Identità in bilico: quando i ragazzi ci chiedono di essere visti

La prima aderenza alla realtà è lo sguardo, occorre coltivare un’autentica cultura dello sguardo: uno sguardo integrale, totalizzante, complessivo, deve avvolgere l’alunno che abbiamo di fronte e la sorpresa ci sovrasta quando intercettiamo lo sguardo di una nuova alunna e un nuovo alunno come è capitato a me, in una classe seconda media.

Immediatamente ci troviamo davanti ad una potenza che si sprigiona nell’atto stesso di essere e di fare. Osserviamo la postura, la disponibilità alla collaborazione, l’apertura della curiosità, la gestione dei materiali scolastici, dalla penna all’utilizzo del libro e del quaderno. Si darebbe la vita, per poter creare un flusso di positività, di bellezza e di desiderio nei ragazzi che abbiamo di fronte, in un giorno qualsiasi di quella che chiamano società patoplastica e algofobica.

Oggi tutto è diverso da uno o due anni or sono. Le dinamiche affettive e intrapsichiche che caratterizzano le relazioni tra adulti e adolescenti si dipanano in una cornice  sociale e culturale che ha una forte influenza su di esse. I costumi e i valori della società attuale sono più che mai pieni di contraddizioni. Si inneggia alla rimozione del dolore in ogni sua dimensione. Questi aspetti costituiscono le fondamenta su cui si instaurano le vicende evolutive attuali rendendo sempre più complesso delineare il confine tra le nuove normalità di comportamento e funzionamento e le nuove forme di disagio. L’espressione del malessere, in quest’ottica, appare dunque la forma più autentica di rimostranza nei confronti di un mondo dissociato in cui si rischia di perdere il senso di sé e della propria esistenza. Gli adolescenti sofferenti spesso hanno trovato il coraggio di segnalare a modo loro, come non sia più tollerabile la maniera in cui vanno le cose e quelli attraversati dal disagio, hanno bisogno di dare voce ai loro dolori attraverso un pensiero che si presenta caotico e confuso.  Per favorire la crescita e il futuro è necessario prima di tutto compiere una virata culturale e sociale rapida e immediata, che colga proprio dai messaggi che ci inviano i ragazzi più addolorati, la direzione del cambiamento. Può essere difficile per gli adolescenti restituirci il senso dei momenti di profonda crisi che li hanno portati a pensare di voler morire, tagliarsi, digiunare, a ritirarsi in casa. Spesso in un primo momento non c’è pensiero, solo assenza di significati, azioni sconsiderate che parlano al posto loro . Tutta la rabbia e la frustrazione vengono dirette verso il Sé, senza poterle mentalizzare.


Occorre inizialmente dialogare con il loro malessere nella sua volontà di legittimarsi, concedendo ad esso spazio per essere compreso, narrato e ricostruito. Se guardiamo al microcosmo familiare in loro sembra avvenuta una identificazione profonda con le fragilità adulte che spesso chiedono di rinunciare alle proprie istanze, all’interno delle prime esperienze di accudimento di attaccamento. “Gli adolescenti hanno imparato molto presto che per sopravvivere psichicamente è necessario occuparsi del benessere mentale dei propri adulti di riferimento hanno messo da parte i propri bisogni più autentici per consentire alla madre, al padre, all’insegnante, ai dettami del mondo di inserirsi nella loro mente con i propri bisogni” ( Soffrire di adolescenza” di L.Cirillo, Cortina editore, 2024).


Lavorare sul ruolo adulto significa quindi, riconnetterlo con l’adolescente reale con i suoi bisogni più autentici, differenziandoli dal fantasma interno con cui si sono sintonizzati. È come se i ragazzi si trovassero seduti in grembo un bambino che appartiene ai genitori e di cui loro si dovrebbero occupare. Questo piccolo bisognoso impedisce agli adolescenti di pensare a sé, di alzarsi, perché pretende continue rassicurazioni, cure e attenzioni. Se gli adulti non si avvicinano per farsi carico di quel bambino, i ragazzi non riescono a liberarsene. Questo carico emotivo si aggiunge alle fatiche connesse al bisogno di separarsi dal bambino che si è stati fino a poco tempo prima e da cui diventa impellente prendere le distanze, per non restare impantanati nella crescita.  A differenza degli adolescenti di pochi anni fa, quelli attuali non sono stati necessariamente impreziositi e rispecchiati ma abituati a non riporre troppa fiducia nella dipendenza dai legami affettivi, oltre a non poter esprimere i sentimenti negativi. L’adolescenza e la crisi che comporta possono rappresentare un’occasione importante per maneggiare la crescita a patto che tutti i soggetti in gioco riescano a trasformarsi a vivere la seconda nascita. Il punto non è scoprirsi fallimentari, bugiardi, incompetenti, incapaci, ma sentirsi cattivi, distruttivi oppure non sentire più nulla. La dissociazione interviene quindi come difesa dal dolore intollerabile per l’assenza del sé.


La speranza verso il futuro e verso l’uscita dal dolore non può che partire dunque dal presupposto di attraversarlo completamente. Il compito degli adulti non può prescindere dalla necessità di rimettere insieme i pezzi della storia che hanno vissuto internamente, guardare insieme le loro ferite il primo passo per trasformarle creativamente in speranza, vitalità e progetto, attribuire significato al dolore e renderlo narrabile, educare andando insieme a caccia di  parole per costruire le loro identità sgretolate o svuotate.
Solo legittimando il senso delle ferite degli adolescenti possiamo avvicinarci a loro e risultare credibili aiutarli ad ampliare la prospettiva trovare insieme soluzioni nuove e risorse che non siano calate dall’alto. Lo sguardo dell’adulto che non banalizza e non sposta tutte le sue attenzioni solo sugli affetti positivi è fondamentale per aiutare i ragazzi a ricostruire il presente e investire in un futuro possibile. Spesso i ragazzi alzano il tiro del loro malessere proprio quando non viene accolto e riconosciuto il disagio di partenza.

Prometeo rubò il fuoco agli dei e questo costò a noi umani una punizione Divina. Questa prese le sembianze di Pandora una splendida fanciulla a cui venne regalato un vaso contenente tutti i mali del mondo con il precetto di non aprirlo mai. La curiosità di Pandora fu più forte del divieto e la ragazza ruppe il vaso, come sappiamo. Solo Elpis che in greco significa speranza, non riuscì a uscire, perché Pandora chiuse il vaso prima che potesse fuggire. Possiamo portarla sempre racchiusa in noi, ma con la consapevolezza che ci dovrà fare compagnia in un cammino in cui non potremo fare a meno dell’esperienza del dolore. I nostri ragazzi vanno guardati per legittimare il loro diritto di esistere, di essere anche fragili, tristi, imperfetti, autentici in un mondo dissociato che non riesce più a dialogare davvero con le dimensioni affettive e identitarie.
Non ci resta nulla di più interessante che costruire dal basso, dall’ascolto attento un laboratorio di pensiero, di parola, di riflessione, di dialogo aperto che possa diventare flusso di scrittura collettiva. Don Milani aveva guardato lontano quando da Barbiana, realtà periferica nel cuore del Mugello, aveva vagheggiato e profetizzato attraverso il suo sguardo di educatore e di maestro, l’identità luminosa e unica che può caratterizzare uno studente che diviene uomo.
Perché di sguardo si tratta.
Di uno sguardo che veicoli identità.

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