Educare alla Memoria in classe: la lezione di don Milani per non girarsi dall’altra parte

Nel Giorno della Memoria, quando l’Europa si ferma a ricordare la Shoah e le vittime dell’odio razziale, la scuola e la pedagogia sono chiamate a un compito che va oltre la commemorazione rituale: trasformare la memoria in responsabilità poiché «non c’è storia senza la responsabilità» (Mattarella, Discorso in occasione della Giornata della Memoria, 2026). In questo orizzonte, la figura di don Lorenzo Milani torna a parlare con una forza sorprendentemente attuale, non solo per la sua idea di scuola come strumento di giustizia sociale, ma anche per una radice personale spesso ricordata con discrezione e rispetto: sua madre, Alice Weiss, di origine ebraica. Cresciuto in un ambiente colto, segnato dall’esperienza di una madre appartenente a una minoranza colpita dalle leggi razziali del 1938, don Milani maturò presto un rifiuto netto del razzismo, del nazionalismo cieco e dell’obbedienza senza riflessione critica che annulla la coscienza, sviluppando una profonda attenzione verso chi viene emarginato a tal punto di affermare: «ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio». Questo dato biografico non è un dettaglio marginale né una chiave riduttiva per interpretare l’opera del priore di Barbiana. È piuttosto una tessera di un mosaico di esperienze più ampio, che aiuta a comprendere la sensibilità profonda di don Milani verso ogni forma di esclusione e persecuzione: la scuola è chiamata ad educare contro ogni forma di discriminazione.

La Giornata della Memoria non riguarda solo il passato, ma interroga il presente: «è successo, non deve succedere mai più, -ricorda il ministro Valditara nel suo discorso in occasione della Giornata della memoria 2026- non è solo un imperativo etico, è un appello esistenziale che sgorga da ogni foto, da ogni fotogramma di ogni video, da ogni sillaba di ogni testimonianza, da ogni riga di sopravvissuto o di cronista dell’orrore».


Don Milani lo avrebbe detto senza mezzi termini: ricordare serve a “non rifare”, ma soprattutto a “non voltarsi dall’altra parte”. La sua pedagogia nasce proprio da qui! A Barbiana, la scuola non era neutrale: stava dalla parte degli ultimi, di chi era escluso dal linguaggio, dalla parola, quindi dal potere. In questo senso, la sua lezione si intreccia profondamente con il significato della Giornata della Memoria: chi è privato della parola è sempre il primo a essere cancellato, anche dalla storia. Il legame ideale con l’ebraismo, vissuto attraverso la figura materna, si riflette anche nel valore attribuito allo studio come atto etico. Nella tradizione ebraica, la conoscenza non è mai separata dalla responsabilità morale che si nutre costantemente dal forziere che custodisce la cultura tramandata di generazione in generazione: «la cultura è l’unico bene che diviso fra tutti non diminuisce» ricorda H. G. Gadamer. Allo stesso modo, per don Milani “sapere” significava diventare capaci di scegliere, di disobbedire quando l’ordine è ingiusto, di riconoscere l’umanità dell’altro. Non è un caso che uno dei suoi messaggi più celebri, quel “I care” scritto a Barbiana, nel cuore delle colline del Mugello, suona come l’esatto contrario dell’indifferenza che rese possibile l’antisemitismo, il quale «si diffuse e si sparse attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione» (Mattarella).


Ebbene, cosa vuol dire vivere il 27 gennaio all’interno della scuola primaria di oggi?
Parlare di “memoria” con i più piccoli non significa entrare nei dettagli più duri della storia, ma aiutarli a capire i valori fondamentali come il rispetto, la gentilezza e l’importanza di non escludere nessuno. In questo orizzonte ogni insegnante è chiamato a fare quello che ogni saggio e paziente contadino compie per favorire la crescita dei frutti: arare la terra attorno alle piante per ossigenare nuovamente il terreno. Così ogni buon insegnante cerca di ossigenare quotidianamente i valori che sono la base di una società giusta, fondata sul rispetto e la responsabilità. Ho pensato quindi di aprire questa giornata con la lettura della fiaba “Il nuovo vestito dell’imperatore” contenuta dentro il libro Dall’io al noi, curato da B. Franco. In agorà abbiamo condiviso gli uni gli altri le emozioni provate durante la lettura e i valori comuni che secondo la classe contribuiscono alla cresciuta del gruppo nel rispetto e nella valorizzazione di ciascuno. Usare la propria testa, considerarci tutti uguali, essere sinceri e onesti, non volere tutto per sé, non ferire le persone, non usare la violenza, non avere paura di sapere, non considerarci maggiori sono solo alcuni dei valori emersi, per i quali tutti ci impegnano ad attuare in un dialogo costante e autentico.


La Memoria è come un filo che unisce il passato al presente: ci siamo resi conto come questi valori attraversano le generazioni, ma necessitano di un costante e silenzioso lavoro quotidiano per renderli attuali e non cristallizzarli. La memoria ci ricorda che, tanti anni fa, alcune persone furono trattate ingiustamente solo perché considerate “diverse” schiacciando i valori che le proteggevano e le edificavano come “persone umane”. Furono escluse, allontanate, private dei loro diritti e della loro libertà. E come ci ricorda Mattarella «la menzogna che vi possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti, inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio, negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica».

Ricordare oggi significa impegnarsi a non ripetere gli stessi errori del passato e a costruire un mondo più giusto: «perché – ricorda il ministro Valditara – se la memoria deve essere un percorso mai interrotto, una pratica vivente, non un rito fine a sé stesso, la dimensione della documentazione, della condivisione dell’immagine dell’orrore, diventa fondamentale. Quel nesso tra “cultura, storia e vita” è il racconto, è una facoltà fondamentale dell’umano, permette di rendere».


In questa prospettiva, nel mondo della scuola, la Giornata della Memoria diventa un’occasione speciale per educare alla convivenza. I bambini possono comprendere che ogni persona ha valore dentro le differenze, le quali non sono un problema ma una ricchezza e nessuno deve essere lasciato solo. Attraverso racconti, letture, disegni e momenti di dialogo, i più piccoli imparano che le parole e i gesti possono ferire, ma possono anche proteggere e aiutare. La memoria diventa così un esercizio di empatia: mettersi nei panni degli altri, provare a immaginare come ci si sente quando si è esclusi o presi in giro e “scegliere” di comportarsi in modo diverso. Anche un piccolo gesto di amicizia, come invitare qualcuno a giocare o difendere un compagno in difficoltà, è un modo concreto per tenere viva la Memoria. Ogni bambino è chiamato a far incontrare la memoria con «la realtà del presente» esercitando uno spirito critico affinché  «questa necessità esistenziale, non sia un’astratta dichiarazione di principio, ma la concretezza quotidiana della nostra convivenza civile e democratica» (Mattarella).
Oggi, in un tempo segnato da nuovi razzismi, da linguaggi d’odio e da semplificazioni pericolose, la lezione di Barbiana è più che mai necessaria. Fare memoria non è solo accendere una candela il 27 gennaio, ma educare ogni giorno a riconoscere l’ingiustizia, anche quando è scomoda, anche quando riguarda “gli altri”. Don Milani ci ricorda che la scuola, se è davvero scuola, è sempre un atto di resistenza morale contro quel  «buio in cui si sviluppò la fitta nebbia di paura, di indifferenza, di opportunismo che pervase tanta parte della popolazione» (Mattarella). Educare alla memoria fin dalla scuola primaria significa seminare valori che cresceranno nel tempo. Ricordare serve a diventare cittadini più consapevoli, capaci di riconoscere l’ingiustizia e di scegliere la strada della solidarietà. Perché un futuro migliore nasce dal prenderci a cuore il mondo in cui viviamo: questo «ci rende custodi, in ogni circostanza e in ogni momento, della dignità, unica, incancellabile e inalienabile, della persona umana. Custodi della democrazia» (Mattarella).

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