Scampia, dallo spaccio alla comunità: educare per cambiare destino di bimbi, famiglie e territorio

Io non sono e non faccio l’insegnante. Ma vi racconto un po’ la mia storia di operatore sociale e di educatore a Scampia, un quartiere di Napoli che purtroppo la cronaca degli ultimi anni ci ha restituito e continua a restituire alla nostra attenzione, spesso esagerando, soprattutto per fatti di cronaca.
Io sono nato e cresciuto lì, in questo quartiere, appartengo a una generazione che lì ha vissuto la camorra come una dittatura. La camorra ha dettato legge per quarant’anni sui quei territori. Ma la storia che vi racconto non è la storia di un insegnante, ma la storia che ha a che fare con l’educazione, con la pedagogia e soprattutto con le scuole, che se non ci fossero state in quel quartiere sarebbe stato tutto ancora più complicato. Sono nato e cresciuto lì e della mia generazione, chi si salvava, era l’eccezione.

La camorra dettava legge come modello culturale vincente, di fronte al quale lo stesso Stato abbassava la testa, salvarsi quindi era davvero un’eccezione. Purtroppo le strade, i destini di ciascuno di noi erano segnati: o ti schieravi con la camorra o te ne scappavi.
Noi abbiamo provato una terza strada: quella di provare a cambiare il quartiere dal di dentro, riprendendocelo e soprattutto provando a cambiarne le sorti di chi lo abitava, di chi lo viveva, creando una comunità che potesse in qualche modo dare dal basso una sterzata al futuro di quel territorio.
Ero giovane, mi era appena iscritto all’università, la camorra mi aveva rubato un pezzetto della mia infanzia, conseguenza di una faida, e allora a quel punto mi sono detto: proviamo a fare qualcosa di pazzo. Non sapevamo nemmeno se potesse davvero funzionare, in un quartiere con il più alto tasso di evasione e depressione scolastica. Stiamo parlando del 2008.


E allora che cosa potevamo fare? La prima cosa era riportare a scuola i bambini, che avevano il diritto negato a frequentare la scuola. E da dove partiamo? Partiamo da quei figli di camorristi, da quelli che a scuola non ci andavano non perché non ci volevano andare, ma perché i genitori lavoravano nell’industria della droga, quindi la notte i genitori tagliavano la sostanza, la confezionavano, spacciavano la droga per i clan. E i bambini restavano a casa e non andavano a scuola. E allora noi, ci siamo detti: partiamo da lì.
Ma come si porta un bimbo a scuola? Nessuno lo e nemmeno io lo sapevamo. Abbiamo fatto qualcosa forse nel modo più idiota che ci è venuta in mente. Siamo andati casa per casa, abbiamo bussato alla porta, li abbiamo svegliati, vestiti, trascinati fisicamente e portati a scuola, come si fa con i sacchi di patate. Se qualcuno ha visto il film “Io speriamo che me la cavo”, ecco abbiamo fatto proprio così. Anche se le scene erano un po’ più colorite da schiaffi, sputi e calci.

Però l’idea era quella, anche se in un primo momento il progetto non funzionava esattamente, i ragazzini non volevano tornare a scuola. Primo, perché non si svegliavano più a mezzogiorno. Secondo, perché non c’era il supporto dei genitori in questa impresa. E terzo, perché la camorra li impiegava per fare le vedette alle piazze di spaccio, e quindi avevano anche la possibilità di guadagnare qualcosa.
E allora abbiamo cominciato a metterci in discussione noi.
Ancora una volta noi eravamo quelli che riproponevano in quel quartiere un modello fallimentare. Eravamo i “salvatori”, eravamo i “buoni” che andavano a salvare i cattivi, eravamo quelli che andavano a salvare i figli del camorrista. Li strappavamo da un contesto a loro familiare, naturale, li portavamo in una scuola, in un contesto però a loro estraneo.
Quando abbiamo cominciato a metterci in discussione, quando abbiamo smesso di pensare ai “buoni e ai cattivi”, e abbiamo smesso di andarli a prendere, i figli di camorristi, la situazione cominciò a cambiare.
Abbiamo capito che la situazione stava cambiando non solo quando i bimbi hanno cominciato ad aspettarci sotto casa, con gli zaini sulle spalle, e li andavamo a prendere e li portavamo in scuola, ma abbiamo capito che qualcosa stava cambiando quando sono stati gli stessi genitori a scriverci dal carcere dicendoci di tenere i loro figli con noi, di non fargli fare la loro stessa fine. E allora abbiamo capito che la strada era quella giusta, quella di “educare” il bimbo ad andare a scuola, non quello di “portare” il bimbo a scuola. In quelo momento dovevamo quindi lasciare la linea difensiva per passare all’attacco.


E passare all’attacco significava due cose: creare opportunità concrete, ma anche esterne alla scuola, perché poi il bimbo tornava a casa e quindi dovevamo lavorare di nuovo con la famiglia di bimbi camorristi. Ma soprattutto prendersi cura dell’intero gruppo familiare, perché se c’era una mamma che non riusciva a svegliare il bimbo per mandarlo a scuola, significava che bisogna lavorare prima sulla mamma e poi sul bimbo. E quindi ancora una volta abbiamo azzardato: siamo andati oltre anche le aspettative che avevamo noi, abbiamo individuato una struttura all’interno del quartiere, partendo da un presupposto molto semplice anche se non sapevamo sarebbe stato quello giusto: per riscattare la storia delle persone che abitavano in quel territorio, bisognava riscattare il territorio, riscattare il contesto. Non ci poteva essere salvezza del singolo senza riscattare il territorio, e viceversa.

E quindi abbiamo “preso” una struttura, un’ex scuola tra l’altro, abbandonata, chiusa, dismessa, che la camorra aveva occupato prima trasformandola in un deposito di armi, e poi dopo aver tolto le armi, tagliato i cancelli, abbattuto le pareti, l’aveva utilizzata come piazza di spaccio per vendere eroina all’interno della struttura.
Noi l’abbiamo occupata, ce la siamo fatta affidare dal Comune, e dopo sei anni di battaglia con l’amministrazione comunale che aveva preferito lasciarla nelle mani della camorra, l’abbiamo ritirata, bonificata completamente, pulita da 45 milioni di siringhe, 12 camion della spazzatura, 250 volontari provenienti da ogni parte d’Italia, soprattutto giovani, scout, associazioni, parrocchie, tutti arrivati per darci una mano a bonificare quel pezzetto di territorio.
Oggi quella fabbrica di morte è diventata un centro polifunzionale, un’Officina delle Culture dedicata a Gelsomina Verde, una vittima innocente di camorra ammazzata nella faida di Scampia, una giovana ragazza di soli 20 anni,  perché si era concessa il lusso di dire alla camorra che non voleva essere complice di un omicidio, non voleva raccontare alcuna informazione alla camorra. E fu per questo suo rifiuto, prima torturata e poi ammazzata e bruciata in un’auto.

Ci tenevo a ricordare Gelsomina Verde in questa giornata, in cui si ricordano le vittime innocenti di camorra, Gelsomina era una ragazza di un quartiere semplice, uccisa a 20 anni.
Ma il suo coraggio rappresenta uno spartiacque nella narrazione e nella storia di quel territorio. Ecco, in quella struttura oggi non solo ci vengono i giovani, perché è diventata un centro polifuniozionale, ma ci sono 10 realtà sociali, all’interno ci sono palestre, c’è una scuola di musica con una sala di prova e una sala di incisione, c’è anche una fattoria con animali sequestrati alla camorra, di cui si occupano i bambini, c’è un laboratorio di artigianato, due case famiglie e sta nascendo una pizzeria sociale per farci lavorare i detenuti all’interno della struttura, perché l’intera struttura dopo essere stata bonificata e ristrutturata da detenuti del carcere di Secondigliano, da 120 detenuti all’anno, da più di 12 anni, quindi più di 1000 persone sono passate a lavorare in quella struttura, è un’opportunità per quelle persone di scegiere di cambiare vita, di chiudere con la camorra e di dare una sterzata alla propria vita, al proprio destino.


Ho la fortuna di contare sulle dita delle mani le persone che sono tornate a delinquere. E questo significa innanzitutto che c’è tanta voglia di riscatto, tanta voglia di cambiamento. Quello che però mancano ancora oggi sono ancora le opportunità, le occasioni vere per cambiare il proprio destino.
E questo rappresenta un fatto più importante, perché l’esempio di questi genitori che scelgono di cambiare vita, è un esempio che poi ovviamente ricade anche sui figli, su ragazzi che potranno avere davanti una scelta positiva e non l’esempio negativo commesso anni prima dai propri genitori.
Oggi in quella struttura vengono le mamme a fare attività sportiva, c’è una palestra, non solo per donne, ma dove ci sono 600 donne che fanno pilates, fitness, tutti questi sport un po’ particolari. C’è una palestra di karate a cui sono iscritti 400 bambini che vengono a fare karate e danza. E la cosa bella, forse anche un po’ cattiva, e un giorno forse me la perdonerò, è che chi non viene a fare il doposcuola non va a giocare a calcetto, non va a danza, non va a karate.
Tutto questo negli anni ci ha dato la possibilità di avere non solo 400 persone al giorno, ma tre quarti di questa fetta di persone, oggi sono bambini che vengono al centro per fare il doposcuola, vengono a fare attività sportiva, vengono a curare gli animali, a giocare con gli animali, c’è un campetto di calcio dove possono trascorrere il resto della giornata dopo aver fatto i compiti.

Io non mi illudo di essere un portavoce della pedagogia di don Milani. Ho premesso che non sono nemmeno un educatore. Sono laureato in filosofia, mi mancano ancora sei esami in Scienza dell’Educazione, però mi sarebbe piaciuto oggi avere un confronto con il priore, con  don Milani, soprattutto sul ruolo delle scuole aperte al territorio, o il territorio aperto alle scuole. Una situazione che noi viviamo con grande difficoltà. In un deserto come il nostro, se non ci fosse stata un’oasi come la nostra, i ragazzini avrebbero continuato a giocare sotto le piazze di spaccio, insieme e in mezzo agli spacciatori e ai tossicodipendenti.
Aprire queste strutture, e i beni confiscati, i beni comuni devono servire a questo, servono per aprire soprattutto le scuole al territorio, è il territorio che “invade” le scuole, e mi si perdoni l’immagine. Ma per noi è questa la grande scommessa da portare avanti sul territorio.

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