
Dove era Marcellino, il ragazzo con disabilità che don Lorenzo Milani teneva spesso abbracciato a sé? Ed Enrico Zagli, uno dei bocciati che ispirò la scrittura di Lettera a una professoressa, sempre in silenzio nel ricordo del maestro? E Francuccio Gesualdi, che ha vissuto con il fratello Michele 13 anni assieme al priore, al quale ha inviato la sua ultima lettera, il 10 aprile 1967, una sorta di testamento spirituale: «Te e Michele dovete sopportarmi finché vivrò a costo di passare 24 ore al giorno svegli a vedere urlare, a servire nelle più umili cose ecc. Ma gli altri se ne vadano per i fatti loro, avranno da assistere anche loro a suo tempo qualche vecchio malato». Ecco, dove erano quando lunedì e martedì scorsi è stato presentato, prima al Quirinale dal presidente Sergio Mattarella e poi a Palazzo Vecchio dalla sindaca Sara Funaro il cofanetto con due volumi, frutto dei seminari nell’anno del centenario della nascita di don Milani? E soprattutto dove era Barbiana, luogo non luogo, Siberia ecclesiastica, come è stata definita? Adele Corradi, che negli ultimi anni di vita del priore lo aiutò a fare scuola, ha scritto che l’annuncio del Vangelo in don Milani «avveniva attraverso le sue opere». È Barbiana il suo vangelo. «Barbiana si può ben dire opera di don Lorenzo. È esistita perché l’ha inventata lui».
Ma cosa è stata la Barbiana di don Milani? Così la descrive la mamma del priore, Alice Weiss, in una lettera alla figlia Elena: «I ragazzi ora sono venti. Spesso sono ammirata ed esaltata dalla bellezza ed eccezionalità di quell’ambiente. Altre volte la miseria, il sudiciume, il disagio di quella vita mi prende alla gola. Non mangiano abbastanza, non si lavano, puzzano, e poi li vedi tutti e venti solfeggiare incantati il Concerto Imperatore davanti a una macchina di loro invenzione che svolge uno spartito sotto i loro occhi mentre il grammofono suona. E si sente che lì tutti i valori sono diversi dai nostri…».

Ci sono molte Barbiana nel mondo, come ha raccontato lo scrittore Eraldo Affinati nel suo L’uomo del futuro (Mondadori), che le ha visitate, da Ellis Island, nella baia di New York, al Museo dell’Immigrazione, quando gli esuli eravamo noi, a Benares. Lì, in quei luoghi, Affinati ha incontrato suore che si prendono cura dei lebbrosi, preti che fanno doposcuola e persino un disertore russo che non voleva andare in Cecenia a combattere rischiando di finire in carcere come gli obiettori di coscienza italiani, che don Milani difese a metà degli anni Sessanta.
E ci sono anche molte Barbiana in Toscana: la sfida che don Milani ha lanciato nella sua ultima lettera a Gesualdi («avranno da assistere anche loro a suo tempo qualche vecchio malato») è la cura dei deboli e dei fragili. È il vero I care, mi sta a cuore, di Barbiana, non quello sventolato dai Ds al Lingotto di Torino nel 2000 o dalla Von der Layen come bandiera di un’Europa divisa e impotente.
Con la presentazione del cofanetto degli scritti su don Milani si concludono le iniziative per il centenario della sua nascita. Va dato atto al comitato presieduto da Rosy Bindi di aver rimesso al centro del mondo religioso e civile la sua opera, ma il timore è che l’anima della sua lezione, in definitiva la sua Barbiana, sia stata talvolta dimenticata e che invece occorra ritornare lì, nei luoghi dell’emarginazione e della sofferenza, non nei palazzi del potere. Scrive don Milani nel 1950 al giovane comunista Pipetta: «Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, istallato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso». Nel centenario si è parlato molto di don Milani, poco o nulla di noi, di cosa è diventata oggi la scuola, la società, la Chiesa. Un grande giornalista Gigi Ghirotti scrisse che per lui il priore di Barbiana era un aculeo della coscienza. E tale dovrebbe restare.
(*) Articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino il 30 aprile 2026




