
Fra qualche settimana molte famiglie accompagneranno i propri figli davanti al cancello della scuola: tornare a scuola può essere una vera boccata d’aria fresca per certi studenti che durante l’estate, per svariati motivi, non hanno nessuna occasione di socialità, vivendo di attività-parcheggio in attività-parcheggio, per altri ragazzi invece diventa l’inizio di un lungo periodo in apnea, dopo mesi con la famiglia e momenti di grande serenità.
Il termine francese per questo delicato momento settembrino è “la rentrée” che in italiano si traduce con “il rientrare” e se si riflette sul significato etimologico e spirituale del verbo rientrare, lo dobbiamo inevitabilmente scindere nelle sue componenti.
RI indica la ripetizione, il ritorno, la volontà di reiterare.
ENTRARE che dal latino significa penetrare dentro, varcare una soglia (la porta dell’aula ad esempio).
È una parola che contiene due movimenti fondamentali per l’apprendimento: un movimento verso l’interno, ossia sé stessi e una ripetizione di quel movimento.
Quando è presente un bisogno educativo speciale, l’inizio del nuovo anno porterà inevitabilmente con sé domande, attese e qualche comprensibile timore, sia nei docenti che negli studenti e nelle loro famiglie.
Settembre, in fondo, è sempre un tempo di ripartenze, e ogni ripartenza ci costringe a chiederci che cosa significhi davvero educare.
Nel linguaggio scolastico siamo ormai abituati a parlare di Bisogni Educativi Speciali, i cosiddetti BES.
Una sigla che dovrebbe ricordarci che non tutti apprendono con gli stessi metodi e strumenti, e che una scuola giusta non è quella che tratta tutti nello stesso modo, ma quella che offre a ciascuno ciò di cui ha bisogno per crescere.
Eppure, ogni sigla porta con sé un rischio: le categorie aiutano a comprendere, ma possono finire per sostituirsi alle persone. Si arriva così a dire “è un BES”, “è un DSA”, “è nello spettro”, quasi che una definizione amministrativa basti a raccontare una vita.
Una diagnosi descrive un bisogno, non un’identità; indica una strada educativa, non il carattere o la cifra stilistica di una persona.
Di necessaria vitale importanza aver ben chiaro che nessun bambino si definisce in base alla propria diagnosi e in alcun modo quel PDP dovrebbe diventare un metro di giudizio, quanto piuttosto un prisma di lettura.

Credo fortemente che sia questo il primo compito della scuola: custodire uno sguardo che sappia vedere oltre le etichette.
Don Lorenzo Milani lo aveva intuito con straordinaria chiarezza, difatti la sua scuola di Barbiana non nasceva per selezionare i migliori, ma per restituire la voce a chi rischiava di rimanere silente e a dare gli strumenti per farla sentire ovunque, forte e lontano.
“Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”, scriveva nella celeberrima Lettera a una professoressa.
Una frase che continua a interpellare il nostro sistema educativo.
Ed ecco allora che l’inclusione non consiste nel fare eccezioni, ma nel riconoscere che l’uguaglianza autentica passa attraverso il rispetto delle differenze per permettere a ciascuno di imparare, ciascuno secondo i propri tempi, ciascuno secondo le proprie possibilità.
La vocazione originaria della scuola.
Vorrei proporre un’immagine dal Vangelo, profonda, che credo possa trovare eco anche in ogni educatore laico, dal momento che educa ciascuno di noi ad uno sguardo diverso.
È quella del granello di senape, il più piccolo dei semi, quasi invisibile tra le dita. Eppure, proprio da quel seme nasce un arbusto capace di offrire riparo agli uccelli del cielo.
Al di là del suo significato evangelico, questa parabola custodisce un’intuizione profondamente educativa: ciò che oggi appare fragile può racchiudere possibilità ancora invisibili.
Mettersi in cattedra secondo questa prospettiva significa vedere il sempre prima dell’albero, dunque la promessa prima del risultato e, nell’ottica dei bisogni educativi speciali che tutti in misura differente abbiamo, vedere la persona prima del limite.
In questo senso, ogni bambino è un granello di senape.
Nessuno coincide con le proprie fragilità, anzi, ad ognuno è dato custodire possibilità che spesso nemmeno comprende.
Educare significa avere fiducia proprio in questa crescita silenziosa, evitando accuratamente di confondere il presente con il destino.

La storia della musica ci offre tantissimi esempi, ma voglio pensare a Gaetano Donizetti.
Nato in una famiglia poverissima di Bergamo, sembrava destinato a un’esistenza ai margini, fino all’incontro con l’insegnante Simone Mayr che cambiò totalmente il corso della sua vita, poiché il maestro seppe vedere nel ragazzo che aveva davanti ciò che era invisibile ai più: un talento che aveva bisogno di essere coltivato.
Le biografie non dovrebbero essere dei modelli da seguire pedissequamente, specie quelle degli artisti, ma possono essere promemoria preziosi del fatto che una persona non coincide con le sue ferite.
Donizetti visse la morte prematura della moglie, la perdita dei figli, una malattia che lo avrebbe condotto alla morte, segnando gli ultimi suoi anni di vita.
La fragilità del suo vissuto ha segnato profondamente nelle vicende umane, eppure continuò a lasciare un patrimonio musicale straordinario.
Ho scelto Donizetti perché bergamasco, ma avrei potuto attingere a molti altri compositori, artisti e letterati che hanno “abitato”, attraversato delle situazioni impervie.
Il rischio più grande non è incontrare una fragilità, ma lasciare che quella fragilità occupi tutto il nostro sguardo.
Mettersi a lavorare sul futuro degli altri può spesso far cadere nella tentazione di provare a prevederlo, talvolta portando ad operare una sottile rinuncia alla possibilità: si guarda un ragazzo e si pensa “Non ce la farà, non senza il mio aiuto, devo mettere il mondo alla sua portata”.
Chi lavora nella scuola lo sa bene, i progressi più importanti sono quelli più lontani dalle valutazioni. Un gesto riuscito, una parola pronunciata, un’autonomia conquistata lentamente, una relazione che finalmente si apre: sono il cuore del lavoro quotidiano e significa lasciare aperta la possibilità alla sorpresa.
Forse è proprio qui che la lezione di Barbiana conserva tutta la sua attualità.

Una scuola inclusiva non nasce dall’accumulo di protocolli o di sigle, pur necessari. Nasce dalla convinzione che ogni persona abbia diritto a essere presa sul serio. Che ogni studente meriti un adulto disposto a investire tempo, competenza e fiducia.
Fra pochi giorni i cancelli delle scuole torneranno ad aprirsi, ed arriveranno bambini e ragazzi sicuri di sé e altri spaventati; studenti che impareranno con facilità ed altri che avranno bisogno di percorsi più personalizzati.
Non ci sarà da chiedersi se saranno tutti uguali, non lo sono mai stati…
La vera domanda da porsi, a settembre, è un’altra: saremo capaci di costruire una scuola che sappia riconoscere il valore delle differenze senza trasformarle in disuguaglianze?
Come in un’opera di Donizetti, dove ogni personaggio possiede una voce diversa ma contribuisce all’equilibrio dell’insieme, anche una comunità educante trova la propria armonia non nell’uniformità, bensì nella capacità di valorizzare ciascuno.
È questa, forse, la forma più alta di inclusione: fare in modo che nessuna differenza sia di ostacolo alla dignità, alla partecipazione e alla speranza.
Un vivaio di semi di grandezze diverse e la bellezza di un granello di senape.




