chiaro con le docenti: “Ciascuno di voi, una volta preso pieno possesso della tecnica e del processo della scrittura collettiva, dopo può scegliere la strategia e le modalità che più ritiene opportune per costruire la storia, per trovare le parole da cui partire, per collegarle e formare la narrazione al centro della lezione”. È qui – ribadisce Martinelli – che la parola diventa personaggio, è qui che la parola è al centro della ricerca, dello studio della sua etimologia, dove si torna alla sua origine per collocarla nel tempo. E lungo la linea del tempo la si studia per come è cambiata nelle fasi della storia, come quella parola si è irrobustita o si è svilita del suo significato iniziale. Si aprono cioè nuovi percorsi intorno all’uso parola “che ci aiutano a liberarci dalla paura o dal limite di non avere testi da cui partire. I testi li costruiamo in classe con la ricerca, consentendo il passaggio di testimone fra discipline differenti e favorendo una convergenza del contesto educativo”.

Don Milani ancora una volta illumina questo passaggio quando scrive a Mario Lodi: “Spiego la cosa così: ogni ragazzo ha un numero molto limitato di vocaboli che usa e un numero molto vasto di vocaboli che intende molto bene e di cui sa valutare i pregi ma che non gli verrebbero alla bocca facilmente.
Quando si leggono ad alta voce le 25 proposte dei singoli ragazzi accade sempre che l’uno o l’altro (e non è detto che sia dei più grandi) ha per caso azzeccato un vocabolo o un giro di frase particolarmente preciso o felice. Tutti i presenti (che pure non l’avevano saputo trovare nel momento in cui scrivevano) capiscono a colpo che il vocabolo è il migliore e vogliono che sia adottato nel testo unificato.
Ecco perché il testo ha acquistato quell’andatura e quel rigore di adulto (direi, anche di adulto che misura le parole! animale purtroppo molto raro ). Il testo è cioè al livello culturale dell’orecchio di questi ragazzi, non al livello della loro penna o della loro bocca”
.
In questo percorso legato per esempio alla ricostruzione etimologica di una parola, l’insegnante “in base a quanto sviluppato e emerso nella discussione deve saper cogliere ogni finestra che si apre dalla discussione, e sua capacità è sapersi collegare agli obiettivi curricolari. L’insegnate non è un predicatore – sottolinea Martinelli -. Ma un regista e un portatore di strumenti”.
La scuola deve essere democratica, la scrittura collettiva è la tecnica che consente di essere alla scuola inclusiva, dove l’ecologia del pensiero è un pilastro e per questo tutti hanno diritto di cittadinanza allo stesso modo e livello. Martinelli lo ribadisce in continuazione: nessun pensiero espresso viene trascurato, tralasciato o perso.


“Ma è anche vero che la scuola deve essere “monarchica”. Così Martinelli sorprende tutti. “Non è una contraddizione. Perché la scrittura collettiva sia una corretta palestra di democrazia – spiega l’alunno di don Milani – tutti gli studenti, ogni alunno devono prima di tutto possedere gli strumenti della lingua, il nostro obiettivo prioritario resta sempre di favorire l’apprendimento. E se il ritmo, la preparazione della classe richiede al maestro un ruolo più attivo sulle regole, l’insegnante deve provvedere a questo bisogno. E suggerire il passo giusto”. Allo stesso modo La riflessione va oltre. È necessario puntare a una convergenza educativa fra discipline differenti per favorire un approccio globale alla conoscenza e creare sempre più insegnanti d’area capaci di sviluppare competenze globali della conoscenza e non più costretti nelle singole e separate discipline.
Lo spazio della conoscenza – la storia, il passato, il presente uniti per costruire e capire il tempo in cui si vive e immaginare il futuro – richiama anche all’altra dimensione, il tempo necessario per costruire la conoscenza globale.
La parola chiave è Skolé, l’elemento distintivo dell’approccio del progetto Barbiana 2040 perché fa del tempo che si passa a scuola con i bambini non solo un momento disteso, dell’indugio, della lentezza, ma anche l’occasione per scoprire e individuare i bisogni veri dei bambini, “quelli che spesso occultiamo – dice Martinelli – perché ci sembrano banali”.

Il pensiero dell’insegnante Bonfanti apre a questa nuova dimensione. “Il ritmo di lavoro in classe molto lento, dilatato e con tempi di silenzio anche lunghi consentono di poter pensare serenamente alla parola giusta, al termine corretto. Mi sono accorta che per i ragazzi diventa riflessione piacevole, che collega apprendimento a un piacere consapevole di imparare. E questa esperienza di provare piacere nell’apprendere – sottolinea Bonfanti – diventa anche un potente antidoto, è la via più efficace per uscire dalle nevrosi del consumare tutto subito in cui sono immersi i nostri ragazzi”. Si impara ad accettare l’ordine, a togliere quello che non serve, a selezionare ciò che non è importante. A concentrarsi sull’essenziale. Il racconto della maestra Bonfanti sottolinea anche un altro passaggio: “Tutti gli alunni cercano di partecipare, si sentono coinvolti, diventano curiosi delle parole nuove ascoltate o di quelle appena introdotte. Emerge inevitabilmente quella cultura informale di ciascun ragazzo – la conoscenza legata al proprio contesto di realtà – a cui agganciarsi e condividere per farli diventare protagonisti del processo, dentro il gruppo classe: oggi un mio compagno mi riconosce un’identità, domani sarà io a riconoscerla a lui. Nessuno resta mai escluso.


La scrittura collettiva è un processo, ricordava Martinelli. Ma scrivere e processare pensieri e idee è anche un viaggio che devono provare a sperimentare le stesse insegnanti, un cammino in cui si ha modo di incontrare quali e quante sono le difficoltà e gli sforzi a cui vengono chiamati i ragazzi. Sperimentare significa anche per i docenti provare a fare diventare i pensieri di ciascuno un pensiero collettivo. E verificare in prima persone quanto la scuola della scrittura collettiva non si affatto una scuola “giudicante” ma palestra di democrazia, inclusiva, nella quale si tengono tutti, persone, idee, appunti, parole. “Quando sono stata io a mettere per iscritto, sul mio fogliolino, il mio pensiero ho provato veramente una sensazione di scrivere in libertà. Di più, quando l’ho messo nella scatola, insieme a tutti gli altri fogliolini delle colleghe, quel gesto mi ha restituito una sensazione di grande sollievo, di aver partecipato a un momento non solo mio”.
La scrittura collettiva prodotta dalle insegnanti conferma queste sensazioni, scrivere e parlare in una scuola diventato “luogo di libertà”. Basta leggere alcune frasi dei docenti per capire meglio: “È necessario creare spazi per la cultura informale degli alunni perché diventi un’occasione importante affinché la classe costruisca la propria identità”; “La mancanza di un giudizio individuale aiuta i bambini più timorosi a esprimersi e a sentirsi più liberi”; “Scrittura e correzioni in forma anonima aiutano nella gestione e motiva, potenziando anche abilità metacognitive trasversali”; “Non importa cosa o come scrivo. Quello che vale è il mio pensiero, perché poi si unisce a quello degli altri”.

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