I legami costruiscono relazioni, mattoni di speranza nelle mani di artigiani di pace

Nella foto, da sinistra: Azezet Habtezghi Kidane, religiosa comboniana eritrea, conosciuta anche come suor Aziza, attiva per anni in Israele e nei Territori Palestinesi; Elana Kaminka, israeliana, madre di Yannai, soldato ucciso il 7 ottobre 2023; Layla al-Sheik, madre musulmana di Betlemme che ha perso un figlio piccolo, Qusay, nella seconda Intifada. La giornalista Alessandra Buzzetti

Ogni anno a fine estate si svolge a Rimini il Meeting per l’amicizia tra i popoli giunto alla sua 46esima edizione. Par proprio che il titolo della kermesse riminese, ogni volta voglia evocare e tratteggiare la strada per quanto accade della società e nel mondo contemporaneo. “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi” è stato il titolo del 2025.
Anche quest’anno ho attraversato i padiglioni e gli stand, ho visitato alcune mostre e ho assistito ad alcuni incontri che hanno come interlocutori personalità del mondo civile, politico, religioso, di tutto il mondo. In apertura Alessandra Buzzetti che vive a Gerusalemme e lavora come giornalista per TV2000 ha moderato e condiviso nella carne, un dialogo veramente toccante e polifonico relativo alla tragedia della guerra che non ha fine, a Gaza e dintorni da ormai troppo tempo. E su quel palco – non solo venerdì 22 agosto,- sono scoccate le più desiderate ore di speranza, come pepite d’oro che sanno improvvisamente punteggiare un sentiero oscuro, buio, disperato.
Ho assistito ad uno scambio serrato, forte, franco, quasi lieto e promettente, ho toccato la forza del legame tra due mamme rispettivamente ebrea e palestinese che hanno consegnato i loro figli all’obbrobrio e alla carneficina dei soldati e una suora comboniana eritrea nell’incontro “Madri per la pace”.
La voce delle protagoniste dominava cuori e menti dei presenti, senza paura, senza sospetto, carica di una impossibile consapevolezza.
Davanti a uno spettacolo del genere, nasce quasi una sorta di difesa. Si è tentati di non credere, di non accontentarsi, di non cedere alla bellezza.


Che cosa può restituire fiducia nella costruzione sociale e civile, qual è il valore dell’iniziativa personale e delle relazioni, in un’epoca che appare sopraffatta dalle tragedie in atto?
Occorre un pezzo di mondo già cambiato, come mattoni nuovi che possono popolare il deserto. Ed io ero lì inchiodata ad ascoltare e ad immedesimarmi in un miracolo che non fa notizia, all’interno dello scacchiere internazionale. Ho pensato molto a un’espressione di Papa Francesco quando ha parlato di Artigianato della pace all’interno della grande Architettura di pace. Ammirata e talvolta incredula anch’io sono chiamata ad essere come loro artigiana di responsabilità, di condivisione fino al perdono, nella mia quotidianità, come te che leggi. La forza del Meeting e di qualunque visitatore voglia apprestarsi a vivere un’autentica avventura umana, ai limiti dell’inimmaginabile, sta tutta in una fiducia elementare che sgorga direttamente dalle esigenze costitutive del proprio animo alimentate senza soluzione di continuità nel grande incontro tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Sono gocce di speranza nell’oceano di morte, che documentano un’oggettiva differenza di potenziale. Si tratta di una specie di baldanza ingenua per cui chi partecipa anche per caso, accetta di veder vincere tra tutti i padiglioni da nord a sud, una realtà umana dentro la realtà, che quasi mai  costituisce notizia sui media.


I suoi artefici sono uomini vivi e assetati di senso, un popolo sui generis che nel travaglio del tempo presente, accetta di rimboccarsi le maniche e di sperare fattivamente contro ogni speranza. Basta girare per comprendere, per desiderare di scoprire il significato del lavoro, della cura della persona, della letteratura come esperienza del reale, degli orizzonti dell’Europa, della necessità di scommettere su opere sociali, sul mondo della fragilità, del lavoro, dell’accoglienza, della cultura, oppure delle realtà non profit e di volontariato che, oltre a offrire importanti servizi di assistenza in vari ambiti, costituiscono delle comunità, dei luoghi di relazione e di condivisione. Alla base di una società giusta e della pace sta la forza dei legami tra le persone, dei rapporti continuamente ricercati tra uomini che non smettono di provare a costruire per il bene di tutti.  La forza dei legami è la base della sussidiarietà-  come nel Centro delle Mamme presente tra Israele e Palestina-  perché essa è il principio che affonda le sue radici nell’antropologia personalista in cui più persone, più società, costituiscono più Stato insieme.


Così i giorni al Meeting non costituiscono un colpo di spugna sui problemi numerosi e tragici, ma miriadi di tentativi di compromissione umana, nella tensione e ricerca del bene che stringe e accomuna gente diversa proveniente da diverse latitudini sotto il cielo. Dalla tensione virtuosa a collaborare nascono risposte innovative che contrastano l’attuale impoverimento sociale e civile. Non per niente, economisti di fama mondiale come l’ex Governatore della Banca Centrale indiana Raghuram Rajan, ne fanno il terzo pilastro dello sviluppo insieme a Stato e mercato.
Nei pranzi e nelle cene tra amici vecchi e nuovi, si gustano i cibi per il comun denominatore di quella ” fame” che fa accettare di costruire, portando il proprio piccolo mattone, negli ambiti in cui per noi si svolge e sgorga la vita.

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