Oltre il voto, insegnare l’I Care per educare all’autonomia, alla cura e al bene comune

Una città devastata non rappresenta soltanto uno spazio urbano ferito, ma anzitutto un fenomeno sociale che interpella la coscienza collettiva e sollecita una riflessione sulle responsabilità educative della comunità. Quando le immagini di gruppi di giovanissimi coinvolti in scontri e danneggiamenti raggiungono l’opinione pubblica, la risposta non può esaurirsi nell’indignazione, nell’individuazione dei responsabili o nella richiesta di sanzioni più severe. La responsabilità individuale rimane imprescindibile, ma occorre interrogarsi anche sui processi formativi che contribuiscono alla costruzione dell’identità, dell’autonomia di giudizio e della capacità di vivere responsabilmente nella collettività. Gli episodi di violenza che hanno interessato Milano e altre città, sollecitano una domanda propriamente pedagogica: quali competenze permettono a un ragazzo di abitare il mondo senza sentirsi autorizzato a ferirlo? La padronanza dei saperi disciplinari, pur essendo essenziale, non garantisce automaticamente la capacità di gestire le emozioni, tollerare la frustrazione, affrontare i conflitti o resistere alla pressione dei pari. Possiamo insegnare a risolvere un’equazione, analizzare un testo e ricostruire un evento storico senza che ciò assicuri, di per sé, la capacità di riconoscere il punto di vista altrui o di agire responsabilmente in una situazione conflittuale. Tra il sapere e l’agire si colloca un processo formativo complesso, nel quale interagiscono dimensioni cognitive, emotive, relazionali e morali: è in questo spazio, spesso meno visibile dei risultati scolastici, che assumono rilevanza le competenze non cognitive e trasversali, risorse fondamentali per lo sviluppo della persona e per l’esercizio consapevole della cittadinanza.

Immagini dal profilo Instagram @Milanoinmovimento


Una risposta significativa a questa esigenza è rappresentata dalla Legge n.22 del 19 febbraio 2025, relativa all’introduzione e alla sperimentazione dello sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali nei percorsi scolastici e formativi. La proposta affidata alla scuola riconosce l’importanza dello «sviluppo armonico e integrale della persona e della valorizzazione delle potenzialità individuali», anche in funzione del contrasto alla povertà educativa e alla dispersione scolastica. Questo orientamento invita a superare una concezione dell’apprendimento prevalentemente concentrata sull’acquisizione delle conoscenze e sulla misurazione dei risultati: senza ridimensionare il valore dei contenuti disciplinari, è necessario riconoscere che la formazione comprende anche la maturazione delle capacità necessarie per affrontare situazioni complesse, assumere decisioni e partecipare alla vita sociale. Autoregolazione, perseveranza, consapevolezza di sé, gestione delle emozioni, empatia, collaborazione, responsabilità e pensiero critico diventano risorse effettive quando aiutano a interpretare le situazioni e a orientare il comportamento. Questa prospettiva richiama un principio centrale della pedagogia di don Lorenzo Milani: la scuola non può limitarsi a trasmettere conoscenze, ma deve contribuire alla formazione di persone capaci di comprendere la realtà e di assumere una posizione consapevole al suo interno. In questo orizzonte, educare non significa soltanto insegnare ciò che è giusto, ma creare le condizioni perché ciascuno possa comprenderne le ragioni, valutarne le conseguenze e scegliere responsabilmente come agire.

Conoscere un principio, infatti, non equivale necessariamente a saperlo applicare: un preadolescente può comprendere che la violenza è inaccettabile e lasciarsi comunque trascinare da una provocazione o dal desiderio di ottenere approvazione. La formazione richiede quindi esperienze nelle quali gli alunni possano esercitare le proprie capacità, riflettere sulle conseguenze delle decisioni e sviluppare criteri di giudizio autonomi: l’obiettivo non è ottenere un’obbedienza legata esclusivamente al controllo dell’adulto, ma favorire una responsabilità capace di orientare le scelte anche in assenza di supervisione. È qui che il pensiero milaniano del «cittadino sovrano» assume una particolare rilevanza educativa: “essere sovrani” non significa imporre la propria volontà o sentirsi liberi da ogni limite, ma acquisire gli strumenti culturali e critici per non essere governati dall’ignoranza, dal conformismo o dalle pressioni esterne. La sovranità personale si manifesta nella capacità di pensare con la propria testa, interrogare le situazioni, riconoscere le conseguenze delle proprie azioni e rispondere delle decisioni assunte. Un ragazzo è e si sente realmente libero non quando fa tutto ciò che desidera, ma quando sa distinguere tra impulso e scelta, tra consenso del gruppo e convinzione personale, tra esercizio della libertà e violazione dei diritti altrui.

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La formazione di questo cittadino richiede una scuola che non si accontenti di ottenere comportamenti corretti attraverso il controllo, ma promuova autonomia di giudizio e responsabilità. Di fronte alla pressione dei pari, il pensiero critico diventa così una competenza decisiva: permette di riconoscere quando il bisogno di appartenenza sta sostituendo la valutazione personale e di trovare il coraggio di dissentire. Durante la prima adolescenza, infatti, il gruppo dei pari svolge una funzione significativa nella costruzione dell’identità: offre in primo luogo riconoscimento, sostegno e occasioni di confronto, favorendo la sperimentazione dell’autonomia e il consolidamento del senso di appartenenza. Questa dinamica può tuttavia assumere una direzione problematica quando il bisogno di accettazione prevale sulla capacità di giudizio: il timore dell’esclusione, la ricerca di visibilità o il desiderio di apparire forti possono indurre a imitare comportamenti aggressivi e a oltrepassare limiti che, individualmente, sarebbero riconosciuti. Il gruppo rischia così di diventare un contesto di conformismo e deresponsabilizzazione, nel quale il dissenso viene percepito come una minaccia all’appartenenza.

Educare all’autonomia significa, pertanto, aiutare i ragazzi a sperimentare un’appartenenza che non cancelli l’individualità e una libertà che non si trasformi in prevaricazione: in altre parole significa offrire occasioni per discutere, argomentare, ascoltare posizioni differenti e affrontare i contrasti senza ricorrere all’aggressività. In un laboratorio di scrittura collettiva le idee vengono inizialmente messe sul tavolo, anche quando sono distanti o contrastanti, esattamente come fanno i muratori con la malta; successivamente, attraverso il confronto, l’ascolto, la negoziazione e la revisione condivisa, vengono precisate, riorganizzate e arricchite per essere levigate e rifinite con cura, fino a raggiungere una forma solida e armoniosa. Nessuna parola è intoccabile, nessuna voce dovrebbe essere esclusa: ogni contributo può essere discusso, modificato o integrato, non per imporre il pensiero di qualcuno, ma per costruire un significato nel quale ciascuno possa riconoscersi. È in questo paziente lavoro di costruzione e rifinitura che la scrittura collettiva diventa un autentico esercizio di democrazia: non una semplice somma di opinioni, ma un processo nel quale si impara a dare ragione delle proprie idee, ad accogliere quelle altrui e a cercare insieme una forma condivisa. Anche la competenza emotiva assume un ruolo essenziale: rabbia e frustrazione non devono essere negate, ma riconosciute e trasformate in occasioni di comprensione, dialogo e ricerca di soluzioni: sono apprendimenti che non si consolidano attraverso richiami occasionali, ma mediante un esercizio quotidiano e intenzionale.


A questa idea di cittadinanza si collega un altro principio fondamentale di don Milani: «I care», mi sta a cuore, contrapposto alla logica del «me ne frego», esprime un atteggiamento di attenzione e responsabilità nei confronti delle persone e della realtà condivisa. Non si tratta semplicemente di essere gentili o disponibili, ma di riconoscere che ciò che accade nella comunità ci riguarda e che la convivenza comporta un impegno personale: una piazza danneggiata, un bene pubblico distrutto o una persona aggredita non sono realtà estranee alla vita individuale ma rappresentano una ferita inferta a uno spazio e a una comunità di cui ciascuno è parte. L’«I care» offre così una chiave educativa per interpretare il significato delle competenze trasversali: l’empatia consente di riconoscere la sofferenza altrui; la responsabilità permette di comprendere che le proprie azioni producono conseguenze; la collaborazione insegna a perseguire obiettivi comuni; il pensiero critico aiuta a non aderire passivamente a comportamenti ingiusti. Queste capacità convergono in una cittadinanza che non si esaurisce nella conoscenza formale dei diritti e dei doveri, ma si traduce nella partecipazione e nella cura del bene comune.

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Il principio milaniano interpella anche la scuola stessa: non basta chiedere agli alunni di rispettare le regole ma occorre renderli partecipi della loro comprensione, della loro funzione e della responsabilità che comportano. Quando gli studenti possono contribuire alla costruzione di accordi condivisi, assumere incarichi, collaborare alla soluzione dei problemi e riflettere sulle conseguenze delle proprie scelte, sperimentano concretamente il significato della cittadinanza. La classe diventa così un luogo nel quale imparare non soltanto a convivere, ma a sentirsi responsabili della qualità della convivenza. Le competenze che nessun voto può misurare integralmente non sono, per questo, secondarie, bensì costituiscono una dimensione essenziale della formazione e richiedono progettazione, continuità e corresponsabilità educativa. Il cittadino sovrano e l’«I care» indicano, da prospettive complementari, due direzioni di questo compito: formare persone capaci di pensare autonomamente e cittadini disposti a prendersi cura della realtà comune. Se i saperi consentono di comprendere il mondo, l’autonomia e la responsabilità aiutano ad abitarlo senza trasformare la libertà in prevaricazione e il dissenso in distruzione.
La sfida educativa, dunque, non consiste soltanto nel formare ragazzi che conoscano le regole, ma nel far maturare persone che ne comprendano il valore, sappiano scegliere anche contro la pressione del gruppo e riconoscano nel bene comune una responsabilità personale. È in questa integrazione tra conoscenza, coscienza critica e cura degli altri che la scuola può contribuire alla formazione di cittadini non soltanto capaci di interpretare la realtà, ma anche di partecipare alla sua costruzione.

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