
La meraviglia è il momento in cui qualcosa ci chiama prima ancora che noi decidiamo di rispondere, è un’apertura, una fenditura nella superficie delle abitudini, dove il ragazzo, e l’adulto con lui, si scopre ancora capace di lasciarsi toccare.
Mi trovo come osservatrice di un incontro del laboratorio Barbiana 2040, in una seconda media. La docente e i ragazzi stanno discutendo di attrazioni e repulsioni relazionali quando due alunni vengono mandati in aula di scienze a recuperare una calamita e una clessidra con polvere di ferro. Oggetti semplici, quasi antichi, che riescono ancora a catturare l’attenzione nell’era dello schermo.
La curiosità naturale non è scomparsa: è solo coperta da saturazione, abitudine, sfiducia.
Wow, penso. Gli adolescenti sanno ancora stupirsi!
Si alzano, si avvicinano, si contendono il diritto di provare, sperimentare. Mi accorgo che la meraviglia, anche a questa età, è un aggancio cognitivo potentissimo: non infantilizza, ma interrompe la routine dell’astrazione scolastica e riporta il pensiero al corpo, all’esperienza, al mondo. Conferma ciò che penso da tempo: l’apprendimento, a qualsiasi età, nasce dall’esplorazione non dalla prestazione.
La calamita sorprende perché “agisce a distanza”: attrae il metallo senza toccarlo. Per molti sembra quasi un trucco, e proprio questo stupore diventa il punto di partenza ideale per parlare di forze invisibili, campi magnetici, curiosità scientifica.
È spesso da qui che nasce il desiderio di capire.

A 12 anni molti ragazzi appaiono “spenti” non perché incapaci di meraviglia, ma perché raramente incontrano qualcosa che li coinvolga davvero. La clessidra e la calamita interrompono per un attimo il circuito del voto, della risposta giusta, dell’ansia da prestazione, chiedono solo di osservare e questo abbassa le difese.
Sono spesso proprio gli alunni più difficili a diventare improvvisamente presenti quando qualcosa appare “vero” ai loro occhi.
La meraviglia incrina la corazza del distacco, quella che gli adolescenti indossano per proteggersi dalla noia, dal giudizio, dal sentirsi inadeguati.
Non è regressione infantile: è un bisogno umano fondamentale. Anche gli adulti cercano continuamente esperienze che restituiscano senso di scoperta — nella scienza, nell’arte, nei viaggi, nella musica, nelle relazioni.
Esco dall’aula piacevolmente meravigliata perché ho visto accadere ciò che la scuola, quando è viva, sa fare: riaccendere il desiderio di capire.
In quella seconda media, non sono la calamita o la clessidra a fare il miracolo, è il fatto che qualcosa, finalmente, non chiede di essere “performato”, ma abitato, qualcosa che non pretende una risposta, ma offre un varco.
La calamita che “agisce a distanza” diventa una piccola metafora educativa: ci sono forze che non si vedono ma che operano, ci sono legami che non si toccano ma che tengono e ci sono insegnanti che non impongono ma rendono possibile.




