
“Il nostro pensiero è diventato piatto” ho sentito dichiarare nella mia terza media da un’alunna normalmente sveglia e interessata, come risposta alla domanda sulla motivazione per cui la maggior parte degli alunni di questa classe, sono proiettati sul passato.
Mi è tornato alla mente quanto ho letto recentemente sulle ultime pagine del libro “La scuola inclusiva ha fallito” scritto da Anna Granata la quale dopo una disamina lunga e attenta sulla scuola di oggi, ne analizza e ripensa l’analfabetismo. Mi è parso molto interessante e stimolante il fatto che “oggi l’analfabetismo possa anche coincidere con la perdita della capacità di immaginazione, di cui anche la scuola è complice: non essere capaci di dare vita a un’idea, di scrivere un testo inedito, di elaborare un pensiero mai pensato prima, perché a scuola si è coltivata soltanto la capacità di eseguire compiti impartiti da altri” viene spiegato nel libro.
E se provassimo a rimettere l’immaginazione al centro dell’esperienza formativa come la cifra capace di far risorgere e amplificare il pensiero divenuto piatto?
È davvero arrivato il tempo di far lievitare l’umano nella sua dimensione più profonda in cui il pensiero critico può percorrere rapidamente tutti i sentieri dei saperi che proponiamo. Insieme ad Anna Granata anche io sostengo che le lezioni, la vita in classe debbano necessariamente formularsi su un nuovo piano di allenamento della mente.
Il pensiero è piatto perché ai nostri ragazzi spesso manca la riflessione sull’esperienza, sull’esperienza quotidiana intessuta di azioni, di scelte di movimenti, di atteggiamenti, di rischi e di sfide.

Mancano loro spesso richieste e inviti, da parte degli adulti e per questo mancano di slanci e di iniziative.
È proprio tale vita-vita vissuta dai nostri ragazzi in tutte le pieghe dell’età evolutiva che stanno attraversando, che può generare quella palestra di emozioni capaci di scatenare le esigenze costitutive e i loro desideri immaginifici.
A quante e quali varietà di analfabetismo sono soggetti i nostri alunni! Da quello emozionale, a quello linguistico, a quello critico che davvero si costruiscono sulla base dell’immaginazione, della simulazione, delle pratiche dialogiche che generano identità e danno un volto ai nostri singoli e giovani preadolescenti.
Penso alla poesia e alla letteratura nel suo incomparabile valore formativo, alle suggestioni artistiche e musicali che plasmano l’immaginazione, alle simulazioni e alle drammatizzazioni teatrali.
Sono soglie di senso uniche e piste poco battute che vanno proposte con grande forza persuasiva.
Ma penso anche che la nostra mente senza chiederci alcun permesso, produca immagini senza soluzione di continuità e penso che la nostra vita spesso si svolga altrove rispetto alle nostre azioni, rimanendo prigioniera di quanto la mente ricordi, anticipi, costruisca scenari, riviva esperienze, sappia immaginare ciò che potrebbe accadere, anche nel programmare il futuro.

Sicuramente l’immaginazione è una delle rappresentazioni primarie ed una tra le facoltà più potenti della mente umana che può sospingerci persino a sperare in un domani migliore. Quando il nostro cervello utilizza le rappresentazioni mentali anche solo per pianificare un viaggio, le neuroscienze affermano che utilizziamo molte delle reti cerebrali che sono attive nel momento in cui viviamo il reale. Non si tratta solo di far coincidere l’immaginazione con la fantasia, ma pensare ad essa come una cifra imprescindibile che caratterizza l’uomo in quanto uomo. Sto parlando di quell’immaginazione che ha permesso all’uomo di dipingere le pareti delle caverne, di progettare città, di costruire telescopio e macchine che sono nate prima nella mente, e poi si sono realizzate per rendere più fruibili le cose della realtà, per cui se lo sguardo crea prospettive, l’immaginazione può solo amplificarle.
Einstein stesso era convinto che se volessimo figli davvero intelligenti, andrebbero loro raccontate delle fiabe, e se li volessimo intelligentissimi, occorrerebbe raccontarne loro, molte di più.
Entrare in confidenza con le immagini, lasciarle affacciare nella mente, procura un benessere tale per cui essa si incontra con la dimensione sottile e invisibile che pulsa al cuore delle cose. In passato secondo la tradizione, il mondo dell’immaginazione considerato una dimensione sacra quasi un deus absconditus da cui prendeva vita la nostra vita e il nostro destino.

Vorrei concludere con un interrogativo fondamentale sulla facoltà immaginifica e l’apparente suo sinonimo che potrebbe assomigliare alla distrazione in classe. A tal proposito ripenso alla portata culturale e generativa che ho potuto riconoscere qualche giorno fa durante un laboratorio nella scuola “Oscar di Prata” di Trenzano ( Bs), come anche a un episodio lontano nel tempo, per cui ero rimasta sorpresa dallo sguardo sognante di un ex alunna in classe terza, che senza apparentemente seguire il percorso che stava proponendo, mi aveva confidato al termine del laboratorio di essersi trattenuta a pensare a un mazzo di fiori che volava a ritroso non durante una festa di nozze, ma durante una delle esequie funebri.
Si era evidentemente abbandonata ad un’immaginazione bizzarra, perfino amara. Eppure!
Solleticata e provocata da tale leale dichiarazione, la volta successiva più illuminata anche relativamente al contesto di realtà che la mia alunna stava vivendo, ho potuto ipotizzare un originalissimo percorso, che ha scatenato un processo indimenticabile per la densità delle competenze che ballavano quasi letteralmente, qualificando il lavoro che andavamo svolgendo. Forse davvero l’immaginazione può diventare come un folletto gentile ed aggraziato che può servire le castagne in una baita calda, abbandonata nel bosco, in autunno.
E potremmo scoprire che quelle castagne sarebbero in grado di generare una convivialità operosa, insospettabile, duratura e del tutto imprevista.




