Dalla scuola di Barbiana all’intelligenza artificiale. Il valore di una scuola resta se insegna a ragionare

Intelligenza artificiale: la scuola sta inseguendo gli studenti? E cosa avrebbe insegnato don Milani? Partiamo da questa scena che ormai capita di vedere e di ripetersi in mille occasioni anche fra gli adulti e, sempre più spesso ogni pomeriggio in migliaia di camerette: ragazzi che iniziano a studiare e, al primo argomento difficile, prendono lo smartphone o il proprio compuer e chiedono un aiuto a un chatbot di intelligenza artificiale. Problema risolto: in pochi secondi ecco pronta la spiegazione, in sintesi, una mappa concettuale, qualche esempio per chiarire il concetto, collegamenti ad altri temi o periodici storici simili e, anche qui l’AI si è fatta furba, si vede proporre anche alcune domande per verificare quanto ha capito.

Questa, al momento, è la realtà di oggi, il rapporto reale fra studenti e intelligenza artificiale, un abbandono totale e consolidato alle risposte restituite dal virtuale. Il quadro completo è stato presentato con i dati dell’indagine dell’Osservatorio “Giovani e Lavoro” di Skuola.net e Gi Edu, condotta su 2.500 studenti delle scuole superiori. Dati incrociati poi con un’altra indagine di orizzontescuola.it E così si è “scoperto” che otto ragazzi su dieci utilizzano abitualmente l’intelligenza artificiale proprio nello studio. Eppure, altro dato, solo uno su sei ha ricevuto da insegnanti e professori indicazioni formali o attività educative dedicate a un uso corretto e consapevole di questi strumenti.


Anche se non è statisticamente rappresentativa dell’universo degli studenti, c’è un’altra ricerca di Indire e del Festival dell’Innovazione Scolastica, pubblicata all’inizio di settembre, che fa emergere altri lati della relazione studenti-AI. Su 5.342 studenti delle scuole secondarie, il 94% dichiara di aver usato almeno una volta l’intelligenza artificiale e l’84% di utilizzarla per studiare. Il 44% teme che possa ridurre la capacità di pensare con la propria testa.
I numeri, così, raccontano una situazione che inevitabilmente porta a far riflettere il mondo della scuola. E la conclusione dell’indagine è essa stessa un nuovo spunto di riflessione: gli studenti stanno imparando (o forse più realisticamente hanno già imparato) a convivere con l’AI molto più rapidamente di quanto la scuola riesca a comprenderla e governarla in classe.
Entriamo allora meglio nei dati dell’indagine. L’uso dell’intelligenza artificiale, abbiamo visto, è già un’abitudine quotidiana. Solo il 18% dichiara di non utilizzarla mai; il 21% la impiega ogni giorno, il 37% in alcune discipline e il 24% quando incontra particolari difficoltà nello studio.

Ancora più interessante è osservare come venga usata. Il 66% dei ragazzi la considera un aiuto per “comprendere concetti complessi attraverso spiegazioni più semplici”; il 46% la utilizza per creare sintesi e mappe concettuali; il 32% per generare quiz di autovalutazione e il 24% per trovare idee e spunti di approfondimento.
L’immagine dello studente che si limita a copiare passivamente ciò che l’AI gli presenta, sembrerebbe quindi incompleta. Per molti adolescenti l’AI sta assumendo il ruolo di un vero tutor personale, disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, capace di adattare spiegazioni e livelli di approfondimento alle esigenze del singolo.
Il problema è che questo “nuovo insegnante” è entrato nelle case prima che la scuola imparasse a spiegarne opportunità e limiti.


L’indagine qui cambia orizzonte di osservazione. E balza dall’altra parte della cattedra. Di fronte a questo scenario, la tentazione di alcuni docenti è semplice: vietare. I ricercatori delle due indagini rispondono molto nettamente a questa reazione. “La storia della scuola insegna che i divieti raramente risolvono i problemi educativi. Possono limitarne gli effetti nell’immediato, ma non aiutano a comprendere i fenomeni”. E allora?. Visto che intelligenza artificiale non è certamente destinata a scomparire, la domanda educativa che rilanciano è una sfida: non è impedirne l’uso, ma come insegnarne l’uso. Anche perché gli stessi dati mostrano un ulteriore orizzonte spesso sconosciuto proprio perché poco frequentato dai docenti: “I comportamenti dei ragazzi sono spesso più maturi di quanto si possa immaginare. Una significativa quota di studenti – commentano i ricercatori – verifica le informazioni ricevute e utilizza strategie articolate per dialogare con i chatbot, formulando domande successive e richieste sempre più precise”.
La vera sfida diventa allora sviluppare competenze critiche: verificare le fonti, riconoscere gli errori, distinguere informazioni affidabili da contenuti inventati, comprendere i limiti degli algoritmi. In altre parole, educare al pensiero.

Ed è proprio qui che si inserisce la didattica e il movimento delle scuole della rete Barbiana 2040, quando rilegge l’attualità dell’esperienza di don Lorenzo Milani. Non è vero, come potrebbe sembrare, che gli strumenti di intelligenza artificiale sembrano appartenere a mondi inconciliabili. In realtà esiste un filo che li collega. Don Milani quando leggeva i giornali ai suoi ragazzi, quando invitava esperti, professori, avvocati, giornalisti a tenere lezioni sotto il pergolato di Barbiana, non insegnava semplicemente nozioni. Insegnava a comprendere il mondo attraverso il linguaggio, la lettura critica della realtà, la capacità di distinguere i fatti dalle opinioni. Per lui la parola rappresentava uno strumento di emancipazione e di libertà. La celebre frase di Lettera a una professoressa ha ancora oggi una forte attualità: il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia.


Altro parallelo quasi spontaneo: a Barbiana gli studenti leggevano insieme, discutevano, si correggevano reciprocamente, costruivano conoscenza attraverso il dialogo. La scrittura collettiva dei laboratori della Rete Barbiana 2040 segue questo processo. Non solo: don Milani probabilmente, anzi sicuramente, non avrebbe demonizzato uno strumento perché strumento tecnologico è. Avrebbe piuttosto chiesto a esperti a chi serve, chi può aiutare e che cosa insegna davvero in una prospettiva di emancipazione sociale e culturale.
E allora, se manca questo momento collettivo, appunto, la prospettiva (o la domanda) che sollecita l’AI è una sola: l’intelligenza artificiale sta aumentando le occasioni di apprendimento insieme, condiviso o rischia di trasformare lo studio in un rapporto sempre più individuale tra studente e macchina?
L’intelligenza artificiale può certamente spiegare una formula matematica, sintetizzare un testo o proporre esercizi. Ma non può sostituire la relazione con la classe, gli studenti. Il famoso “motivo occasionale” colto dall’insegnante dietro a frase, a una fragilità di uno studente, e quindi incoraggiarlo nei momenti di difficoltà, costruendo fiducia, sviluppando senso civico e responsabilità, è difficile che si possa verificare davanti a uno schermo.  E le domande socratiche tanto pilastro portante della scrittura collettiva come possono essere colte e rilanciate da un agente artificiale? Tutto quello che invece caratterizzava l’esperienza di Barbiana.


E forse è proprio questo il punto più delicato della rivoluzione digitale che stiamo vivendo. Lo dicono così i ricercatori della prima indagine: “L’intelligenza artificiale produce risposte in pochi secondi. La scuola dovrebbe continuare a insegnare il valore della ricerca, del dubbio, dell’argomentazione”.
Ma non è l’ultima riflessione che emerge dall’analisi dei dati. L’AI, dicono, obbliga anche a ripensare alcune pratiche didattiche consolidate. In questo senso, precisano, diventa sempre più importante guardare al processo: come si cercano le informazioni, come si confrontano le fonti, come si costruiscono i collegamenti, come argomentano le scelte e si difendono le proprie idee.
In questo senso l’intelligenza artificiale potrebbe persino rappresentare un’opportunità. E spingere la scuola a valorizzare maggiormente le competenze più autenticamente umane: il pensiero critico, la creatività, la capacità di collaborare, di discutere e di comprendere la complessità. Sono proprio le competenze non cognitive che, in fondo, erano al centro dell’esperienza educativa di Barbiana. E che oggi si vogliono così convintamente tornare a sviluppare e allenare.
Insomma, la sfida ancora una volta, e la storia ce lo insegna sempre di più, non è competere con la tecnologia, in qualsiasi contesto si viva. È imparare per essere capaci di usarla senza esserne dominate, di interrogare criticamente le informazioni e di trasformarle in consapevolezza. Per il proprio futuro.

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