
Questo testo è il risultato di un laboratorio di Scrittura Collettiva del gruppo Docenti che hanno partecipato alla Formazione e Tutoraggio a Genova e Cornedo Vicentino.
“Non lasciarmi cadere!”. Ci sono giorni in classe in cui inciampiamo tutti, noi docenti, loro gli alunni e, a volte, anche i genitori che stanno sullo sfondo. Allora la domanda che ci poniamo è semplice e gigantesca al tempo stesso: Quali sono gli inciampi della quotidianità in classe? Qual è davvero l’ostacolo?
A volte l’ostacolo non è soltanto la fatica dell’apprendimento, i ragazzi si sentono fuori posto perché manca un rapporto autentico con i genitori. Quindi le loro provocazioni vanno lette come richiesta d’attenzione e di uno sguardo su di loro: “Le combino perché tu riesca a vedermi, se tu mi vedi , mi dai prova che esisto”. Il disagio cela una sofferenza quotidiana che manifesta il bisogno di essere riconosciuti.
La Scrittura collettiva dà voce ai ragazzi, apre le porte alla bellezza e al senso di liberazione che porta il condividere il proprio io. Nel laboratorio i ragazzi trovano un porto sicuro, lento, perché, come nativi digitali, sono avvezzi a correre rapidi e a scivolare sulle cose. L’attenzione che la scuola dà allo studente può permettere la crescita e la formazione anche di chi non riceve in famiglia il riconoscimento necessario. Mediante tali laboratori di pensiero, di dialogo e di scrittura, la scuola può diventare esperienza fondativa: lavorare in cerchio è una modalità che aiuta i ragazzi ad esprimersi, a fidarsi, ad essere valorizzati e non solo ad essere valutati.
Può il laboratorio diventare un’occasione anche per i genitori di liberarsi, di ritrovare un linguaggio condiviso con i figli?
La famiglia che dovrebbe essere un porto sicuro talvolta diventa sfondo opaco: i genitori tendono a leggere con fatica la realtà delle difficoltà e i capricci dei propri figli, sono spesso un po’ disarmati e sprovveduti perché il contesto è molto diverso da quello della loro epoca e certi canoni educativi non sono più applicabili, tantomeno a dinamiche conflittuali che si amplificano sui social.
Indipendentemente dalla famiglia, la scuola ha un ruolo importante e formativo verso ciascun alunno.
Cosa spetta a noi come docenti? Cosa- quali argomenti possiamo affrontare con un passo diverso? Quel muro, quella difficoltà che troviamo in classe, può essere l’inizio di una sfida, da affrontare tutti insieme all’interno della classe, anche attraverso la condivisione delle difficoltà?
La nostra bussola dovrebbe orientarsi verso la creazione di uno spazio inclusivo, di un tempo lento, di attesa, di ascolto dell’altro, di un linguaggio dialogante, di accoglienza delle fatiche reciproche. Il dialogo socratico e la scrittura collettiva ci offrono il tempo e gli strumenti per trasformare la difficoltà in opportunità, per abbattere i muri.
A Barbiana si viveva molto nell’attenzione, così come si tenta di fare a scuola. Il docente è stimolato a creare una nuova professionalità, come ci invita la pedagogia dell’aderenza che accoglie insieme all’alunno il suo contesto di realtà: la famiglia. Partire dalle istanze dei nostri allievi per arrivare agli adulti.
Facciamo nostro il motto di Don Milani “ I care”: prendersi cura – Tu mi stai a cuore, assumersi la responsabilità di guardare e di essere presenti, anche quando tutto sembra sfuggire.




