A Barbiana si imparava la parola. Oggi la poesia a memoria per imparare a guardare l’altro

Stiamo vivendo un punto molto basso della vicenda umana. Non è solo questione di guerre, di leader sanguinari liberi nel mondo, di eserciti al servizio cieco di criminali pronti a spazzare via altri popoli in nome di presunte supremazie. Siamo in un punto basso perché la traiettoria dominante impone di mettere ciascuno di noi, singolo individuo, non al centro ma prima di tutto e distante da tutti. Investire sulle cose di noi stessi, la strada “di individuarci” è una strada profondamente sbagliata. È una traiettoria che finora ha prodotto disuguglianze sempre più profonde e marcate (non solo, ed è già grave, in termini di ricchezza), ma di ingiustizie sociali, discriminazioni nei diritti, disinteresse e negazionismo per le sorti del pianeta. Infelicità e tanta solitudine. In una definizione, non mia, “c’è un’usura dello sguardo, del modo di guardare al mondo. E il rischio attraversa oggi anche chi è chiamato a un lavoro sociale, educativo come gli insegnanti”: occhi stanchi, approcci routinari, gesti sempre uguali, che non trovano (quasi) più un perché. (Franco Arminio, poeta e paesologo ne La cura dello sguardo).
Nel libro viene suggerito un antidoto, come promessa e premessa per un futuro che oggi sembra aver esaurito la sua energia di proporsi: l’idea è che possa essere la poesia a farci vedere che cosa abbiamo davanti e intorno a noi. Che può essere uno sguardo, un vicino, un compagno, un gesto.
Ho rivisto al cinema per la seconda volta l’epica dell’Odissea (alert: non andate a vederla oggi, dopo l’abbuffata assicurata da botteghino, perché lo ripropongono in versione molto tagliata e delle parti anche portanti e significative), ma alla fine, affascinato, mi è tornata in mente questa idea della poesia come nuova forma di narrazione che guarda e costruisce un futuro. La spinta finale è arrivata dalle nuove Indicazioni nazionali del ministero che riportano la “poesia a memoria” dentro il percorso di apprendimento della lingua italiana.
Da questo anno scolastico la novità riguarderà le classi prime della primaria e della secondaria di primo grado, oltre alle sezioni della scuola dell’infanzia, mentre gli altri studenti continueranno il percorso precedente fino alla conclusione del ciclo. Imparare a memoria viene collegato allo sviluppo dell’attenzione, della concentrazione, della memoria e della sensibilità linguistica.

Questo nelle premesse. E fin qui, nulla di nuovo verrebbe da dire: imparare versi a memoria è una pratica antica della scuola. Ma è proprio qui che si apre una domanda decisiva. Quali poesie scegliamo? E soprattutto, che cosa facciamo di quelle parole una volta entrate nella memoria degli studenti? Il rischio, neppure troppo celato, è trasformare la poesia in un esercizio di appartenenza a un’identità già definita, in un canone identitario da ricevere e fare proprio passivamente.
È un rischio. Ma si può scegliere la strada opposta. Fare della poesia un esercizio di apertura, un allenamento quotidiano a spostare lo sguardo da sé verso l’altro.
Nel testo di Arminio c’è un’immagine semplice e potente, mi piace pensarlo come primo mattone della proposta: la poesia come un modo di «posarsi» sul mondo, su un volto, un gesto, un albero, e di averne cura proprio attraverso l’attenzione. A scuola questo potrebbe significare che imparare una poesia non serve soltanto a ricordare dei versi, ma a imparare per esempio a vedere il compagno che ci siede accanto. Quello che ha una difficoltà, quello che resta indietro, quello parla un’altra lingua, quello che resta in silenzio, quello che viene da una storia diversa dalla nostra. È un modo per restare nel “qui e ora”, nel presente. Ho letto che oggi la poesia la stanno seguendo più le persone “senza voce, chi cade nel dolore, in un lutto, in una malattia”. In questo periodo di intelligenza artificiale la poesia “è una parola che cura, scioglie certi nodi, dà sollievo”.
Allora, perché no? La poesia potrebbe diventare anche un piccolo rito collettivo della giornata di scuola. Cinque minuti all’inizio delle lezioni, o alla fine. Una poesia letta, recitata, a questo punto imparata anche a memoria. Non necessariamente spiegata subito. Prima ascoltata. Lasciata risuonare. Aprire o chiudere momenti collettivi con una poesia così che recitata e ascoltata insieme può diventare un gesto capace di produrre relazione e persino «piacere».

Ma la proposta può addirittura spingersi oltre. Se la poesia entra nella scuola, non dovrebbe restare proprietà del singolo studente. Potrebbe diventare materia di un lavoro comune. Qui il recupero del lavoro collettivo dei laboratori di scrittura di Barbiana è automatico. Don Lorenzo Milani aveva compreso che la parola non è mai innocente. Possederla significa avere più strumenti per capire il mondo, riconoscere le ingiustizie, prendere posizione per combatterle. La scrittura collettiva che si pratica nelle scuole della rete Barbiana 2040 non chiede semplicemente a ciascuno di esprimere se stesso: chiede di ascoltare, discutere, scegliere insieme le parole necessarie.
Lo stesso perché non potrebbe accadere con la poesia, oggi che diventa “obbligatoria”? Dopo averla letta o recitata, una classe potrebbe interrogarsi: che cosa ci dice oggi? Chi vediamo attraverso questi versi? Chi, invece, resta fuori dal nostro sguardo? Quale parola ci riguarda tutti?
La poesia diventerebbe una volta di più laboratorio di democrazia e di cittadinanza. Palestra per allenare quelle competenze non cognitive che oggi sono dentro una importante fase di sperimentazione per ridisegnare una scuola diversa e realmente più inclusiva. Non un monumento da venerare, né un testo da ripetere correttamente davanti all’insegnante. Ma una parola da attraversare insieme, anche discutendola, contraddicendola, mettendola in relazione con le vite di chi è in classe.
Forse è questa la sfida che ci si può reinventare e (forse) renderla più incisiva dal punto di vista didattico dietro il ritorno delle poesie a memoria. Non decidere soltanto che cosa gli studenti devono ricordare, ma chiedersi per che cosa devono ricordarlo. Per imparare che la memoria può essere anche cura. E per gli insegnanti la poesia può interrompere l’abitudine, l’indifferenza, l’usura dello sguardo. E che diventare più umani non è un fatto acquisito una volta per tutte, ma una conquista da rinnovare. Insieme.

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