Il Manifesto della GenZ: “Non vogliamo diventare numeri. Vogliamo un lavoro che abbia ancora un’anima”

Il testo “Il lavoro che cambia: la Gen Z” rappresenta l’esito di un percorso di educazione al pensiero critico e alla scrittura argomentativa svolto nelle classi 3B e 5A dell’Istituto Tecnico Economico Polo Tecnico Barlacchi-Lucifero di Crotone, istituto guidato dal dirigente Girolamo Arcuri. Il laboratorio e il percorso di educazione al pensiero critico si sono svolti sotto la guida delle docenti Sabina Bellucci e Marcella Lucente.
Il progetto ha inteso promuovere lo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali attraverso un percorso di scrittura collettiva ispirato al modello Barbiana 2040, con l’obiettivo della produzione di un testo collettivo. L’attività ha preso avvio dalla lettura dell’articolo di Ilaria Caccamo, pubblicato su Il Sole 24 Ore, dedicato al rapporto tra i ragazzi della Generazione Z e le trasformazioni del lavoro contemporaneo. Tale stimolo ha permesso agli studenti di confrontarsi con un tema di forte attualità, sviluppando una riflessione autonoma e consapevole sulle sfide poste dall’innovazione tecnologica, dall’instabilità occupazionale e dai mutamenti culturali in atto.
Attraverso la tecnica della scrittura collettiva “del fogliolino”, ogni studente ha contribuito con idee, timori, aspettative e proposte, successivamente discusse e integrate in un’unica tessitura testuale. Il lavoro, articolato in tre incontri di due ore ciascuno, ha favorito un clima di confronto aperto, valorizzando la pluralità dei punti di vista e promuovendo competenze trasversali quali collaborazione, argomentazione, negoziazione del significato e capacità di sintesi.
Il testo finale restituisce una fotografia autentica della Generazione Z: una generazione consapevole delle opportunità offerte dalla tecnologia, ma anche delle sue derive; preoccupata per la perdita di stabilità e identità nel mondo del lavoro, ma determinata a rivendicare dignità, senso e umanità; critica verso una scuola percepita come talvolta distante, ma desiderosa di una formazione più concreta, orientata alle competenze e capace di preparare al cambiamento.
Il risultato finale è stato un vero e proprio Manifesto, un documento che costituisce non solo un prodotto di scrittura, ma un esercizio di cittadinanza attiva, che permette agli studenti di interpretare il presente e immaginare il futuro, riconoscendo il proprio ruolo nella costruzione di un mondo del lavoro più equo, sostenibile e umano. Il percorso dimostra come la scuola possa diventare spazio di dialogo, ricerca e partecipazione, restituendo ai giovani la possibilità di essere protagonisti consapevoli del proprio tempo.

Professoressa Sabina Bellucci
Professoressa Marcella Lucente

In un mondo che cambia così velocemente, il nostro futuro lo immaginiamo rischioso.
Abbiamo paura di non capire più il senso di quello che facciamo, di perdere il significato del lavoro, di ritrovarci in un ambiente dove il benessere conta meno della produttività. Temiamo il lavoro non solo per l’incertezza, ma per il rischio che diventi qualcosa di vuoto, di meccanico, di disumano.
La paura di non essere all’altezza nasce guardando al passato, alle generazioni prima di noi. Temiamo di essere sostituiti da macchine che ormai insegnano. Ma le macchine non hanno la dignità dello sforzo, non possono rendere il lavoro un mezzo per portare avanti l’umanità. Ci stiamo facendo sostituire da qualcosa creato con le nostre stesse mani.
Eppure, vogliamo portare avanti i valori dei nostri genitori, forse l’ultima generazione libera di pensare, creare e criticare. Sentiamo che sono stati gli adulti a creare in modo sbagliato la tecnologia, fino a sostituirsi da soli. Un giorno saremo noi al posto di chi l’ha inventata, e potremo comandarla, avendola sperimentata sulla nostra pelle, conoscendone gli aspetti negativi, molteplici e anche quelli positivi.

Temiamo le macchine perché sono più economiche e precise di noi, ma non le immaginiamo come un nemico: pensiamo a un mondo dove i loro servizi possano alzare la qualità della vita.
Alla scuola chiediamo più formazione: una formazione tecnica, approfondita, che ci aiuti a usare la tecnologia senza abusarne. Perché oggi il lavoro richiede capacità, istruzione e formazione. E noi, che viviamo in un mondo dove immaginiamo robot che governano e comandano, sentiamo che ci hanno trasmesso in modo sbagliato la velocità con cui affrontare non solo il lavoro, ma la vita.
Molti criticano la scuola perché non ci prepara davvero al mondo del lavoro. La scuola insegna cosa faremo, ma non come comportarci. La scuola deve insegnare a imparare: i contenuti scadono, la capacità critica no. La tecnologia è il motore, ma noi restiamo il pilota. La nostra dignità sarà scegliere la direzione, non correre più veloci di un algoritmo. L’intelligenza artificiale non ci toglie il lavoro: ci toglie il lavoro “da macchine”. Più la tecnologia avanza, più diventa prezioso ciò che non si può programmare. La nostra sfida non è competere con l’algoritmo in velocità, ma superarlo in umanità.


La scuola prepara, ma non del tutto. Il mondo fuori cambia velocemente, mentre la scuola resta lenta e non insegna abbastanza cose pratiche. Essere studenti di un istituto tecnico economico significa interrogarsi sulla propria identità in un mondo che cambia rapidamente, cercando di definire il proprio ruolo in un mercato del lavoro imprevedibile.
Il modo corretto di usare la tecnologia è semplice: usarla senza essere pigri, senza diventarne dipendenti.

La cosiddetta Generazione Z sta ancora costruendo la propria identità. In un mondo che cambia troppo in fretta, il lavoro ci spaventa perché non è più una sicurezza. Non abbiamo solo paura di non trovare lavoro, ma di non avere un posto vero. Le macchine ci mettono in discussione, ma ancora di più lo fa un sistema che rischia di farci valere solo per ciò che produciamo. Forse è proprio questo il punto: non vogliamo solo lavorare, vogliamo capire se in quel lavoro resteremo persone o diventeremo numeri.
La GenZ è consapevole dei vantaggi della tecnologia, ma queste tecnologie chiedono menti forti e creano incertezze sull’identità. Siamo una generazione connessa, consapevole, adattabile, che sta cambiando il modo di comunicare.
In un mondo che cambia così velocemente, dobbiamo immaginare il futuro che sogniamo davvero, un obiettivo onesto, raggiungibile con serietà e determinazione. Il futuro ci spaventa perché può cambiare velocemente e non c’è niente di sicuro. Siamo cresciuti in una società che ci chiede di essere perfetti e produttivi. La paura di fallire o di non essere all’altezza ci accompagna sempre. La paura di non essere all’altezza nasce anche dal giudizio degli altri. Se un lavoro non si riesce a fare, si impara poco a poco. Ma se qualcuno ti giudica, la pressione impedisce di imparare. Con pazienza, disciplina e impegno, tutto si può fare.


Quando il lavoro diventa solo prestazione, ci si sente soli. E la solitudine porta a un cattivo lavoro. Temiamo di essere sostituiti perché le macchine sono più veloci. Ma l’IA non potrà mai completare un lavoro umano in modo completo: non prova sentimenti, non percepisce il tempo, non vive esperienze.
Il primo giorno di lavoro è l’inizio di un’avventura, il momento in cui ci sentiamo adulti e responsabili. Un lavoro per essere degno deve essere umano, significativo, con valori umani. Un lavoro può unire attraverso lealtà, gentilezza, confronto, amicizia.
Vogliamo costruire un mondo del lavoro che non consumi le persone, ma le faccia crescere. Dove il valore non si misura solo in produttività, ma anche in dignità, tempo e senso. Un lavoro che lascia spazio alla vita, che non costringa a scegliere tra stabilità e libertà, che riconosca che dietro ogni ruolo c’è una persona, non una risorsa.
Il futuro del lavoro è uno degli argomenti più discussi della nostra epoca. I cambiamenti tecnologici ed economici generano speranze e timori. Il lavoro non è più stabile come in passato. Temiamo di non avere competenze sufficienti. Temiamo di essere solo numeri. Ma con impegno e adattamento, il futuro può diventare un’opportunità.
Un lavoro incerto richiede adattamento, ma può creare disuguaglianze se non c’è aiuto per tutti. Un lavoro può essere realizzazione solo se mette al centro dignità e benessere. La scuola è spesso troppo teorica e poco collegata alla realtà.
Dal lavoro non vogliamo solo uno stipendio, ma un ambiente sano. Il lavoro deve piacere, altrimenti non si svolge bene. E deve esserci rispetto.
Studiare economia significa capire come funziona il mondo, ma anche imparare a risolvere problemi che le macchine non possono risolvere. Dobbiamo essere presenti nelle decisioni che riguardano il nostro futuro. Possiamo costruire un mondo più giusto, umano e consapevole.
Con lo studio si impara non solo a leggere il mondo, ma anche a migliorarlo. Temiamo di essere numeri sostituibili e il lavoro ci spaventa perché è diventato esecuzione fredda. Abbiamo paura di non bastare.


La Generazione Z spesso chiede una scuola meno generale e più specifica. Noi studenti siamo esploratori del nuovo.
Le macchine stanno sostituendo molti lavori. L’uomo rischia di saper fare sempre meno e di perdere il pensiero critico. Non sappiamo come inserirci nel mondo del lavoro e temiamo di non essere all’altezza.
La tecnologia si evolve, ma non potrà mai sostituire il ragionamento umano. La paura nasce dal pregiudizio degli altri. Ma con impegno tutto si può imparare.
Forse la vera sfida non è capire se l’intelligenza artificiale prenderà i nostri lavori, ma accorgerci di quanto noi stessi rischiamo di diventare simili a delle macchine.
L’IA, l’intelligenza artificiale, sa scrivere, analizzare, decidere. Ma ciò che resterà a noi è il pensiero critico e l’umanità. Nel 2030 il 30% dei lavoratori sarà GenZ. Ma spesso veniamo etichettati come fannulloni solo perché chiediamo diritti minimi. La GenZ non si accontenta. Punta in alto. A volte troppo sul guadagno. L’essere umano è insostituibile nei lavori che richiedono sensibilità.
L’IA può sostituire l’uomo, ma può anche aiutarlo. Il futuro del lavoro sembra cupo, ma possiamo farci trovare preparati. L’innovazione lascerà indietro qualcuno, ma possiamo reinventarci e chi sta dietro potrà avere la possibilità di raggiungerci.
Il mondo si può migliorare continuando ciò che le generazioni passate hanno lasciato. Avere dignità nel lavoro significa rendere giustizia alle proprie capacità, solo quando il lavoro diventa obbligo, perdiamo concentrazione e valore.
Se le macchine fanno quasi tutto, il problema non è cosa resta da fare, ma cosa resta da essere. La dignità non sarà lavorare come macchine, ma non diventare come loro.
Il lavoro deve dare significato, rispetto, apprezzamento. La scuola deve prepararci alla vita reale. Noi siamo gli artefici del nostro destino.
Vogliamo un lavoro che riconosca l’umanità. Un mondo che permetta di sbagliare. Un mondo che difenda i diritti. Un mondo che non lasci indietro chi fatica.
Noi giovani dobbiamo imparare a guidare il cambiamento, non a subirlo. Un lavoro deve farci sentire unici e realizzati. Alla scuola chiediamo di insegnarci a pensare, non solo a obbedire.


Il nostro impegno è usare la nostra voce per costruire un futuro dove la tecnologia sia un braccio, ma l’uomo metta la mente e l’anima.
Siamo studenti che si preparano a un mondo incerto. Il nostro futuro non è scritto: dobbiamo costruirlo. Ci spaventa l’instabilità. Quando ci chiedono cosa vogliamo fare da grandi, pensiamo a cosa porta più denaro. Il sistema capitalista spaventa.
Essere studenti oggi significa capire che la scuola è cambiata. Il futuro è nelle nostre mani. Il lavoro degno è stabile, pulito, umano. La scuola non offre tutti gli strumenti, ma lo studio sì, il frutto è nelle nostre mani e in ciò che decidiamo di essere e di voler diventare.
La GenZ ha sicuramente agevolazioni grazie alla tecnologia, ma ha poca preparazione pratica. Sul lavoro cerchiamo umanità, non sfruttamento. L’IA crea disoccupazione, ma non può imitare la creatività.
Abbiamo paura, sì. Ma abbiamo anche speranza.
Vogliamo una scuola che ci prepari davvero. Vogliamo un mondo del lavoro che non ci chieda di essere perfetti, ma umani. Vogliamo che la tecnologia sia uno strumento, non un padrone.
Vogliamo che l’innovazione non lasci indietro nessuno. Vogliamo che il lavoro sia un luogo di diritti, non di solitudine.
Crediamo che il lavoro non sia solo un contratto, ma un modo di stare nel mondo. E vogliamo un mondo in cui il lavoro non ci tolga la voce, ma ce la restituisca. Un mondo in cui la tecnologia non ci renda più veloci, ma più consapevoli. Un mondo in cui il futuro non sia una minaccia, ma una possibilità.
E allora ci chiediamo: se le macchine fanno quasi tutto, cosa resta da essere? Se le macchine imparano, gli algoritmi decidono, i robot producono, i software analizzano che cosa resta a noi? Resta la creatività, la relazione, la responsabilità, la sensibilità, l’etica. Resta la dignità. Resta l’umanità.

SCARICA QUI IL TESTO ORIGINALE DEL MANIFESTO IN FORMATO PDF

Torna in alto