Salamanca, un anno dopo: quando lo sguardo si apre, nuove strade si spalancano

A un anno dall’esperienza Erasmus a Salamanca, vissuta come docente, mi ritrovo a riflettere su ciò che quell’opportunità ha lasciato nel mio modo di abitare la scuola: alcune esperienze formative non si esauriscono nel tempo in cui vengono vissute ma continuano a interrogare le nostre abitudini, modificano il nostro sguardo e ci invitano a rileggere la quotidianità professionale con occhi nuovi. Per me, Salamanca è stata soprattutto un’occasione per ripensare il rapporto tra osservazione e azione educativa: tornare in classe ha significato provare a tradurre quanto raccolto in un modo diverso di leggere la realtà degli alunni, prestando maggiore attenzione alle loro parole, ai comportamenti, alle relazioni e a ciò che accade tra loro, spesso al di là delle attività programmate. Vorrei riprendere tre coordinate secondo me significative che emergono nuovamente con forza, rileggendo il tempo trascorso dall’esperienza: ognuno è un universo irripetibile; abitare con generosità le relazioni; costruire insieme, perché educare è un’opera corale. Non li ho intesi come semplici indicazioni da aggiungere alla pratica didattica, ma come lenti attraverso cui guardare con maggiore consapevolezza il gruppo classe, coglierne le dinamiche più profonde e, al termine di ogni percorso, rileggere il cammino personale compiuto per riconoscere ciò che è germogliato e intravedere nuove strade da percorrere.


Affermare che ogni alunno è un universo irripetibile e dunque importante, significa andare oltre il principio, pur fondamentale, che tutti abbiano diritto a partecipare ma chiede di interrogarsi su chi riesce effettivamente a trovare spazio, su chi prende spesso la parola e su chi, invece, rimane ai margini; su chi si fa notare attraverso comportamenti vivaci e su chi rischia di diventare invisibile proprio perché non crea difficoltà. Certo, da soli, è impossibile pretendere di avere tutto sott’occhio ma, grazie alla diversificazione della proposta didattica che nell’istituto scolastico in cui lavoro ho trovato, si può tentare… bambini e bambine che lavorano in autonomia in un approccio “montessoriano” o “Senza Zaino”, predisponendo l’ambiente educativo a loro più adeguato, mi permette di aprire gli occhi e le orecchie per imparare a vedere ciò che non emerge o si nasconde dietro alle fragilità. L’ascolto non riguarda soltanto ciò che i bambini dicono, ma anche le esitazioni, i silenzi, le alleanze, le esclusioni e i tentativi, talvolta maldestri, di trovare un posto nel gruppo. Quando riesco ad attuare tutto ciò, esco dalla classe più sereno e rilassato, arricchito dallo sguardo di fiducia che è nato nel dialogo con qualcuno e plasmato da cose che prima di entrare non conoscevo… Un bambino non coincide con il suo errore, con una difficoltà o con il giudizio che gli adulti, genitori o docenti, hanno costruito su di lui ma è molto di più: è uno sguardo aperto al mondo che chiede di guardare con lui con coraggio il futuro! Per comprendere ciò che accade occorre osservare, ascoltare e mantenere aperta la possibilità di scoprire qualcosa che ancora non avevamo visto…


Il terzo orientamento riguarda il costruire insieme in una proficua collaborazione tra docenti e non solo: leggere la realtà della classe richiede uno sguardo capace di andare oltre la percezione individuale per condividere una responsabilità  collettiva del comprendere. Ogni insegnante osserva gli alunni in momenti, attività e situazioni differenti; condividere queste osservazioni permette di costruire una comprensione più articolata delle dinamiche relazionali e dei bisogni educativi. Il lavoro di team non consiste soltanto nel coordinare programmazioni e organizzare attività: quanto tempo dedichiamo a questo riducendo sempre più, in modo inconsapevole, l’allenamento a saper cogliere l’atteso imprevisto. Significa mettere in comune domande, confrontare interpretazioni e verificare insieme se le strategie adottate siano realmente aderenti alla situazione concreta: un comportamento che in un contesto appare problematico può assumere un significato diverso se osservato in un’altra situazione; una difficoltà individuale può rivelare una dinamica più ampia che coinvolge il gruppo. La coerenza educativa non significa che tutti debbano agire nello stesso modo, ma che le diverse professionalità possano riconoscersi in una comune attenzione alla persona e alla qualità delle relazioni, accettando la pluralità dei punti di vista e la possibilità di rivedere le proprie convinzioni.

Queste tre lenti, mi allenano quotidianamente nella lettura del contesto di realtà per rimanere il più fedele e aderente possibile ad esso: imparare a leggere ciò che accade per non proporre risposte lontane dalla vita concreta della classe. È una ricerca che non si conclude e che richiede di osservare, interrogarsi e ripensare continuamente le proprie scelte: perché gli alunni non sono destinatari di un progetto già definito ma sono persone che, con le loro storie e le loro relazioni, contribuiscono a costruire ogni giorno la realtà alla quale l’insegnante è chiamato a rispondere. Forse, a un anno di distanza, Salamanca non mi ha lasciato nuove risposte, ma domande che continuano ad accompagnarmi tra i banchi. Mi ha consegnato la prospettiva che una classe non è mai soltanto ciò che vediamo, né ciò che riusciamo a programmare: è un intreccio di storie, attese, fragilità e possibilità che ogni giorno ci chiede di essere riletto. Perché, in fondo, educare significa anche accettare che qualcosa ci sfugga, che uno sguardo possa non bastare, che un bambino possa sorprenderci proprio là dove credevamo di averlo già compreso!


Forse il viaggio più importante non è quello che ci porta lontano dalla nostra scuola, ma quello che ci permette di tornarvi con occhi diversi: occhi capaci di sostare dove prima passavamo in fretta, di ascoltare ciò che non trova voce, di riconoscere nell’imprevisto non un ostacolo al nostro insegnare, ma un’occasione per imparare ancora tutti insieme. E allora, noi docenti, quando entriamo in classe, siamo davvero pronti a incontrare i bambini che abbiamo davanti, oppure rischiamo di vedere soltanto quelli che pensiamo di conoscere?
Il secondo orientamento riguarda l’abitare con generosità le relazioni, inteso non come un gesto occasionale di gentilezza, ma come una disposizione a investire in modo sproporzionato nelle relazioni più attenzione, tempo e fiducia di quanto la fretta quotidiana sembri consentire. Essere “esageratamente generosi” significa provare a comprendere prima di giudicare, concedere la possibilità di ricominciare, correggere senza richiamare o rimarcare l’errore e riconoscere che dietro un comportamento può esserci una difficoltà che non siamo ancora riusciti a comprendere. Non significa rinunciare alle regole, ma farle vivere dentro una relazione che salvaguardi la dignità della persona! La generosità diventa così una pratica concreta da sperimentare quotidianamente, non una qualità da descrivere in astratto: si manifesta nella cura delle parole, nella disponibilità ad aiutare, nella capacità di ascoltare un punto di vista diverso e nel coraggio di ricostruire un legame.

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