Dignità umana e compiti di realtà, la via per orientare ai valori

“Ogni anima è un universo di dignità infinita”. Così scriveva don Lorenzo Milani in Esperienze pastorali delineando un carattere essenziale che ogni essere umano deve necessariamente avere di fronte ai suoi pari «al di là di ogni circostanza» (Fratelli Tutti, n. 106). Il fatto stesso che si definisce ogni anima come un “universo” implica che è da esplorare, conoscere e amare ma al tempo stesso non riconducibile a quello che osservo e non sottomettibile alle proprie idee manipolatorie.
A più di 60 anni di distanza, la Chiesa ha pubblicato,  il 2 aprile 2024,  una dichiarazione intitolata proprio “Dignitas infinita”: queste pagine sono il prodotto di un lavoro di cinque anni del Dicastero per la Dottrina della Fede e già questo ci basta per affermare che siamo di fronte ad un documento maturo e per nulla improvvisato; non a caso è passato attraverso varie stesure e sotto la supervisione di molti esperti. 

Oggi, è facile farsi travolgere dalla cosiddetta Cultura dello scarto” dove tutto è valido e buono nella misura in cui è utile a un fine in grado di generare profitto. Come afferma Papa Francesco questa “patologia” è «la visione distorta della persona, uno sguardo che ignora la sua dignità e il suo carattere relazionale» (Udienza generale, 12 agosto 2020). Questo  sguardo non contribuisce a edificare armonia all’interno della grande orchestra che è l’umanità bensì mira a togliere le note stonate, gli strumenti inadeguati e le voci non in linea con il tutto: in poche parole guardiamo agli altri come oggetti, da usare e scartare quando non più compatibili con le nostre aspettative. In realtà, questo tipo di sguardo acceca e fomenta una “cultura dello scarto” individualistica e aggressiva, che trasforma l’essere umano in un bene di consumo. Nella luce della fede cristiana sappiamo, invece, che Dio guarda all’uomo e alla donna in un altro modo: Egli ci ha creati non come oggetti, ma come persone amate e capaci di amare; ci ha creati «a sua immagine e somiglianza» (Gn 1,26).

In queste righe vorrei dare una panoramica che si configura come assaggio di quello che la Dichiarazione offre, in quanto intreccia molto bene una disciplina che compete ad ogni docente, ovvero “Educazione civica”.
Educare alla “buona civiltà” non significa semplicemente stendere degli obiettivi di conoscenza e di abilità circa le regole della buona convivenza, simulare delle situazioni per realizzare compiti di realtà al fine di verificare l’apprendimento, bensì un allenare gli alunni ad apprezzare una giusta e buona riflessione che fa dei valori il trampolino di lancio per portarli a vivere responsabilmente nella società civile.


Ebbene, all’interno del testo troviamo un’infinita serie di punti che meriterebbero un’attenta riflessione in tutte le scuole di ogni ordine e grado: in termini di teoria della dignità umana non troviamo riflessioni innovative circa le questioni morali, ma le parole utilizzate nella dichiarazione osano andare controcorrente nei confronti di criteri totalmente arbitrari, mostrando fedeltà alla missione della Chiesa, che San Giovanni Paolo II qualche decennio prima aveva indicato come “diaconia della verità” (Veritatis splendor).

Purtroppo, molte informazioni provenienti dai mezzi di comunicazione sociale si sono soffermati sui cosiddetti “no” che la Chiesa affida alla riflessione di ogni lettore ma all’interno del testo c’è una lunga parte che prepara ad una corretta interpretazione di tante situazioni odierne. Pertanto nelle prime tre parti la dichiarazione richiama i fondamentali principi e presupposti teorici che si mostrano come numerosi “sì” inconfutabili, al fine di poter offrire importanti chiarimenti che possono evitare le frequenti confusioni che si verificano nell’uso del termine “dignità”.
Poste così le fondamenta per intraprendere una corretta riflessione, nella quarta parte, si affrontano alcune situazioni problematiche attuali in cui l’immensa e inalienabile dignità, che spetta ad ogni essere umano, non è adeguatamente riconosciuta. In queste poche righe, per evitare di dilungarmi troppo, vorrei offrire una panoramica dentro la quale ognuno può cercare un miniera di spunti di lavoro che mi impegnerò ad approfondire prossimamente.
Ecco le questioni morali: il dramma della povertà (nn. 36-37), la guerra (nn. 38-39), il travaglio dei migranti (n. 40), la tratta delle persone (nn. 41-42), gli abusi sessuali (n. 43), la violenza contro le donne (nn. 44-46), l’aborto (n. 47), la maternità surrogata (nn. 48-49), l’eutanasia e il suicidio assistito (nn. 51-52), l’emarginazione dei diversamente abili (nn. 53-54), la teoria del gender (nn. 55-59), il cambio di sesso (n. 60), la violenza digitale (nn.n 61-62). Certamente questa dichiarazione non ha la pretesa di esaurire un argomento così ricco e denso, tra l’altro in continua evoluzione di pensiero e azione, ma «intende fornire alcuni elementi di riflessione».

In conclusione, come afferma il teologo don Alberto Piola in un recente articolo pubblicato sul quotidiano Avvenire, la visione lanciata dal magistero della Chiesa si può configurare come una proposta “dal basso” offerta a tutti per riconoscere la dignità che, come sosteneva la silenziosa voce profetica di don Lorenzo Milani, ogni essere umano possiede come dono fin dal proprio concepimento; dunque valida anche per chi non crede e, come ricorda per ben undici volte il testo, «al di là di ogni circostanza».

Torna in alto