
In un mondo educativo attraversato da complessità crescenti, diversità culturali, bisogni specifici e sfide emotive, la scuola non può più limitarsi a essere luogo di trasmissione di saperi. Per questo è chiamata a diventare sempre più un ambiente in cui si impara a vivere insieme, ad entrare in relazione con l’altro, a riconoscerne la dignità e la voce di ciascuno. Guardando i giorni trascorsi, da settembre ad oggi, mi sono reso conto quanto tempo ho cercato di dedicare al prendersi cura delle relazioni, in particolare in una classe quinta, dove le trasformazioni tipiche della preadolescenza si facevano ormai sentire e le relazioni cominciavano ad essere più delicate, in cui anche solo una piccola scintilla fa scoppiare un incendio emotivo. In questo scenario, “creare spazio” non è solo una metafora bensì un’azione pedagogica concreta, intenzionale e trasformativa. Un azione pedagogica “concreta” perché aderisce in tutto e per tutto alla realtà vissuta dal docente e dalla classe (cfr. pt. 1 del Manifesto “Pedagogia dell’aderenza”), “intenzionale” in quanto non calata a cascata dall’alto su un collega da parte del team ma voluta a motivo di una necessità riscontrata che si stava vivendo e chiedeva implicitamente un intervento immediato senza chiedersi a chi tocca e “trasformativa” poiché è stata occasione per fare un passo in avanti permettendo a tutti di crescere e di raggiungere una condizione in cui ciascuno potesse sentirsi bene. Questo non è solo un racconto di vita scolastica ma realtà viva che offre ganci sicuri in mezzo alla frenesia che viviamo: infatti quando lunedì sono entrato nell’aula non mi sembrava vero in quanto qualcosa era davvero cambiato e ci si sentiva nuovamente a casa! Questa esperienza inaspettata mi porta a condividere alcuni spunti di riflessione che si collegano strettamente con l’umile tecnica della scrittura collettiva (il punto di partenza è stato proprio questo) e che ho visto prendere forma, giorno dopo giorno, in un lavoro non pianificato ma costruito in itinere.
1. Creare spazio come gesto educativo
“Creare spazio” significa innanzitutto sospendere il ritmo frenetico della quotidianità scolastica per ascoltare. È un invito profetico a rallentare, a osservare, a permettere che emergano bisogni, emozioni e potenzialità (cfr. pt. 6 del Manifesto “Vivere il tempo skolé”).
Nello spazio ricamato con cura, gli studenti possono sentirsi accolti e riconosciuti, possono portare parti di sé senza paura di giudizio, possono sperimentare appartenenza. Ho cercato di creare questo spazio e di invitare tutti ad abitarlo ridando a ciascuno la parola: tutti potevano parlare in agorà, prendendo la parola correttamente, senza giudicare/commentare quanto detto da altri compagni e senza sovrapporre la voce. Incredibilmente, dopo un lavoro impegnativo e faticoso, si genera una condizione di calma, tranquillità e serenità che permette a tutti di accordarsi, esattamente come avviene per uno strumento musicale prima dell’esibizione per un concerto. Nella scuola primaria, creare spazio significa offrire ai bambini momenti dedicati in cui sentirsi liberi di parlare, raccontare, esprimere emozioni e porre domande. A volte bastano pochi minuti di “cerchio”, un angolo della classe pensato per la condivisione, o semplicemente un insegnante, mentre ti riconsegna un lavoro svolto, che si ferma e guarda negli occhi. Questo spazio permette a tutti di sentirsi riconosciuti e di comprendere che ogni voce ha valore: creiamo spazi che parlano e vedremo bambini che fioriranno.

2. Accoglienza come competenza da imparare
Accogliere non è un talento spontaneo, ma una competenza che si apprende e si coltiva. Richiede consapevolezza delle proprie emozioni e reazioni, capacità di mettersi in ascolto, flessibilità nel rispondere ai bisogni dell’altro e disponibilità al confronto e alla negoziazione per una decisione democratica: in poche parole assume il volto di uno stile educativo. In classe, questo significa offrire ai bambini e ai ragazzi occasioni per esercitare l’empatia, la cooperazione, la gestione dei conflitti e la cura reciproca. Significa educare non solo “alla convivenza” ma a una “convivenza significativa” che dà valore ad ogni persona permettendogli di far fiorire quelle che sono le sue potenzialità in gemma. Nella classe in cui ho vissuto questa esperienza impegnativa, laboriosa ma ricca di conquiste, i ragazzini e le ragazzine stanno imparando a relazionarsi in modo più consapevole costruendo amicizie, sperimentando gelosie, imparando il senso di giustizia. L’accoglienza non nasce spontaneamente, ma si impara con la pratica: ascoltando il compagno che ha bisogno di essere consolato, aspettando il proprio turno, collaborando in gruppo, imparando a chiedere scusa e a perdonare. L’insegnante svolge così il ruolo di regista, mostrando come si accolgono le emozioni e i bisogni degli altri, offrendo occasioni per mettere in pratica questa competenza.
3. Lo spazio come contesto che parla
L’ambiente scolastico non è neutro: comunica aspettative, trasmette valori, condiziona comportamenti. Un’aula che favorisce l’accoglienza è “flessibile” per adattarsi alle diverse modalità di apprendimento, “inclusiva” perché permette a tutti di partecipare attivamente, “aperta” in quanto capace di integrare linguaggi, culture ed esperienze. Creare spazio vuol dire anche curare gli ambienti fisici e relazionali, perché entrambi costituiscono la cornice dentro cui prende forma l’apprendimento e in cui ciascuno può esprimersi, esplorare, sbagliare e riprovare. Anche un sottofondo musicale accompagnato da una serie di riprese che volano tra i meandri della natura, permette a tutti di autoregolarsi durante un lavoro didattico e di ritrovare quell’energia positiva che solo la natura, che ci circonda e dalla quale siamo creati, ci ridona costantemente. Nella primaria l’ambiente scolastico ha un grande potere educativo: dare spazio per dare voce!

4. Il valore del tempo “non immediatamente produttivo”
Nel mondo educativo si tende spesso a cercare risultati misurabili e progressi rapidi. Eppure, l’accoglienza si costruisce nel tempo: nei momenti informali, nei gesti di attenzione, nelle pause (anche il momento della mensa scolastica) che diventano occasioni di incontro autentico. Concedere spazio e tempo all’ascolto significa investire sulla qualità delle relazioni, condizione imprescindibile per un apprendimento profondo e duraturo. Nel tempo skolé che scorre inesorabilmente c’è spazio per il tempo “non immediatamente produttivo” e non bisogna avere paura: anche l’agricoltore osserva nel corso dell’anno un tempo in cui il suo campo non produce immediatamente il frutto. Il miracolo del docente è rendersi conto come quel tempo non è perso ma è tempo nel quale nel silenzio, che oggi facciamo fatica ad accettare e di cui spesso abbiamo timore, qualcosa prende forma. Nella scuola primaria è importante non riempire ogni minuto con attività strutturate: bisogna credere senza timore nella forza dello spazio vuoto! I bambini hanno bisogno di tempo per pensare, osservare, metabolizzare emozioni e conoscenze. Il tempo “non immediatamente produttivo” è spesso quello in cui avvengono le scoperte più significative e germogliano gli attesi imprevisti: un gesto gentile verso un compagno in difficoltà, una domanda spontanea, un momento di osservazione silenziosa. Creare spazio significa quindi dare dignità a questi tempi lenti, preziosi per la crescita.
5. Una comunità che cresce insieme
Quando la scuola primaria riesce a creare spazi di accoglienza autentica, tutta la comunità trae beneficio: i bambini sviluppano maggiore sicurezza, fiducia e motivazione, gli insegnanti lavorano in un clima più sereno e collaborativo, le famiglie percepiscono la scuola come un luogo che sostiene il benessere e la crescita dei figli. La scuola, allora, non è solo luogo di istruzione in cui si impara solo a leggere, scrivere e contare, ma laboratorio sociale dove si esercita quotidianamente la cittadinanza, la solidarietà e il rispetto: questo è il preludio per una società migliore che tutti auspichiamo ma per la quale ci dobbiamo impegnare senza compromessi, fin dai più piccoli.
In conclusione, creare spazio per imparare ad accogliere non è un lusso né una moda pedagogica: è una necessità educativa e sociale, è educazione! Significa restituire centralità alla persona, riconoscere che ogni apprendimento nasce da un clima di fiducia, e ricordare che la scuola, più di ogni altra istituzione, prepara al futuro coltivando umanità. In fondo, il tempo natalizio che ormai ci apprestiamo a vivere, ci ricorda che per poter accogliere è necessario prima creare uno spazio non solo esteriore ma anche interiore: fare spazio significa vivere anche un’esperienza di vuoto che solo l’umiltà è in grado di accettare e accogliere. È una grande sfida oggi più che mai poiché fin da piccoli siamo ricolmati di ogni cosa, non solo materiale, a tal punto di perdere e farci scivolare via le cose più importanti. L’augurio che rivolgo dal mio cuore è imparare noi stessi a far spazio per trasmette questo stile anche alle nuove generazioni: riusciremo ancora a farci sorprendere e farci meravigliare dai frammenti di luce e di verità che costituiscono l’intera umanità!




