Giovani, la deriva violenta e i contesti di realtà. Ma a scuola ritrovato il patto tra prof e studenti

Un malessere e un disagio sociale e professionale sono riusciti a saldare due generazioni in un unico patto di collaborazione reciproca. Non succedeva da alameno 20 anni. Senza violenza e senza devastazioni. Il 16 ottobre, migliaia di studenti sono scesi in piazza (In Francia), sulla scia di una protesta per la casa (in Spagna), di una emergenza abitativa che travolge giovani e studenti (a Milano), di sfratti contro persone indigenti. Poi si è allargata e in Italia è diventata anche una protesta più profonda, contro un sistema che divide sempre di più il Paese, pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono percepite solo una questione di equità sociale, ma come un problema per lo sviluppo del Paese e ostacolo reale al futuro delle nuove generazioni. Dentro, in prima linea, la protesta contro questa scuola e le politiche , questo sistema di istruzione primo pilastro precario di una prospettiva nuova impossibile da costruire.
Nei giorni scorsi a tutta questa mobilitazione si è aggiunta una deriva violenta, di devastazione e di protesta anti-sistema che ha fatto scendere, nel dibattito e nelle analisi social e politiche, in terza e quarta fila i temi originari: quella degli studenti. Nulla si vuole togliere al malessere e alle cause di queste ultime proteste violente. Ma quando il dibattito pubblico e il racconto dei fatti soprattutto via social, si concentrano esclusivamente sulle conseguenze degli scontri, rischiamo di perdere vista i nodi davvero importanti: le ragioni dietro alle proteste, le richieste di chi manifesta e soprattutto le tante forme, anche pacifiche, con cui le nuove generazioni cercano di far sentire la propria voce.


È vero che le violenze e le risposte di devastazione sono da condannare come atti responsabili e individuali. Ed è vero che la scuola, per esempio con la scrittura collettiva della scuola di Barbiana ma anche con le pratiche dialogiche e riparative, insegnano a fare del conflitto un’occasione per imparare, prima ancora che (se) lo imponga il ministero. Il punto però – e qui voglio solo sinteticamente riprendere per integrare da un altro punto di vista le osservazioni di Mattia Perico nel suo articolo che trovate qui – è che guardare subito alla scuola e ai percorsi educativi-formativi come agli “imputati” di questi atti perché ragazzi senza sufficienti competenze trasversali e abilità nella gestione dei conflitti sia saltare un dato sociale, culturale e politico molto importante. Quel dato che don Milani definiva i “contesti di realtà” di questi ragazzi, la loro cultura informale, da cui invece partire: periferie degradate, povertà, disuguaglianza profonda, mancanza di lavoro e opportunità di reddito, case povere e precarie, contiguità con la criminalità spesso occasione unica di riscatto. Condizioni che fanno abbandonare oggi percorsi di legittimazione, per imboccare quelli della violenza. Sono questi contesti e la povertà intellettuale i primi responsabili all’origine del disordine. Questi ragazzi non hanno mai avuto, o ne hanno avuto in modo saltuario e precario, l’occasione di costruirsi un bagaglio di strumenti intellettuali e modelli di comportamenti civico per rimodulare la loro reazione, la loro protesta, di trasformare la loro precarietà.
Anche questo credo vada detto. La “padronanza dei saperi” è decisiva, così come spiega Perico nel suo testo, “essere sovrani non significa imporre la propria volontà o sentirsi liberi da ogni limite, ma acquisire gli strumenti culturali e critici per non essere governati dall’ignoranza, dal conformismo o dalle pressioni esterne”. Giusto, ma è impossibile raggiungere padronanza dei saperi e diventare cittadini sovrani se non hai mai permesso e creato condizioni, opportunità, occasioni e garanzie tutelate e costituzionalmente previste perché questi ragazzi potessero frequentare la scuola in maniera dignitosa, continuativa e inclusiva.
Se vogliamo leggerla in una visione milaniana, allora le proteste violente vanno guardate prima da questi contesti di realtà, dalle loro condizioni di esclusione e emarginazione per comprenderli, denunciarli e rimuoverne le cause per trasformarli. E solo qui la scuola è determinante, sempre che colga questo passaggio di ingiustizia sociale. Ma per questa analisi torno a rimandare alla lettura, ben più profonda, di Mattia Perico, sempre qui.

Immagini dal profilo Instagram @MIlanoinmovimento

Io, invece rientro nelle file della manifestazione degli studenti. Perché c’è un dato che va messo in evidenza: con i ragazzi, e forse per la prima volta negli ultimi vent’anni almeno, hanno manifestato anche numerosi docenti e insegnanti.
Lo stesso era successo a Parigi, quasi un mese prima, dove studenti e professori protestano ancora oggi a difesa di una scuola che non li riguarda e non li considera più. E per avere migliori condizioni di studio, più insegnanti e investimenti nell’istruzione.
Una coincidenza, un malessere comune che alla fine è scoppiato. E che ora diventa addirittura collante di due generazioni finora quasi sempre contrapposte.
A Milano, Roma, Torino, Genova e in altre città gli studenti italiani hanno chiesto una scuola diversa. Le mobilitazioni non sono iniziate venerdì scorso.Il 12 ottobre, studenti e studentesse si sono letteralmente accampati davanti alla Sapienza a Roma, sulla scia delle mobilitazioni spagnole per il diritto alla casa. Poi è arrivato il 16 ottobre, con cortei studenteschi in numerose città italiane. Da Torino a Roma, passando per Milano, Firenze e molte altre, sono state tantissime le persone giovani che sono scese in piazza per esprimere il proprio dissenso sulle politiche scolastiche, sulla spesa militare, sul costo della vita e sulle prospettive che immaginano per il futuro.

Gli slogan erano molto chiari: “La scuola non si tocca”; “Più aule e meno bombe” o “Fondi alle scuole, non alle armi”. I ragazzi hanno protestato contro le condizioni degli edifici, le scelte del governo sulla scuola, la mancanza di risorse per l’istruzione. Hanno anche espresso solidarietà agli studenti francesi, protagonisti di una mobilitazione che anche sotto la torre Eiffel da settimane mette fortemente in discussione le condizioni della scuola pubblica. Di solito si dice che quando un fenomeno inizia in Francia, alla fine poi lo stesso fenomeno arriva a manifestarsi anche in Italia. La Francia insomma è contagiosa quando si tratta di proteste e rivolte.
E infatti qualcosa del genere è successo o quanto meno sta succedendo in modo più evidente anche qui da noi. C’è però un elemento che merita attenzione.
In Italia, a Torino, racconta l’agenzia Ansa, diversi insegnanti e docenti hanno partecipato al corteo degli studenti. Sono scesi in manifestazione, si sono messi davanti ai ragazzi, a braccetto, per favorire il dialogo con le forze dell’ordine. Non è soltanto un episodio di cronaca. È il segno di un possibile punto d’incontro tra due categorie che spesso vengono raccontate come distanti, quando non contrapposte: chi insegna e chi frequenta la scuola.
La mobilitazione francese è iniziata il 21 settembre in un liceo della regione di Parigi. In pochi giorni si è estesa ad altre scuole del Paese. Gli studenti hanno denunciato la mancanza di insegnanti, le classi troppo numerose, gli edifici trascurati e la difficoltà di prepararsi agli esami quando le lezioni non sono garantite.


Le testimonianze raccontate dal quotidiano Le Monde parlano di una situazione reale, concreta. In una scuola professionale di Parigi, alcuni ragazzi hanno spiegato che molti compagni frequentano un percorso di studi che non hanno scelto davvero. In una classe di trenta studenti, raccontavano, soltanto due o tre erano lì perché interessati a quel corso. Gli altri si sentivano senza alternative. Dietro la protesta c’è quindi qualcosa che va oltre la richiesta di più risorse. C’è la domanda di una scuola capace di ascoltare i ragazzi, aiutarli a trovare la propria strada e offrire opportunità reali. Tra le parole ripetute dai manifestanti francesi c’è un appello semplice: essere rispettati, ascoltati e considerati.
Intanto una prima risposta concreta alle richieste degli studenti dal governo francese è arrivata, ma i ragazzi hanno però annunciato di voler continuare la mobilitazione.
Perché la questione francese riguarda direttamente anche l’Italia? Perché anche da noi il problema degli stipendi degli insegnanti si accompagna da tempo (vent’anni?) a difficoltà di reclutamento, precarietà e differenze territoriali. I dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nel rapporto Education at a Glance 2026, mostrano che gli insegnanti italiani della scuola secondaria di primo grado guadagnano in media il 33% in meno rispetto agli altri lavoratori con un titolo di studio universitario. Per gli insegnanti della scuola dell’infanzia la differenza arriva al 36%. Il confronto riguarda i guadagni medi, non soltanto la paga iniziale, e tiene conto del livello di istruzione dei lavoratori. Ma il dato indica una difficoltà importante, nota ma mai affrontata: la scuola fatica a riconoscere economicamente il valore di una professione che richiede preparazione, aggiornamento e responsabilità.
Gli stipendi, naturalmente, non spiegano da soli tutti i problemi degli insegnanti. Contano, viene precisato nel Report Ocse, anche il tempo dedicato alla preparazione delle lezioni, il lavoro con gli studenti in difficoltà, la burocrazia e le condizioni in cui si lavora. Tuttavia, quando una professione viene pagata meno di altre che richiedono una preparazione simile, diventa più difficile renderla attrattiva e valorizzarla.

Ma studenti e docenti, comunque, non chiedono necessariamente le stesse cose. Sarebbe sbagliato sostenere che le due categorie hanno obiettivi identici. Gli studenti chiedono soprattutto una scuola in cui imparare bene, essere ascoltati e trovare opportunità per il futuro.
Gli insegnanti chiedono anche salari adeguati, stabilità lavorativa, tempo per preparare le lezioni e condizioni professionali migliori. Non è un caso se proprio negli ultimi anni si parla sempre più spesso di burnout tra gli insegnanti, un fenomeno che molti docenti descrivono come una vera e propria condizione di esaurimento fisico ed emotivo. Si parla di una scuola nella quale al tradizionale compito educativo si sono aggiunti carichi amministrativi (eccesso di burocrazia, la mole di adempimenti richiesti fuori dall’orario di lezione e la continua reperibilità imposta dalle piattaforme digitali e dalle chat), responsabilità crescenti e una gestione sempre più complessa delle relazioni con studenti e famiglie. Alla fine il benessere personale degli insegnanti balza al primo posto: stress cronico, ansia, insonnia e perdita di motivazione finiscono per incidere sulla qualità dell’insegnamento e sulla vita scolastica nel suo complesso.
Il rischio che viene messo in evidenza, i due problemi si incontrano. Se mancano insegnanti, gli studenti rischiano di perdere ore di lezione. Se le classi sono troppo numerose, diventa più difficile seguire ogni ragazzo. Se gli edifici sono in cattive condizioni, a risentirne sono sia chi studia sia chi insegna. Se il lavoro dei docenti non è riconosciuto, la scuola rischia di perdere competenze ed esperienza. In questo senso, la protesta degli studenti francesi e le manifestazioni italiane pongono una questione comune.
Interessante a questo punto, o quanto meno curioso, sono le risposte, molto diverse, date dai due governi. Nessuno sostiene che sia facile dare risposte su questi temi, tanto trascuranti nel tempo. Ma le differenti reazioni mostrano, oltre alla difficoltà, anche una differente sensibilità al tema. In Francia, dopo le prime proteste, il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray ha annunciato il piano per assegnare 3.000 docenti alle scuole più colpite dalla carenza di personale. È stata una prima risposta, comunque.


In Italia, dopo le manifestazioni del 16 ottobre, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha condannato gli episodi di violenza avvenuti durante alcuni cortei. Condanna necessaria, indubbiamente. Ma nulla sulle richieste dei giovani e studenti. Le richieste degli studenti sulle condizioni delle scuole, sulle risorse per l’istruzione e sull’inclusione meriterebbero una risposta distinta dagli episodi di tensione, tra l’altro non proprio provocati da loro direttamente. Non solo annunci, verrebbe da dire, ma dati sui fondi destinati alle scuole, sulle assunzioni, sugli stipendi, sugli edifici da sistemare e sulle misure che diventano effettivamente operative. Il Pnrr aveva promesso molto in questo senso, realizzato poco, quasi nulla.
Insomma, alla fine anche in Italia, le proteste non dimostrano che tutti gli studenti siano scontenti o che tutti gli insegnanti condividano le stesse richieste. Mostrano però che esiste una domanda di cambiamento che non può essere liquidata soltanto come conflitto politico o problema di ordine pubblico. I ragazzi chiedono di essere presi sul serio. Gli insegnanti chiedono che il loro lavoro sia riconosciuto e sostenuto. Entrambi dipendono dalla qualità delle relazioni, dalla disponibilità di risorse e dalle decisioni di chi governa la scuola.
Il punto d’incontro, oggi sembra essere soltanto scendere insieme in piazza. Ma certo non può essere solo questo. È riconoscere che la qualità dell’insegnamento e la qualità dell’apprendimento sono due facce dello stesso problema. Una scuola che non riesce a garantire docenti preparati, condizioni di lavoro dignitose e attenzione agli studenti rischia di indebolire il proprio compito fondamentale: offrire a tutti la possibilità di imparare e costruire il proprio futuro. E ciò dipende o si misura da quanto è disposti a offrire loro.

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