
E così ho deciso di buttarmi. Dopo aver attivato a scuola la formazione tenuta dalla prof.ssa Di Gaetano, dopo essere stata a Sorisole a vedere in diretta come il metodo di scrittura collettiva funziona (ed essere rimasta sconcertata insieme ai miei 12 colleghi nel vederne l’efficacia) e dopo i due sabati in cui la professoressa di Gaetano ha tenuto un laboratorio di scrittura con la mia classe 2L, anch’io ho voluto provare.
Molto timorosa e incerta perché non mi sento affatto padrona del metodo, ho pure scelto una classe che mi fa fare fatica. Se la tecnica di don Milani funziona, mi sono detta, deve proprio funzionare con i miei “Pierini”, non carenti di pane e lingua, ma di curiosità e senso. A complicare il tutto, come se l’inesperienza non bastasse, la materia che insegno: la lingua inglese.
Ora, se ho deciso di raccontare non è perché abbia concluso qualcosa ma perché qualcosa è iniziato e vorrei enucleare i passi che ho visto fare alla mia classe e che io prima di tutto ho fatto.
Avevo appena concluso lo studio del Romeo e Giulietta e ho deciso di iniziare il laboratorio dalla frase che sembra racchiudere tutti il senso della tragedia: l’odio è antico e l’amore è giovane (old hatred, young love). Avevo tanta paura che i ragazzi non avrebbero scritto nulla, convinta che la lingua che io insegno, l’inglese appunto, sarebbe stata un’ulteriore barriera. E invece no. Hanno scritto e scritto, con scioltezza e convinzione e alla fine dell’ora i fogliolini sui banchi erano tantissimi. Dunque la prima cosa che ho visto è che anche con una lingua straniera il metodo di Don Milani può funzionare.


La seconda cosa che ho imparato riguarda soprattutto me, cioè il mio ruolo di docente ed educatore. Mi spiego: quello che è cambiato è stato soprattutto il mio modo di guardare i ragazzi, cioè di rapportarmi a loro. Questa attività mi ha costretto ad osservarli con uno sguardo nuovo, come se improvvisamente fossi stata dotata di occhiali con lenti potenti, che me li avvicinano e mettevano a fuoco. Li ho guardati con “tenerezza” se posso usare una parola che si presta sicuramente ad essere fraintesa, non perché fossero bravi ma perché c’erano. Ed erano lì in gioco con tutto loro stessi. La mia ritrosia iniziale nel proporre la scrittura collettiva era data dal fatto che mi sembrava un’attività troppo impegnativa e come se implicitamente dicessi loro: non ce la potete fare, io conosco le vostre fragilità e lacune, teniamo l’asticella bassa, a voi penso io, vi tolgo qualche fatica. Ma non è così! Mi sono sorpresa a pensare che dire a dei giovani “questo è troppo difficile per voi” conduce alla deresponsabilizzazione. Significa implicitamente mandare il messaggio “tu non hai niente da dare”. Chiedere molto è un atto di stima, non un atto di pretesa.
Nel secondo laboratorio siamo partiti da una sequenza del film “Freedom Writers”, quando Tito, ragazzo latinoamericano, tornando in classe dopo le vacanze estive, terribili, esclama “adesso sono a casa!” Ci siamo chiesti: ma la scuola può essere “casa” per noi? Cos’è per voi “casa”? Chi è “casa”?


L’ultimo laboratorio, ed era solo la terza ora che sperimentavo, è stato forse il più doloroso. Erano appena accaduti i fatti di Bergamo, tristemente noti, dove uno studente di scuola media aveva accoltellato l’insegnante di francese. Che sconvolgimento per me! Ma anche per loro, nessuno era rimasto indifferente a quei fatti. Dopo aver letto la lettera che il tredicenne ha affidato ai social e avere appuntato alla lavagna dei concetti chiave che loro mi facevano notare, a ognuno dei ragazzi ho chiesto di scrivere una lettera al protagonista della vicenda. Cosa gli direste voi? Come vi rivolgereste? Come lo chiamereste? È vero che la scuola è un fallimento come lui dice? È vero che gli adulti se ne fregano di voi? “Dear boy, I don’t know you but there’s something I would like to tell you…” Non credevo ai miei occhi quando li ho visti piegati su quel foglio impegnati a comunicare quello che a loro premeva. Stessa cosa con la lettera dell’insegnante ferita, lettura in classe e messaggi rivolti a lei. Mentre scrivevano mi accorgo che, non volendo, avevamo appena rovesciato l’assunto iniziale: non è (sempre) vero che l’odio è vecchio e l’amore giovane. Sotto in nostri occhi stavamo vedendo altro. Ma allora se non è un problema di età, cosa ci fa odiare? E cosa ci permette invece di amare? Da qui andrò avanti, per il poco tempo che mi rimane in questa fine d’anno scolastico.



Di queste 3 ore di lezione, strane e intense, voglio trattenere alcune cose viste e le domande che hanno suscitato in me, sicuramente piccole e parziali, ma che voglio custodire
- La lingua ci rende uguali, diceva don Milani. Vale anche per la lingua straniera?
- Rallentare per approfondire. Perdere tempo per guadagnare spazio. É possibile o siamo condannati alla tirannia del programma?
Mi sono accorta che sicuramente I ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati prima che giudicati. La “leggerezza” con cui scrivevano e mi consegnavano i loro pezzi di vita (sbirciando poi i fogliolini mi sono stupita di quanta “vita” passasse di lì) era sicuramente facilitata dal sapere di non essere valutati. Questo mi fa tanto pensare. Quanto sono disposta a seguire strade nuove e inesplorate per raggiungere questi ragazzi e loro periferie del cuore?




