
Primi giorni di ottobre… e ogni avventura educativa torna a prendere forma in tutte le nostre scuole.
Mi è capitato recentemente di viverne una eccezionale, che ha saputo dare un’identità specifica e lusinghevole al tentativo di capovolgere in classe il paradigma dell’apprendimento, attraverso i nostri laboratori di scrittura collettiva. È accaduto a Trenzano, nella bassa Bresciana all’Istituto Comprensivo “Oscar di Prata” in una classe prima media, in cui sono entrata accanto alle professoresse Laura Verzeletti, Roberta Rongaroli e al professor Dario Durini.
Gli alunni protagonisti sono in gran parte appartenenti al background migratorio, ma tanto vivi e attenti da comprendere ben presto il senso dell’operare nel solco della pedagogia di don Milani. Al centro di un dibattito interattivo, mentre tutti erano protesi a vivere il dialogo socratico intorno all’esperienza dell’immaginazione e della realtà, ci siamo ritrovati a sostare sul senso di quanto stavamo insieme scoprendo e gustando. Qualcuno ha esordito dicendo che stavamo trascorrendo del tempo importante definendo il laboratorio come una materia riflessiva e liberatoria, altri l’hanno definito un tempo significativo in cui poter liberare le conoscenze personali e condividerle con tutti, in modo piacevole e divertente.
Proprio recentemente mi sono soffermata sul significato e la densità di tale esperienza attentiva, ma questa volta a Trenzano, l’etimologia della parola attenzione da ad-tendere, tendere verso, mi ha fatto librare, quasi con un colpo d’ala. Tendere verso – è ciò con cui diventiamo noi stessi: quando si disperde, si dissolve la persona che stavamo diventando.
In un recente articolo apparso sul Corriere della Sera il 22 settembre scorso, il sociologo Mauro Magatti parlava del rischio di disorientarsi nell’era del digitale. Utilizzava una metafora efficace, quella della balena spiaggiata incapace di tornare al largo poiché rischia pur essendo perfettamente adattata al suo ambiente di perdersi, se quell’ambiente all’improvviso le inviasse messaggi contraddittori. Spesso non è la scarsità di indicazioni che mette in difficoltà i ragazzi ma proprio il loro eccesso, un flusso di informazioni che sovrastandoci, ci sollecita da ogni parte e di conseguenza ci disorienta.

Continuando a riflettere sulla durata e qualità dell’attenzione, ho focalizzato quanto in realtà essa sia continuamente sollecitata e dispersa, come se fossimo tenuti in uno stato di allerta continua frammentati in micro-fuochi che si accendono e si spengono senza lasciare traccia. Insieme a Magatti mi domando come tale concentrazione indotta e passeggera possa reggere nel tempo, senza azzerarsi a ogni scorrimento, come poter riaccenderla e lasciarla divampare per poter trasformare un momento di apprendimento, in piacere e consapevolezza personale.
Ho provato nel corso del laboratorio a rimanere regista fino in fondo, provando a tutelare il mio apprendimento e quello che scaturiva dalla mente creatrice dei ragazzi a me affidati. Così venerdì scorso ho ricevuto il dono di essere sospinta ad aprirmi a nuovi saperi, alla conoscenza molteplice della materia e della chimica, alla metacognizione.
Inoltrandoci a conoscere il mondo degli alberi, con la rete nascosta del micelio con cui essi comunicano sotto terra attraverso le radici, abbiamo insieme ammirato la qualità della comunicazione vegetale su larga scala all’interno di una vita condivisa. Ci siamo accorti ragionando insieme che camminando in un bosco sotto i nostri piedi , si svolge un enorme conversazione invisibile senza emettere alcun suono. È fantastica la rete sotterranea e invisibile del micelio in cui gli alberi inviano zuccheri nel terreno funghi forniscono azoto e fosforo come nutrienti alle piante nascoste più in ombra e lontano dal sole.
Esiste però anche un lato oscuro, come mostra il comportamento dell’orchidea fantasma che sa praticare abilmente alcuni furti silenziosi ai danni di talune piante. Inoltre quando i tronchi sono assaliti da insetti, Le piante sono anche capaci di inviare segnali chimici di allerta che si propagano per foreste intere. I ragazzi hanno riconosciuto la realtà della rete sotterranea come appartenente al mondo invisibile, perché non tutto ciò che è reale è visibile all’occhio umano. Ma davanti ai segnali di pericolo triangolari apposti sulle immagini del cortometraggio del Wood Wide Web sul quale stavamo lavorando, i giovani allievi sono riusciti a lasciar scatenare una serie di attesi imprevisti cioè di piacevoli opportune digressioni foriere di tutta la loro cultura informale trascinandomi immediatamente verso i metalli, verso il mondo delle molecole e degli atomi.

Un paio di ragazzi si sono dichiarati pronti per una ricerca-azione spiegando a tutti che gli atomi non si toccano mai fisicamente in modo diretto, ma sanno interagire tramite la repulsione elettromagnetica e i campi di forza. Tale esempio offerto, attiene alla invisibilità di molti aspetti del reale. Siamo finiti anche a osservare un’immagine proposta da un ragazzo tanto riservato quanto deciso e propositivo che raffigurava una sfera di plutonio circondata da cartoni di carburo di tungsteno riflettori di neutroni, recante la data del 1945. Abbiamo sondato la cronologia storica, le guerre mondiali e la bomba al plutonio per la costruzione di ordigni nucleari e la radioattività, mentre gli occhi dei presenti si mostravano interrogativi e stupefatti.
Una ragazzina ha aggiunto sommessamente che l’azoto veicolato insieme al fosforo come nutriente per le piante e’ invece nocivo per l’atmosfera.
Frattanto c’era anche chi disputava, mostrando la sua sicurezza nella lingua inglese e precisando che il Wood Wid Web alludeva al legno e alle sue caratteristiche.
In pochi minuti ha preso corpo un apprendimento di altissima qualità intessuto di imprevisti guizzanti e di diverse proposte di ricerca- azione proprio ad opera dei ragazzi che spontaneamente si alternavano alla Lim per sciorinare la loro cultura informale.
Nel corso della lezione vivace e interattiva mi rimbalzavano alla mente le definizioni del processo in atto: qualcosa di liberatorio, aperto e condiviso che andava autogenerandosi nell’ascolto e apprendimento reciproco, nello spazio concesso a ciascuno di loro come protagonista diretto.
Slittando a slalom tra realtà e immaginazione con una fiaba in cui un folletto vestiva il bosco in autunno, siamo approdati alle convenzioni della nostra vita sociale e quotidiana.

La convenzione è qualcosa che deve convincerci anche se non la scegliamo, perchè rappresenta una legge universale da osservare come i segnali stradali, variamente interpretati dai bambini che li osservano per la prima volta, in un documento- video, a seconda della foggia dei disegni. Il senso delle convenzioni si è allargato fino ai colori convenzionali che disegnano le cartine geografiche, mentre i ragazzi cominciavano a riconoscere il dialogo tra educazione civica e geografia con la riflessione linguistica nel corso del dibattito.
Mi chiedo ancora, chissà come mai tale iperstimolazione metacognitiva non abbia generato disorientamento e perdita di interesse. E pensare che per creare ” il vuoto”, siamo partiti da un atto semplicissimo dettato dalla natura: chiudere gli occhi, pensando di nascere con la consapevolezza di oggi, e registrando cose e persone presenti, nel momento in cui siamo stati invitati ad aprirli.
Che cosa vedete? Ho chiesto semplicemente.
Qualcuno vedeva la mamma che non c’era, il parco giochi non visibile in classe, il compagno di fronte, o la parete, la colonna, il pc, o la Lim.
Una ragazzina in modo convinto e inequivocabile, ha esclamato: “Io vedo la surrealtà”.
Sono stati proprio i ragazzi quindi, a identificare e a tracciare le prime linee del percorso da svolgere:
– immaginazione
– realtà
– surrealtà
riconoscendo inequivocabilmente i tre piani diversi delle cose di cui è fatta la nostra percezione.
Questo in sintesi, il movente del percorso. Ma il processo che si è scatenato a posteriori senza esaurirsi, fa parte dell’imprevedibile punto di fuga della mente collettiva.





