
Oggi ho scritto con quattro ragazzi di seconda media. Non era previsto: la classe, invece di procedere come sempre in un unico gruppo, era stata divisa in tre sottogruppi, ognuno incaricato di elaborare i fogliolini di un solo paragrafo del libro di scrittura collettiva che stanno finendo. Una scelta organizzativa che ha spezzato il respiro collettivo del laboratorio, trasformandolo in tre microclimi distinti.
Mi sono seduta con il mio gruppo: quattro ragazzi che nei dialoghi socratici avevo visto andare in pro-fondità con naturalezza, capaci di interrogare il mondo e se stessi con una maturità sorprendente. Eppure, davanti alla scrittura collettiva, una scrittura senza voti, senza giudizio, li ho visti faticare. Una fatica vera, quasi fisica.
Gli appunti c’erano: ordinati, logici, cronologici. Il compito era chiaro: trasformarli in un testo più ampio, più articolato, più pensato, ma i ragazzi volevano ridurre, semplificare, tagliare, scrivevano frasi nucleari, spezzate, poco connesse. Ogni tentativo di approfondire sembrava chiedere loro un’energia che non avevano. A un certo punto uno si è sdraiato sul banco, esausto. non oppositivo, non provoca-torio: semplicemente svuotato.
Mi hanno detto che“Non è il loro ambiente, scrivere è noioso e ci vuole troppo tempo”.
Dentro di me si accendeva una domanda: com’è possibile che gli stessi ragazzi capaci di pensare in modo così ricco, quando devono scrivere insieme si perdano così?
Questa domanda mi ha accompagnata per tutto il pomeriggio. Le risposte che conosco, quelle che la ricerca educativa, la sociologia della comunicazione e l’esperienza quotidiana ci consegnano, hanno iniziato a emergere una dopo l’altra, come se la scena di oggi fosse un condensato di tutto ciò che sappiamo sul rapporto tra adolescenti e scrittura.
La prima evidenza è che il pensiero orale e il pensiero scritto non seguono la stessa dinamica interna.
Nei dialoghi socratici i ragazzi vanno in profondità perché quella profondità nasce insieme agli altri: è sostenuta dal gruppo, guidata dal docente-regista, alleggerita dall’oralità e nutrita dal gioco dei rimbalzi. Il pensiero si appoggia alle parole altrui, si costruisce nel ritmo della voce, vive nel flusso e non richiede né memoria lunga né la capacità di tenere insieme molte idee contemporaneamente.

È un pensiero relazionale, immediato, condiviso.
Nella scrittura, invece, tutto questo sostegno scompare. La profondità deve essere generata dall’interno, senza ritmo esterno, senza rimbalzo, senza una voce che accompagna. Il pensiero deve diventare autonomo, reggere la coerenza, organizzarsi in sequenze, rallentare, guardarsi da fuori.
È un passaggio identitario prima ancora che tecnico: devono diventare autori, non solo pensatori ed è un salto cognitivo enorme, un ponte che molti ragazzi non hanno ancora costruito.
Anche quando hanno appunti ordinati, la difficoltà non scompare. Gli appunti non sono il pensiero: sono la mappa, non il viaggio. Per trasformarli in testo servono sintesi ed espansione, capacità di gerarchizzare e collegare. Tutte funzioni esecutive ancora in pieno sviluppo a 12–13 anni.
Chiedere loro di farlo significa chiedere memoria di lavoro, attenzione sostenuta, autoregolazione, metacognizione. Non è che non vogliono: è che non hanno ancora la muscolatura allenata.
La stanchezza che li porta a “sdraiarsi sul banco” nasce anche dal fatto che la scrittura lunga è un’attività ad alto consumo energetico; il loro cervello è abituato a input brevi, feedback immediati, gratificazioni rapide, multitasking, comunicazione frammentata. La scrittura, invece, è lenta, silenziosa, priva di ricompense immediate, senza stimoli esterni.
È come chiedere a un corridore di scatti di affrontare una maratona: il corpo cede prima della mente.
Quando poi chiediamo loro di approfondire, la tendenza spontanea è semplificare. La complessità richiede tempo, pazienza, tolleranza dell’ambiguità, capacità di stare nel “non so”. I ragazzi vivono in un mondo che premia la velocità, la chiarezza immediata, la risposta pronta, la riduzione del pensiero a slogan. Approfondire è quasi un atto di resistenza.
Poi c’è il nodo emotivo: scrivere significa esporsi, molti ragazzi temono di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere giudicati, di non trovare le parole, di restare soli davanti alla lentezza. Allora si proteggono: riducono, semplificano, spezzano, si rifugiano nelle frasi nucleari, dichiarano che “non è il loro ambiente”. È una forma di difesa.

I ragazzi vivono immersi in una comunicazione rapida e frammentata, e scrivono come parlano: frasi brevi, coordinate, spesso collegate solo da “e”, “ma”, “poi”, un pensiero in linea retta: un’idea → poi un’altra → poi un’altra ancora.
La scrittura lunga, articolata con subordinate e legami logici complessi li destabilizza. Costruire una frase che scende in profondità: collega le idee, le organizza, le gerarchizza invece di metterle semplicemente una accanto all’altra è diventato un gesto controculturale.
Di fronte al foglio, anche quando non è bianco, molti si sentono spiazzati: temono di non trovare le parole, di esporsi, di non essere all’altezza. La scrittura richiede un coraggio che l’oralità protegge.
Le tecnologie non aiutano: la scrittura manuale, la lettura prolungata, la concentrazione sostenuta sono muscoli poco allenati.
A scuola, poi, la scrittura è spesso percepita come una gabbia: un esercizio formale più che un atto creativo. Anche quando non c’è valutazione, il fantasma del voto resta. La spontaneità si ritrae, la forma diventa un obbligo.
La scrittura collettiva, poi, è ancora più impegnativa: richiede negoziazione, ascolto, rinuncia, integrazione, bisogna tenere il filo del proprio pensiero mentre si intreccia con quello degli altri. È un eserci-zio di democrazia cognitiva che chiede tempo, respiro, fiducia, maturità.
Il disamore contemporaneo per la scrittura nasce anche dal fatto che la forma è stata relegata dietro al contenuto, che si privilegia il messaggio e non il modo in cui prende vita, che si parla poco mentre si scrive, che si digita senza curare lessico, sintassi, punteggiatura.
La fatica che ho visto oggi non è un fallimento: è un ritratto fedele dell’adolescenza contemporanea, è il punto esatto in cui il nostro lavoro diventa essenziale. Scrivere con i ragazzi, soprattutto in modo collettivo, soprattutto senza voto, significa accompagnarli in un territorio che non conoscono più: la lentezza, la complessità, la profondità, la cura.
Sono uscita stanca, sì, ma è la fatica buona, quella che ti ricorda che stai lavorando nel luogo dove la trasformazione accade: nel passaggio dall’oralità alla scrittura, dal pensiero spontaneo al pensiero organizzato, dal dire al significare. Domani ripartiremo da lì. Da quella soglia sottile dove i ragazzi, se accompagnati, possono scoprire che scrivere non è solo un compito: è un modo per vedersi, per capirsi, per stare nel mondo.

Pensare insieme: dall’oralità alla scrittura collettiva
Considerate le fatiche e i risultati non sempre soddisfacenti, alcune colleghe e diversi alunni mi hanno proposto di cambiare il titolo del laboratorio da ” Lo sviluppo del pensiero critico attraverso la scrittura collettiva” a “ Lo sviluppo del pensiero critico” togliendo la scrittura collettiva e quindi fermarsi all’oralità.
“Capisco la fatica. È vera ed è preziosa, ma il nostro obiettivo non è solo parlare: è imparare a pensare insieme”.
L’oralità è più immediata, più vicina ai ragazzi, meno faticosa, ma togliere la scrittura collettiva significa togliere proprio il ponte che permette al pensiero di trasformarsi: dall’oralità spontanea alla consapevolezza, dalla parola detta alla parola che si assume.
I nativi digitali non hanno bisogno di meno scrittura: ne hanno bisogno di più, perché vivono immersi in comunicazioni brevi, frammentate, senza profondità. La scrittura collettiva è l’unico spazio in cui possono allenare lentezza, coerenza, negoziazione, responsabilità.
L’oralità è il trampolino, non il traguardo.
Senza la scrittura, il pensiero resta sospeso e non diventa forma, memoria, identità.
Cambiare il titolo significherebbe cambiare la natura stessa del laboratorio: non sarebbe più un percorso di trasformazione, ma solo una conversazione ben guidata.
Per questo la scrittura collettiva non va tolta: va difesa, spiegata e custodita.
È lì che accade il cambiamento.




