Scrivere insieme per stare meglio. La scrittura collettiva contro il bullismo delle parole

“Parole e pensiero: un ponte in continua manutenzione”. Questo è il titolo di un percorso nato in due classi quarte della scuola primaria Senza Zaino in cui presto il mio servizio come docente, a seguito di alcuni episodi classificati come “piccoli atti di bullismo”, che generavano esclusione dal gruppo, insulti e prese in giro dentro e fuori la scuola, minacce leggere, piccoli inganni o scherzi innocui…
Così, dopo una breve presentazione a cura del team docenti della situazione della classe, ho pensato di iniziare con loro un percorso, non preimpostato ma edificato in itinere, che ha visto muovere i primi passi proprio a partire dall’umile tecnica della scrittura collettiva. Nella vita quotidiana di una classe, le parole non sono mai neutre: costruiscono alleanze, feriscono, escludono o includono. Il bullismo verbale nasce spesso da un uso automatico e irresponsabile del linguaggio, ripetuto senza consapevolezza, favorito dall’influsso degli strumenti digitali che i nostri bambini e bambine utilizzano fin dalla loro tenera età. In questo senso, la scrittura collettiva può diventare una pratica educativa potente per rieducare all’uso delle parole, trasformandole da strumenti di offesa a strumenti di pensiero: l’albo illustrato “La fabbrica delle parole” (di Valeria Docampo e Agnès de Lestrade) ha dischiuso il sentiero, mettendo al centro il termine “PAROLA”.


Scrivere insieme costringe ciascuno a rallentare nel vortice della frenesia e dell’accelerazione che quotidianamente riceviamo dal mondo virtuale. Ogni parola viene discussa, scelta, per essere condivisa e com-presa all’interno della gruppo classe intesa come piccola casa al cui interno troviamo il grande cantiere della crescita umana. Questo processo rende visibile ciò che nel parlato aggressivo che ci viene rendicontato dai numerosi fatti di cronaca e non solo, resta implicito: il peso delle parole, le loro conseguenze, la responsabilità di chi le usa. «Il percorso ha guidato i bambini a riflettere sul valore delle parole, sul loro significato e sull’impatto che possono avere su sé stessi e sugli altri» sostiene una docente. Come ricordava Don Lorenzo Milani, «la parola fa eguali»: quando una classe lavora su un testo comune, nessuna voce domina definitivamente e il linguaggio diventa terreno condiviso, non arma di sopraffazione. Aderire a questa realtà, senza compromessi, è stato impegnativo perché era un continuo arare e zappare attorno alle tante pianticelle che rendevano unico e meraviglioso il giardino del gruppo classe, ma è stato altrettanto gratificante e appagante vedere che ogni minuto non era irrimediabilmente perso, bensì come un gradino aiutava a costruire il futuro, il trampolino di lancio per il recupero di un clima sereno e collaborativo. Rileggendo il cammino, posso sintetizzare le quattro tappe di questo percorso: anzitutto un lavoro immersivo sul termine “parola” in cui gesti e parole servono per dire chi sono. Da qui è nata la seconda tappa che ha messo a fuoco come le parole e i gesti generano emozioni positive/negative. Di riflesso e in continuità, abbiamo visto come dalle emozioni si generano nuove parole e nuovi gesti. E ora, siamo in attesa del  manifesto della classe 4^B/C: un risultato e un impegno!


Ha preso così forma la scrittura collettiva a partire da un semplice input audiovisivo: il Manifesto della comunicazione non ostile. Questo l’incipit: «Le parole sono importanti, molto importanti, soprattutto se sono l’unico o il principale strumento per comunicare idee, opinioni, sentimenti o stati d’animo ed è quindi essenziale saperle e volerle usare nei migliore dei modi. È davvero facile fraintendere le parole o usarle in maniera frettolosa dimenticando che anche una singola parola può avere un potere eccezionale: può emozionare, colpire, offendere se non addirittura escludere e discriminare. Scegli sempre con cura le parole!» Il frutto di questo lavoro lo vedremo prossimamente quando l’elaborato sarà ritenuto concluso da tutti i membri della classe.
Dal punto di vista pratico, la scrittura collettiva permette di rielaborare episodi di conflitto senza esporre direttamente i singoli. Un fatto accaduto in classe può essere trasformato in racconto, lettera o regolamento narrato, spostando l’attenzione dal “chi ha sbagliato” al “che cosa è successo”, “come lo possiamo dire” e soprattutto “quale soluzione possiamo costruire insieme”. In questo modo, il gruppo impara a nominare le emozioni, a riconoscere le ferite prodotte dalle parole e a immaginare alternative linguistiche più rispettose.


Questa pratica educa anche alla coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Se una parola offensiva viene riconosciuta come tale nel testo collettivo, diventa più difficile legittimarla nella vita quotidiana della classe. «Gli alunni hanno compreso come le parole possano costruire relazioni positive oppure ferire, imparando progressivamente a utilizzarle con rispetto e responsabilità» ricorda una collega al termine di un incontro. La scrittura, così, non resta esercizio scolastico, ma diventa dispositivo educativo che incide sui comportamenti e sul bene-essere della vita del gruppo. Come sottolinea Paulo Freire, «la parola non descrive soltanto il mondo: lo trasforma» (Pedagogia degli oppressi, 1968).
Nella routine scolastica, la scrittura collettiva non elimina automaticamente il bullismo, ma costruisce un clima in cui il linguaggio viene pensato prima di essere agito, estirpando ed estinguendo i meccanismi che generano il negativo che spesso prende il sopravvento. «Questo lavoro ha avuto riscontri positivi, favorendo nei bambini una maggiore attenzione al linguaggio e ai comportamenti comunicativi nella vita quotidiana» afferma con soddisfazione un insegnate che ha partecipato al percorso. Educa la classe a riutilizzare le parole in modo responsabile, a riconoscerne la forza e a scegliere, progressivamente e responsabilmente, di non usarle per ferire. È in questo lavoro lento e condiviso che la parola torna ad essere strumento di relazione e non di dominio: i miracoli educativi sono ancora possibili, grazie all’impegno e al coraggio di tutti! Così scrivono le docenti delle due classi: «hanno imparato a “prendersi cura” dell’altro anche attraverso il linguaggio. La parola è diventata così uno strumento di incontro e non più di scontro, favorendo un clima di classe sereno e collaborativo. Le relazioni interpersonali ne sono uscite nettamente rafforzate, con una drastica riduzione dei conflitti e una crescita spontanea dell’empatia e del rispetto reciproco».   

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