
Classe 3B, 17 alunni, docente e guida è Silvia Beltrami, scuola primaria “Aldo Moro”, IC di Costa Masnaga. È appena uscito il secondo numero del giornale della scuola. Il progetto di scrittura di un giornale è stato lanciato dai bambini. E sono stati loro i protagonisti dell’iniziativa, da 17 alunni alla fine sono state coinvolte altre quattro classi per un centinaio di studenti e una decina di docenti. Determinante il ruolo e il coinvolgimento su materie diverse (il valore dell’interdisciplinarietà della scrittura collettiva è stato evidente) di tutto il team delle classi terze, altre cinque docenti: Chiara Cazzaniga, Patrizia Paciletti, Elisa Parravicini, Elena Giaveri, Simona Viglienghi.
Basterebbe leggere gli articoli che hanno scritto per capire la profondità dell’esperienza vissuta in questo percorso di scrittura collettiva. Il giornale alla fine non è, e non è stato soltanto il risultato di un laboratorio o di un esercizio di scrittura: ripensandoci, probabilmente il punto più interessante di questa esperienza è che il giornale è diventato un’occasione per scoprire, su loro iniziativa, che cosa pensano i bambini del mondo in cui vivono, come lo vedono, quali ingiustizie alla loro età percepiscono e riconoscono e quali cambiamenti vorrebbero vedere. Magari provando loro a cambiare le cose. Una sorta di coscienza civica, in piccolo. È stato il luogo in cui si è visto anche come i bambini sanno sollevare un problema, lo affrontano da un punto di vista dell’analisi delle sue parti, formulano domande, cercano informazioni, si confrontano e confrontano le risposte e arrivano a conclusioni che possono anche essere state messe in discussione, rispetto alle idee iniziali.
Questa è stata la prima volta che in una scuola della Rete Barbiana 2040 si è realizzato un giornale (cartaceo e online) rigorosamente prodotto con la tecnica della scrittura collettiva: tutti gli articoli sono stati scritti con l’idea, il contributo, l’ascolto, le correzioni, i suggerimenti, i ripensamenti, la ricerca delle parole e lo scambio dei risultati da parte di tutti quanti gli alunni. Nessun fogliolino è mai stato trascurato o escluso, ma tutti integrati nel testo dell’articolo finale. Con tempi forse un po’ più distesi, ma alla fine anche alla scuola di Barbiana si faceva così, la scrittura collettiva era un lavoro lungo e rigoroso. Si raccoglievano le idee, si discutevano, si organizzavano e si riscrivevano le frasi fino a trovare le parole più chiare e precise. E se i bambini hanno scelto di parlare di ingiustizie e di proteste, hanno imparato non senza fatica “a esprimere ciò che vivevano e pensavano” questa esperienza richiama una volta ancora l’insegnamento di don Milani e, nella loro piccola ma significativa esperienza, il valore della cittadinanza attiva. Insomma, a volte basta solo lasciare loro la parola. E mettersi in ascolto.




Ultima premessa. Ci sono tre nuclei significativi nei testi: l’inchiesta sulle regole dello scuolabus, la proposta di ridurre il rumore provocato dalle loro voci tenute troppo alte in mensa, un sondaggio rivolto a tutta la scuola per adottare una proposta-soluzione condivisa. A questi si aggiungono l’intervista alla dirigente Benedetta Vergani, e il racconto dei bambini della loro presentazione pubblica del giornale. Oltre a diversi altri articoli sulla vita e il loro lavoro a scuola.
Sono tutti materiali preziosi, documentano non solo ciò che gli alunni pensano e mettono in discussione, ma anche il lavoro necessario per trasformare il loro pensiero, spesso non sempre concorde, in un testo finale condiviso. A proposito di sperimentazione di didattiche che sviluppano e allenano le competenze non cognitive…
È stato anche un percorso intenso, almeno su due piani: da una parte, il lavoro concreto svolto dai bambini per realizzare il giornale (preceduto da una “formazione” per acquisire le regole basi del giornalista sulla scrittura, le nozioni tipografiche e grafiche, la scrittura dei titoli, il disegno della pagina e l’organizzazione della foliazione). Dall’altra, il significato educativo della scrittura collettiva, cioè il modo in cui la discussione ha creato confronto, ascolto e dibattito, occasione reale per sviluppare pensiero critico, autonomia e molta partecipazione.
Quasi un anno di lavoro, quindi, due numeri di un giornale (cartaceo e online) e una scoperta: quando i bambini possono scegliere gli argomenti, discutere liberamente e verificare le proprie idee, la scrittura diventa uno strumento per comprendere la realtà. E provare a cambiarla. È stato anche un modo per osservare la vita della scuola, cioè i loro contesti e dinamiche di relazioni sociali, riconoscere i problemi e cercare insieme possibili soluzioni.
La sorpresa più grande è arrivata dalla scelta degli argomenti. I bambini hanno deciso autonomamente di che cosa parlare. E hanno mostrato, dalla loro prospettiva, una particolare attenzione alle ingiustizie, alle regole, alle “apparenti contraddizioni del presente” che, dal loro vissuto, non funzionano e che vorrebbero cambiare.
Quello che è successo alla scuola primaria Aldo Moro di Costa Masnaga, è cominciato tutto dall’esperienza diretta, e da una domanda riportata in classe da un alunno, ma non sua. Aveva ascoltato un compagno della classe 3C: “Chi decide le regole su dove i bambini si devono sedere sullo scuolabus? Chi assegna i posti? Perché noi di terza non possiamo sederci in fondo e i ragazzi di quinta non ci fanno sedere anche se ci sono posti liberi?”.




Poteva essere liquidato come una banalità. Il viaggio in pullman per andare a scuola e tornare a casa è stato invece messo al centro della discussione: è vero che succede questo? Siete d’accordo? Avete osservazioni?
Il dibattito si infiamma: durante il tragitto, dicono, ci sono comportamenti che non condividono. Alcuni compagni più grandi, raccontano, pretendono di occupare i posti in fondo al pullman e non lasciano sedere lì i bambini delle altre classi. Altri si alzano mentre il mezzo è in movimento o non rispettano le indicazioni di stare sempre seduti.
I bambini non si limitano a lamentarsi. Cominciano a farsi domande.
Chi stabilisce le regole? Perché alcuni compagni sembrano conoscerle e altri no? Esiste davvero una regola che assegna i posti in base all’età? E perché alcuni bambini si comportano come se avessero il diritto di decidere per tutti?
La questione dei posti diventa il punto di partenza di una vera inchiesta. Gli alunni intervistano le bidelle, la dirigente scolastica, la sindaca e gli autisti del pullman. A ciascuno pongono la stessa domanda: chi decide le regole? Le risposte però non coincidono.
La dirigente, la sindaca e uno degli autisti indicano il Comune. Alcuni collaboratori scolastici sostengono invece che le regole siano decise da loro. Altri attribuiscono la responsabilità agli autisti.

A questo punto i bambini affrontano una difficoltà tipica del lavoro giornalistico: come si fa a capire quale risposta sia corretta quando le persone danno informazioni diverse?
Seguiti e in parte accompagnati con suggerimenti pratici dall’insegnante Silvia, la soluzione è cercare un documento. Gli alunni consultano il sito del Comune e scoprono che esiste un regolamento ufficiale, sottoscritto dai genitori quando iscrivono i figli al servizio di trasporto scolastico.
La ricerca permette anche di chiarire un altro punto. Scoprono che nel regolamento non esiste la regola che assegna i posti in fondo al pullman alle classi più grandi. Quella che alcuni bambini presentavano come una regola obbligatoria non è, in realtà, una disposizione ufficiale.
È una scoperta importante. La percezione iniziale di un’ingiustizia viene confrontata con le informazioni disponibili. I bambini non si fermano a ciò che sentono dire dai compagni o dagli adulti: cercano una fonte diretta che dà loro ragione. Hanno sperimentato che discutere non significa perdere tempo. Significa cercare di capire meglio. Hanno scoperto che ascoltare un’obiezione non significa rinunciare alle proprie idee, ma può aiutare a renderle più solide. E hanno visto che prima di scrivere, occorre pazienza, precisione e disponibilità a correggere ciò che si pensava.


A questo punto parte il laboratorio di scrittura collettiva, con i suoi tempi distesi e di riflessione: il primo giorno è fatto di idee sparse e appunti molto personali. Ma tutti scrivono un “pezzo” di questa “notizia”, i dettagli, il lavoro fatto, le interviste e le risposte, cosa dicono i documenti. Si riempie una scatola di fogliolini, il giorno dopo li si ricopiano alla Lim, la volta dopo ancora si leggono, si selezionano, si correggono. Passano due settimane. Divisi in quattro gruppi di lavoro, i bambini formano i primi paragrafi. Ogni paragrafo si unisce in un articolo unico e insieme si legge tutto il testo: obiettivo è vedere cosa si capisce e che cosa non è chiaro.
Correzioni, tagli e aggiustamenti sono stati fatti, alla fine l’articolo non si limita solo a raccontare come è nato il problema, a chiarire chi ha il compito di stabilire le regole e quali informazioni servono per fare chiarezza a tutti. Gli alunni propongono di aggiungere al regolamento anche il divieto di mangiare sul pullman, perché il mezzo rimanga più pulito. E, finale, invitano i bambini che fino ad allora si erano comportati in modo “prepotente” a chiedere scusa.
In questo primo articolo c’è già un risultato educativo: le situazioni si possono cambiare, ma i bambini hanno verificato che per contestare una situazione che ritengono ingiusta, è importante conoscere i fatti, verificare le regole e spiegare le proprie ragioni.



Dall’autobus alla mensa. Un altro problema nasce infatti durante il pranzo. La denuncia dei bambini è categorica: la mensa è troppo rumorosa e molti bambini fanno fatica a parlare con i compagni o a mangiare tranquillamente. Alcuni bambini dicono anche che, quando il rumore è eccessivo, viene il mal di testa.
Gli alunni della classe terza B decidono di affrontare la questione, facendo una proposta ai compagni di tutta la scuola. Decidono di scrivere un articolo per presentare la situazione e fare una proposta: tenere la voce bassa durante il pasto.
Nella discussione, però c’è chi solleva una questione “democratica”: “Sarebbe bello sentire anche le proposte dei nostri compagni, non solo la nostra” sottolinea Rehina.
Preparano allora un piccolo questionario con una domanda precisa: «Sei d’accordo con la nostra proposta?». Distribuiscono i questionari a tutta la scuola, classe per classe, alunno per alunno, raccolgono le risposte e le analizzano.
I risultati sono chiari: su 199 risposte, 186 sono favorevoli e 13 contrarie.
Qui il lavoro delle docenti di matematica è stato esemplare: le maestre Chiara e Patrizia, insegnano Matematica, a proposito di interdisciplinarietà anche dentro la scrittura collettiva, hanno lavorato sui numeri, con il calcolo, la statistica, la lettura dei dati, la rappresentazione grafica.
Ma il lavoro sul dato numerico non ha chiuso il lavoro di analisi. I bambini esaminano anche i commenti scritti dai compagni. Tra le risposte favorevoli, 50 contengono osservazioni aggiuntive. Alcuni alunni propongono altri comportamenti: stare seduti in modo composto, non rovesciare l’acqua, non giocare con le posate e muoversi con attenzione. Altri bambini, invece, sollevano obiezioni: tenere la voce bassa potrebbe impedire di parlare e fare amicizia.


Si apre un dibattito fra alunni. E le obiezioni “meritano una risposta”. I piccoli giornalisti spiegano che “la loro proposta non è quella di vietare ogni conversazione. Vogliono ridurre il rumore, non impedire ai compagni di socializzare. Parlare a bassa voce permette di continuare a stare insieme senza trasformare la mensa in un luogo troppo rumoroso”.
La discussione si sposta così alla ricerca di una soluzione che tenga conto delle esigenze degli altri.
“Insomma, le regole non si impongono: si discutono” sottolinea Linda. E allora tocca alla classe quinta A raccontare di aver riflettuto: non si impone il silenzio assoluto, ma si parla sottovoce. Inoltre si aggiunge l’idea di portare in mensa delle ceste con libri, quaderni, riviste, giornalini, album da disegno, matite e pennarelli. Le ceste vengono personalizzate dalle diverse classi, in base ai gusti e interessi.
Anche questo alla fine si rivela come un esempio concreto di come una proposta possa produrre nuove domande e nuove soluzioni. Il giornale non è servito solto a “denunciare” ciò che fanno gli altri. Scrivendo e descrivendo una loro situazione ha offerto ai bambini la possibilità di osservare anche il proprio comportamento, riconoscere le difficoltà e pensare a come migliorare. È stata un’esperienza di partecipazione collettiva.
Si racconta anche la vita della scuola. Nella classe 3C, la redazione del giornale, arrivano tante richieste: i loro compagni vogliono raccontare ciò che accade nella loro scuola e chiedono “spazio” ai lavori dei compagni. Vogliono intervistare insegnanti, collaboratori scolastici, dirigente. Desiderano proporre libri da leggere, film e spettacoli da vedere, ma anche giochi, disegni e barzellette.


La scuola viene osservata da molti punti di vista. Non è soltanto il luogo delle lezioni: è una comunità consapevole composta da bambini, insegnanti e adulti che ogni giorno condividono spazi, regole ed esperienze.
Un esempio è l’intervista alla nuova dirigente, Benedetta Vergani. I bambini non fanno domande sul funzionamento dell’istituto. Vogliono conoscere la sua storia, gli studi che ha fatto, il lavoro precedente e i sogni per il futuro. L’intervista diventa un modo per conoscere meglio una persona che ricopre un ruolo importante nella comunità scolastica. Le domande permettono di scoprire anche un aspetto personale della dirigente: il ricordo di una maestra molto severa, il piacere di studiare, la passione per l’insegnamento e la fiducia riposta nei bambini. La dirigente, a sua volta, riconosce il valore del giornalino. Spiega che permette agli alunni di essere protagonisti della vita della scuola e offre agli adulti un punto di vista interessante sul mondo della scuola.
Questo scambio mostra un altro risultato del progetto: i bambini non sono soltanto persone di cui gli adulti parlano o alle quali gli adulti spiegano le cose. Possono diventare interlocutori capaci di fare domande, raccogliere informazioni e restituire alla comunità un racconto della propria esperienza.
È anche in questo il valore del percorso della scrittura collettiva. Per comprendere fino in fondo il significato di questi articoli bisogna considerare la tecnica con cui sono stati costruiti. La scrittura collettiva di don Lorenzo Milani non consiste nel dividere il lavoro e affidare a ciascun bambino una parte del testo. Non significa neppure mettere insieme, alla fine, una serie di contributi individuali. Il principio di valore è più esigente: è il processo sottostante, il testo nasce da un lavoro comune di elaborazione del pensiero, di tutti insieme. Nel laboratorio di Costa Masnaga, questo processo è stato seguito rigorosamente. I testi pubblicati sono il risultato di un lavoro approfondito di discussione, confronto, analisi, correzione e ricerca documentale. È importante sottolinearlo, perché la qualità didattica ed educativa dell’esperienza non può essere misurata solo leggendo il giornale finito. Bisogna considerare tutto ciò che è accaduto molto prima della pubblicazione.
Nell’inchiesta sul pullman, per esempio, il lavoro non si ferma alla prima opinione. I bambini ascoltano le persone coinvolte, registrano le differenze tra le risposte e cercano il regolamento ufficiale. Il documento permette di smentire una convinzione diffusa e sbagliata, e di distinguere una consuetudine da una regola effettivamente prevista.
Nella discussione sulla mensa, invece, la proposta viene sottoposta al giudizio dei compagni attraverso un sondaggio. Le risposte vengono contate e analizzate, le obiezioni prese in considerazione e le possibili soluzioni discusse. Anche sotto questo profilo, e non solo nello svolgimento del processo di ascolto, intervento e mediazione, la scrittura collettiva diventa reale palestra di democrazia. Il pensiero è qualcosa che può essere approfondito, corretto e migliorato attraverso il confronto con gli altri e con le informazioni disponibili.

Ultima considerazione, da docente di scuola primaria. L’esperienza di Costa Masnaga richiama uno dei principi fondamentali dell’insegnamento di don Milani: la scuola deve formare persone capaci di partecipare consapevolmente alla vita della comunità. Il cittadino sovrano non è chi comanda sugli altri. È chi possiede gli strumenti per comprendere la realtà, riconoscere i problemi, esprimere le proprie ragioni e partecipare alle decisioni collettive.
Gli articoli del giornalino, per come sono nati, documentati e elaborati, mostrano come questo percorso possa cominciare anche nella scuola primaria. La protesta non resta una reazione immediata (che pure c’è stata), ma diventa l’inizio di un percorso di conoscenza solo quando glielo si offre, viene dato spazio e tempo per esprimersi. Il desiderio di cambiare una situazione deve confrontarsi con i fatti, con le regole e con i bisogni delle altre persone.
La scrittura collettiva permette di lavorare su questa responsabilità. Ogni affermazione viene discussa, ogni proposta va spiegata e ogni testo deve essere comprensibile per chi lo leggerà.




E poi c’è l’orgoglio degli alunni: presentare il giornale a tutti i loro compagni. Gli alunni della 3B hanno invitato tutte le classi della scuola e la dirigente nel salone. Si sono divise le parti da presentare, hanno spiegano come è nata l’idea del giornale e anticipano alcuni articoli. Portano con sé anche gli oggetti utilizzati nel lavoro, tra cui il cartellone con la proposta per la mensa. I compagni ascoltano, fanno domande e applaudono.
Nel loro racconto non nascondono le emozioni. Alcuni sono agitati, altri temono di sbagliare o di dimenticare ciò che devono dire. Ma, una volta iniziata la presentazione, diversi bambini riescono a superare la paura e a parlare con maggiore sicurezza. Raccontano anche quali sono state le parti più difficili: scrivere gli articoli, cambiare l’ordine delle pagine e discutere a lungo durante gli incontri del lunedì. È una testimonianza importante perché mostra che i bambini riconoscono la fatica del lavoro svolto. Non descrivono la scrittura come un’attività sempre facile e divertente, anzi: “si fa molta fatica”. Raccontano anche i momenti complessi, le discussioni e la necessità di rimettere mano al testo. Ma raccontano pure la soddisfazione di vedere il giornale terminato e di poterlo presentare agli altri perché dicono “lo abbiamo fatto tutto insieme”.
In sostanza, il giornale ha preso forma nella vita quotidiana della scuola, quando gli alunni hanno la possibilità di osservare un problema, formulare una domanda e lavorare insieme per comprenderlo. Perché questo accada, però, non basta chiedere ai bambini che cosa ne pensano. Occorre dare tempo alle loro idee, permettere che vengano discusse e accompagnarle in un percorso di approfondimento. Occorre accettare che una propria idea possa cambiare e che il risultato finale sia migliore proprio perché è stato messo alla prova.
Alla fine dell’esperienza restano due numeri del giornalino, mesi di confronto e di ascolto, con i loro articoli, le interviste, le inchieste e le proposte. Ma il risultato più significativo, ribadiamo, è il percorso che ha permesso di realizzarli. E a proposito di sperimentazioni, ci aiuta Anna Granata quando sostiene che la vera spinta riformista “nasce dal basso, dalle sperimentazioni di chi prova a fare scuola in modo diverso”. E aggiunge che gli insegnanti “una volta superata l’impasse di rivedere le proprie attività tradizionali, sperimentano che lavorare insieme porta enormi soddisfazioni nella professione. Sperimentata questa modalità non si torna più indietro”.




