
L’inaugurazione dell’anno scolastico 2026-2027 ad Amatrice, nel decimo anniversario del terremoto, ha assunto nelle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, (qui l’Intervento del Presidente) un significato che oltrepassa la dimensione celebrativa. La scelta di un territorio segnato dalla ferita e dalla ricostruzione ha offerto una precisa chiave di lettura del compito educativo: la scuola è uno dei luoghi fondamentali attraverso cui una comunità costruisce il proprio futuro, anche a partire dalle proprie fragilità. Mattarella definisce l’inizio dell’anno scolastico come «un tratto di strada nuovo», sottolineando come la scuola sia chiamata ad abitare un mondo in trasformazione: è un invito a muoversi dentro un mondo che cambia, senza smarrire la direzione, facendo dell’educazione lo spazio in cui il futuro può ancora prendere forma.
Non si tratta, dunque, di trasmettere semplicemente conoscenze già disponibili, ma di preparare le nuove generazioni a interpretare criticamente una realtà caratterizzata da trasformazioni tecnologiche, sociali e culturali sempre più rapide. La conoscenza viene così strettamente connessa alla responsabilità: educare significa promuovere «personalità libere e mature», capaci di partecipare alla vita della comunità.
È precisamente su questo terreno che il pensiero di don Lorenzo Milani risplende con una particolare forza pedagogica: per il priore la scuola non poteva essere considerata neutrale rispetto alla condizione sociale degli alunni ma parte costitutiva della quotidianità di ogni comunità civile. Per questo la conoscenza rappresentava uno strumento di emancipazione, in quanto permetteva alla persona di comprendere la realtà, di acquisire la parola e di partecipare consapevolmente alla vita collettiva. L’umile esperienza di Barbiana può essere letta come una chiamata della scuola a compiere fino in fondo la propria funzione democratica: restituire parola a chi rischia di non averne. Il Presidente della Repubblica, ad Amatrice, propone un’idea affine quando afferma che gli studenti non sono «semplici utenti della scuola» e che la società ha bisogno della loro voce: l’inclusione non coincide con la semplice presenza fisica dell’alunno, ma con la possibilità concreta di partecipare, comprendere e contribuire. Lo studente non è quindi destinatario passivo dell’azione educativa, ma soggetto chiamato a partecipare alla costruzione della propria esperienza formativa. La questione pedagogica diventa allora più profonda: non basta garantire il diritto all’istruzione se non si costruiscono anche le condizioni perché ciascuno possa prendere parola, essere ascoltato e sentirsi parte della comunità. In questo senso, al diritto di parola richiamato dalla pedagogia milaniana corrisponde necessariamente un diritto all’ascolto: per attuarlo, ogni docente è chiamato a essere «antenna sensibile», capace di sintonizzarsi non soltanto sulle parole pronunciate, ma anche su quelle che faticano a trovare voce.

(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione)
Essere “antenna sensibile” significa imparare ad ascoltare ciò che accade tra le parole: un silenzio che si prolunga, uno sguardo che si abbassa, una presenza che improvvisamente si fa assenza, un gesto che chiede senza riuscire a domandare. Significa riconoscere che, nella scuola, non tutto ciò che conta si lascia immediatamente vedere e che, talvolta, proprio ciò che rimane ai margini della parola custodisce la domanda educativa più urgente. L’insegnante, allora, non è soltanto colui che trasmette, ma colui che si dispone a percepire le frequenze più deboli della relazione: in altre parole una “sentinella sensibile” capace di riconoscere nei silenzi, negli sguardi e nei cambiamenti impercettibili i segnali di un bisogno ancora senza parole. La sua sensibilità diventa una forma di responsabilità: accorgersi prima che la difficoltà diventi esclusione, ascoltare prima che il silenzio diventi rinuncia, offrire parola prima che qualcuno smetta di cercarla. È in questo spazio, sottile ma decisivo, tra il dire e l’essere ascoltati, che l’educazione può tornare a essere incontro, cura e possibilità di partecipazione. Una scuola che chiede agli studenti di esprimersi, ma non modifica le proprie pratiche a partire dall’ascolto delle loro esperienze, rischia di trasformare la partecipazione in una semplice dichiarazione formale.
Il discorso di Mattarella amplia inoltre il concetto di apprendimento: conoscenza e studio non vengono presentati come dimensioni esclusivamente cognitive, ma come elementi da intrecciare con «amicizia», «premura per chi ci sta accanto» e «responsabilità verso gli altri». Si tratta di un passaggio pedagogicamente rilevante: l’apprendimento non può essere separato dalla relazione, perché la scuola è contemporaneamente ambiente cognitivo, sociale e affettivo. In questa prospettiva, l’insegnante non è soltanto colui che organizza contenuti e attività, ma è un “adulto significativo” che costruisce le condizioni perché l’alunno possa apprendere, partecipare e progressivamente assumere responsabilità. Prendere a cuore la sperimentazione nazionale sulle competenze non cognitive e trasversali della Legge 22/2025 “Barbiana 2040: pratiche di pensiero critico per lo sviluppo delle competenze del vivere” offre l’occasione per affrontare concretamente queste sfide attuali della scuola che riguardano il presente e il futuro della scuola.

(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione)
Un ulteriore elemento del discorso presso la scuola di Amatrice riguarda la funzione sociale della scuola. Mattarella la definisce una leva fondamentale di integrazione e le attribuisce il compito di «produrre coesione sociale», stabilendo legami e superando barriere e diffidenze. La scuola, dunque, non è soltanto istituzione dell’apprendimento: è luogo di costruzione autentico della cittadinanza. In questa prospettiva, il riferimento a don Milani non deve essere ridotto alla sola attenzione agli ultimi in quanto la sua pedagogia interroga più radicalmente la funzione pubblica della scuola: formare persone capaci di comprendere la realtà e di assumersi una responsabilità nei confronti degli altri. La celebre contrapposizione tra «I care» e l’indifferenza, che ancora oggi trova terreno fertile nella società, esprime proprio questa dimensione: l’educazione diventa autenticamente democratica quando trasforma la conoscenza in responsabilità e la responsabilità in partecipazione.
Particolarmente significativa è infine la riflessione di Mattarella sul rapporto tra velocità e apprendimento: richiamando Milan Kundera, osserva che la rapidità può essere associata all’oblio e sostiene la necessità che la scuola rimanga uno spazio di equilibrio, orientato non semplicemente alla lentezza, ma alla «solidità» e allo sviluppo integrale della persona. È una provocazione pedagogica importante in una società nella quale la velocità tende a diventare criterio di valore. L’istituzione educativa, invece, ha bisogno di tempi differenti: il tempo della domanda, dell’errore, della discussione, della rilettura, della parola cercata e talvolta faticosamente conquistata. È anche questo uno degli insegnamenti che possiamo ricavare dall’esperienza di Barbiana: non si educa alla libertà accelerando i processi, ma creando le condizioni perché ciascuno possa appropriarsi degli strumenti necessari per esercitarla.

(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione)
Agli arbori di un nuovo anno scolastico, tutto ciò può essere letto come una sollecitazione a ripensare la scuola a partire da alcune categorie pedagogiche fondamentali: conoscenza, autonomia, relazione, partecipazione, responsabilità e libertà. Se la conoscenza deve rendere liberi, allora la scuola deve interrogarsi continuamente su chi riesce a prendere la parola e chi, invece, continua a rimanere ai margini: margini sempre più abitati nel mondo digitale! La questione educativa non è soltanto quanto gli studenti apprendono, ma quale possibilità di partecipazione la scuola genera attraverso ciò che insegna. Da questo punto di vista, l’eredità di don Milani non consiste nella riproposizione di un modello storico traducibile nell’essere “fedeli a un morto”, ma nella capacità di mantenere aperta una domanda: la scuola che stiamo costruendo sta davvero mettendo ciascuno nelle condizioni di comprendere, parlare e partecipare? È una domanda particolarmente urgente nell’epoca dell’intelligenza artificiale, della comunicazione istantanea e della sovrabbondanza informativa. Perché una scuola capace di preparare il futuro non è semplicemente quella che conosce le tecnologie più avanzate bensì quella che continua a formare persone capaci di pensare con la propria testa, parlare con la propria voce e prendersi cura del mondo che condividono con gli altri. E forse è proprio qui che le parole pronunciate ad Amatrice incontrano, a distanza di decenni, la lezione di Barbiana: l’educazione è autenticamente democratica quando trasforma il sapere in possibilità di libertà e la libertà in responsabilità verso gli altri.




