La priorità oggi: educare all’attenzione per ritrovare il senso e il desiderio di un proprio futuro

Rientrando nel cantiere della storia, mi ritrovo già completamente coinvolta ed esposta alla sfida di educare che si nutre innanzitutto – come afferma anche Papa Leone XIV nella sua enciclica, Magnifica Humanitas – dell’ igiene dell’attenzione.
Questa cura particolare, come stile quotidiano e ordinario consiste innanzitutto nel cessare di sorprendersi dello smarrimento che- rientrando- troviamo in classe.
Il primo dato che rimbalza nell’aria è la fatica dei nostri ragazzi ad accogliere la realtà nel suo insieme, la difficoltà nel saper narrare la bellezza dell’estate trascorsa, di ipotizzare la scelta della scuola superiore, la loro sospensione nel porre domande di senso. È molto difficile per i nostri ragazzi connettere le informazioni e le conoscenze, mentre si moltiplicano quelle frammentarie, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali.
Ma è altresì stupefacente accorgersi che il nostro desiderio più profondo di docenti non della prima ora diviene nel tempo, quello di divenire artigiani dell’educazione,  disponibili a un lavoro quotidiano, paziente, sostenuto da alleanze educative ampie e condivise. Negli occhi dei ragazzi in questo senso, già in questi primi giorni in cui si spalanca davanti a noi l’anno scolastico, si legge la mendicanza di sguardo ed un bisogno irrinunciabile di prossimità, di mutuo sostegno. Nessuno di loro nonostante l’invito chiaro ed accorato è riuscito ad entrare durante i mesi estivi, nelle piattaforme virtuali che permettevano loro di accedere ad alcune scuole superiori. Nessuno di loro sembra credere più in alcuni dei progetti che per due anni sono stati specificamente abbozzati, ideati e perseguiti  per lanciarli nel protagonismo e nell’ottica del benessere e dell’attenzione.
Alla domanda su quali siano i desideri e gli obiettivi per il nuovo anno, si oppone un “niente”, e “nessuno” come risposta puntualmente smentita da uno sguardo nuovamente e confusamente disponibile a lasciarsi raggiungere, anche in chiave di fiducia.

Nelle prime ore del primo giorno, mi hanno impressionato due richieste:
1. svolgere un tema, il giorno successivo al primo
2. fissare il laboratorio di scrittura collettiva.


Inoltre tra i desideri formulati ne ho rinvenuto uno unico, che mi ha suscitato un sorriso convinto, di tenerezza assoluta : fare tanti soldi.
Una risposta sufficiente ed interessante da essere presa sul serio, senza dissuadere, ne’ polemizzare ma alzando l’asticella della motivazione probabilmente schiacciata dalla cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che spesso alimenta stanchezza noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per conseguire il vero.
Certamente i soldi si rivelano utili per vivere, ma occorre entrare nel vivo  di chi ne gestisce tanti e non è felice come molte figure popolari e ragguardevoli che non esitano a confessare la loro insoddisfazione profonda a fronte del  successo e della popolarità raggiunte.
Anzi spesso la velocità e la facilità con cui si ottiene, azzerano il desiderio.  Scrive infatti Platone che “le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica, impegnandosi nella discussione con gli altri a sfregare concetti e le esperienze come se fossero pietre focaie, finché noi non scocchi la scintilla della comprensione”.


È bello costatare che In tutti gli anfratti del reale troviamo il suggerimento sapiente di utilizzare la pedagogia della sosta: prendere sul serio cuori e menti ferite, per ripartire a chiudere il cerchio allenando il pensiero e la parola che creano percorsi e avviano i processi.
Solo l’attenzione permette di sviluppare un autentico pensiero critico e creativo in cui sia possibile avviare processi utili per connettere le informazioni le conoscenze senza perdere l’orizzonte di senso. Così possiamo chiedere direttamente ai nostri ragazzi come veri interlocutori quali siano le sfide i rischi che avvertono più urgenti nell’epoca che stiamo vivendo… La pienezza del vivere consiste forse nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, nell’eliminare l’imprevisto, nel controllare ogni cosa?
Chiediamo a loro, cosa rischiamo di perdere e non possiamo accettare che avvenga. Chiediamoglielo già al primo laboratorio di scrittura collettiva di quest’anno, stimolando domande a dismisura, per leggere attraverso il loro punto di vista, se la scuola promuove l’igiene di un’attenzione reale, oppure con la sua efficienza corredata di progetti, con la sua velocità al passo con la società di cui siamo parte, rimane a distanza siderale dagli stili di vita della loro realtà di provenienza e dalla loro spesso ristretta, cultura informale.

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