Fare spazio al reale: la strategia del vuoto per ricominciare a scuola

Settembre tempo di migrare – e parafrasando e traslitterando D’Annunzio – settembre tempo di ripartire, di ricominciare. “Ti siedi e ricomincia il gioco della tua identità, come scintille brucian sul tuo fuoco, le possibilità” così il beneamato Guccini da poco scomparso, recitava incisivamente nella sua “Canzone dei dodici mesi”.
Che meraviglia, attraversando tutti gli stati emozionali che ci accompagnano alla ripartenza, prendere coscienza della necessità di quella che oso definire strategia del vuoto, come punto di partenza paradossale per allenare lo sguardo a cogliere quello che c’è!
Fare il vuoto nella pedagogia milaniana non è altro che provare a non anteporre nulla alla realtà, al suo primato tra i banchi, ai nostri ragazzi conosciuti eppur nuovi, pronti e trasfigurati dopo i tre mesi in cui li abbiamo affidati all’estate.
E Barbiana 2040 vuole assumersi il rischio di tale scoperta mediante l’arte di una didattica euristica e trasversale alle discipline.
C’è un rischio alle porte di tutti i docenti: preparare, scartabellare, andare in cerca di tutto ciò che gli esperti, i guru di turno, i libri letti anche durante il periodo estivo, possano autorevolmente indicarci.
Ma c’è un modo molto più vertiginoso è importante che può potenzialmente attivare il meglio di noi nel pescare dentro le pieghe del quotidiano, degli istanti che ci sorprendono anche nel loro sottile invito a lasciare il comodo e la cristallizzazione del pregiudizio.
In questo senso, non solo il vuoto iniziale che attiva percorsi  e processi, ma anche quelli intermedi al lavoro che conduciamo insieme in classe, sono capaci di creare la trama di un apprendimento originale e durevole, anzi, anche  i “vuoti” ciclici sono passaggi necessari ad accendere e lasciar divampare la motivazione autentica, di ciascuno dei nostri allievi cresciuti e cambiati nei loro contesti di vita.
A pensarci bene, creare il vuoto coincide direttamente con la passione indomabile che ci spinge a incontrare i bisogni e le domande profonde dei ragazzi che attendiamo in qualche modo di ritrovare, desiderando per loro che lo studio e il tempo da trascorrere insieme possano recare note canore fluttuanti e ammiccanti dentro il lavoro che ci attende a scuola.
Il coraggio di attivare il vuoto come strategia e di abilitare i nostri giovani studenti al vuoto che spesso attraversa le loro esperienze di vita, è farsi carico anche del loro timore per la novità che chiama le loro giovani esistenze nel brivido di dover prendere decisioni, nel coraggio di mettersi in gioco ed effettuare scelte.


Il vuoto sprona a scommettere se stessi anche quando tutto non fosse chiaro, perché nasce imprescindibilmente dalla speranza che noi adulti rintracciamo nelle pieghe della nostra ordinarietà.
E l’esperienza vertiginosa di abbracciare il reale  per i ragazzi può sgorgare solo da legami di fiducia, di contagio positivo o almeno di complicità con un maestro.
Solo a questa condizione le contraddizioni, le fatiche, le difficoltà che ci hanno sorprendentemente interrogato e attraversato anche in tempo recente, possono diventare spunti per il patrimonio di un apprendimento comune.
Leggendo il romanzo di Enrico Galiano “Quel posto che chiami casa ,” sono stata scossa dal ricorrere in chiave descrittiva e riflessiva di due aggettivi ‘liscio’ e ‘ruvido’.
Non so come, ma la pregnanza semantica di queste due parole ad esempio, hanno aperto in me il varco ad una serie di considerazioni esperienziali, emotive, temperamentali e relazionali che hanno creato un fil rouge tra discipline. In una danza di connessioni, di interpretazioni, di attivazione degli organi di senso, ho percepito in me sposarsi una marea di significati che viaggiavano dalle superfici materiali, alle richieste, alle esperienze vissute, alle facilitazioni, alle sfide, alle  rappresentazioni di pensiero, da quelle filosofiche a quelle logico-matematiche, dai fatti storici, agli strati geologici della terra.
È un esempio minimale e banale di cosa significhi lasciar fluire in se’, il vuoto, senza difendersi e senza teorizzare.
Solo due aggettivi opposti, tra pagine e pagine di inchiostro, per narrare in modo avvincentissimo la vicenda dei due affascinanti protagonisti?
Ad oggi, sarò sincera: Sì.
Dopo qualche anno di insegnamento, stimo molto la portata evocativa anche di una sola semplice parola capace di evocare e scavare dentro i sotterranei della mente e del cuore, per portare a galla ricchezze inimmaginabili oppure nodi segreti che gemono sottopelle, per essere sciolti. Spesso il vuoto coincide con il raccogliere qualche gemito così sobrio ed essenziale, cui non prestiamo mai ascolto e verso il quale possiamo nutrire uno strano timore.
Ma è proprio la rivoluzione antropologica e digitale che abita la nostra società complessa  in grado di portare alla luce ogni sorta di variazione di competenze neuronali e relazionali, che può convincerci ad accogliere ogni bisbiglio della mente e dell’animo per legarci indissolubilmente fra noi.
Tutto è AVVENIMENTO nel suo ambito, quanto può accadere tra le stanze di ogni disciplina è un imprevisto, la sola speranza, come ci ha insegnato E. Montale.
Il vuoto e la trasversalità dei saperi.
Basta questo, per ri- cominciare.

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