
Nella grande opera rappresentata da Casa Escuela Santiago 1 e Mil Caminos, un posto prezioso ed esclusivo occupa il metodo terapeutico così necessario per riscattare e riabilitare alla vita, prima che nella società i giovani devianti,vulnerabili ed esclusi da integrare ecosocialmente.
Tale metodo pesca nell’alveo della pedagogia compensativa ed emancipativa che corre da don Milani a Paulo Freire, con un approccio particolare desunto da Steve de Shazer (1940-2005) psicoterapeuta, autore, sviluppatore e pioniere della terapia breve focalizzata sulla soluzione. Si tratta di un modello terapeutico costruttivista, sistemico, centrato sulle soluzioni di una terapia breve che si esplica come profezia autorealizzante.
L’azione terapeutica quindi, intende solamente curare, recuperando la tenerezza, per rinvenire sempre e solo la positività insita in ciascuna persona, come risorsa umana unica e ricca.
Sono bandite le attribuzioni di colpa e la cura si attua con sospensione del giudizio.
In questa tensione a volgere tutto dal negativo al positivo, incrementando l’autocoscienza del singolo che ne scatena forza e coraggio di non arresa, si snoda tutta la filosofia della cura che equipara il lottare al vivere.
I principi fondamentali da lui fissati nel 1989 in “ Principi cardine della Terapia Breve Centrata sulla Soluzione”, sono tre:
- partire da problematiche riportate e non latenti
- principio “ amplificazione”: far leva su ciò che ha funzionato in passato così da rafforzarlo ed espanderlo
- focalizzarsi su ciò che ha funzionato, senza accanirsi su strategie disfunzionali

Dal 2007 ci sono state ulteriori riflessioni ed evoluzioni come la terapia dei piccoli passi, l’attenzione al linguaggio, le soluzioni talk attraverso domande appropriate, che guidino ad un futuro creabile e accompagnino il giovane come artefice e costruttore del proprio destino.
Poco dopo essere approdati alla Casa -Escuela Santiago 1 di Salamanca, abbiamo assistito ad una seduta terapeutica rivolta ad una ragazza dell’età di diciotto anni circa.
La terapia si è svolta a porte chiuse con Jesus Garrote direttore dell’Istituto.
Lei si è presentata con imbarazzo e disagio dovuti al comportamento della sera precedente in cui si era abbandonata alla droga e all’alcool.
La ragazza aveva alle spalle un passato doloroso di abbandono, traumi di violenza ed esclusione sociale. Provo a descrivere lungo lo sviluppo del dialogo, alcuni accenti eminentemente milaniani nel modo di procedere:
- la sistematicità nel dare la parola per condurla alla consapevolezza, pescando nella sua cultura informale, senza criminalizzare
- il rispetto e l’osservazione dei dati di realtà con cui affrontava il colloquio, invitata a esternare e dichiarare quanto apparteneva al suo vissuto
- saper generare un atteggiamento disponibile a lasciarsi interrogare secondo la maieutica socratica di sospensione del giudizio, che sa sospingere al racconto autentico
- l’utilizzo dell’ironia come aiuto a smascherare per cercare la verità di fondo
- la ricerca puntuale nel suo vissuto affinché nascessero “ riscatti” capaci di attivare il suo spirito critico
- giocare e far leva sulla densità semantica delle parole come eroina, a cavallo tra trasgressione e consapevolezza per poter vivere una condizione di estrema dignità identitaria e sociale.
Intendo sottolineare anche la puntualità estrema con cui il dialogo era fissato su una lavagna, come strategia semplice e funzionale a restare sui dati, senza indietreggiare o finire in meta- dialogo per entrambi, in balia delle reazioni emotive.
Il potere ipnotico dell’adulto di riferimento sgorgava poi, interamente da un’autorevolezza quotidiana giocata e vissuta, riconoscibile nel tempo cui poter tornare in modo sistemico, costruttivista e “amplificatorio”.
Il sostrato educativo faceva poi da sfondo all’intera pratica terapeutica sollecitando in lei – oltre e al di là delle reazioni istintive- anche riso e scherno di sé, come sinonimi di fiducia riconquistata.
3 – Continua
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