
Con il Decreto Ministeriale n. 6 del 15 gennaio 2026, il Ministero dell’istruzione e del merito dà il via a una sperimentazione nazionale che interesserà il triennio 2025/26 – 2027/28. Al centro del progetto, l’introduzione strutturata delle competenze non cognitive e trasversali nelle attività didattiche delle scuole statali e paritarie, di ogni ordine e grado.
Il percorso prende le mosse dalla legge 22 del 19 febbraio 2025 e segue le indicazioni dell’art. 11 del D.P.R. 275/1999. L’obiettivo è duplice: contrastare povertà educativa e dispersione scolastica, e promuovere allo stesso tempo un’educazione più inclusiva, capace di valorizzare potenzialità, inclinazioni e motivazioni di ogni studente.
La recente normativa pone attenzione allo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali considerate fondamentali quanto le conoscenze disciplinari tradizionali.
La legge potrà rivoluzionare il nostro modo di insegnare?
Un passo avanti o un’altra riforma senza applicazione concreta?
Le competenze non cognitive, quell’insieme di capacità emotive, relazionali, motivazio-nali e le competenze trasversali che includono:
• comunicazione efficace
• collaborazione
• pensiero riflessivo e critico
• creatività
• problem solving
permettono agli studenti di imparare, collaborare, affrontare le difficoltà e vivere bene nella comunità scolastica.
La scuola che non ferisce: competenze non cognitive per imparare senza paura
Quando parliamo di competenze non cognitive, non stiamo parlando di qualcosa “in più” da aggiungere alla scuola, non sono un abbellimento del curricolo, sono ciò che permette al cervello di imparare senza paura, sono ciò che permette alla persona di crescere senza sentirsi sbagliata.
Quando parliamo di competenze non cognitive stiamo parlando di ciò che permette alla scuola di essere un luogo di crescita e non di prestazione. E allora permettetemi di dirlo con chiarezza: le competenze non cognitive non sono un corredo, sono il cuore pulsante dell’apprendimento umano e questo cuore, nel laboratorio di parola, pensiero e scrittura collettiva Barbiana 2040, batte fortissimo.
Quando diciamo “Barbiana”, diciamo una parola che vibra, diciamo don Milani, diciamo la scuola come diritto, diciamo la parola come emancipazione. Barbiana 2040 raccoglie quell’eredità e la porta nel presente, con un gesto semplice e rivoluzionario: mettere i bambini, i ragazzi a scrivere insieme.
Non a scrivere per essere valutati. Non a scrivere per competere. Ma a scrivere per riconoscersi, per ascoltarsi, per costruire un testo che è più grande di ciascuno.
Il laboratorio di sviluppo del pensiero critico non è un metodo, ma un ambiente neuro-protettivo: un contesto che attiva sicurezza, cooperazione, senso di appartenenza e quindi apprendimento profondo. La scrittura collettiva, apice del processo, diventa un “dispositivo di potenziamento” delle funzioni esecutive, delle emozioni regolative, dell’empatia, della motivazione.

La base neuropsicologica: perché funziona
Il cervello impara quando si sente al sicuro. Lo sappiamo: quando il bambino o il ragazzo percepisce giudizio, minaccia, confronto, il cortisolo sale e l’apprendimento si chiude; quando invece percepisce accoglienza, appartenenza, possibilità, il cervello si apre.
Nel nostro laboratorio accade esattamente questo: accade che nessuno è giudicato, accade che ogni voce trova un posto.
Quando un ragazzo vede che la sua frase entra nel testo comune, si attiva la dopamina della motivazione. Quando un ragazzo scopre che la sua parola ha valore, allora scopre che ha valore lui. E questo è già apprendimento, già crescita, è già cura.
Quando i ragazzi scrivono insieme, stanno allenando competenze altissime, le funzioni esecutive, stanno allenando l’inibizione, perché devono ascoltare prima di parlare, stanno allenando la flessibilità cognitiva, perché devono accogliere idee diverse dalle proprie, stanno allenando la pianificazione, perché devono costruire un testo che abbia un senso, un ritmo, una direzione.
E poi c’è tutto ciò che non si vede, ma che trasforma.
C’è l’autoregolazione emotiva, la capacità di gestire la frustrazione quando la propria frase viene modificata, la capacità di aspettare, la capacità di accettare che il testo cambi.
C’è l’empatia perché per inserire la voce dell’altro nel testo, devo prima riconoscerla. Entrare nella frase di un altro è un gesto di cura, è dire: “La tua parola mi riguarda”.
C’è la resilienza perché il testo collettivo è vivo, si muove, si trasforma e noi impariamo a trasformarci con lui.
C’è la creatività relazionale, non la creatività del singolo genio, ma la creatività che nasce quando i pensieri si intrecciano, non è più “la mia idea”, è “la nostra possibilità”.
La classe funziona quando nessuno resta indietro e nella scrittura collettiva, se una frase resta indietro, ce ne accorgiamo tutti.
C’è il pensiero critico, nel laboratorio i ragazzi imparano a guardare un tema da più lati, a distinguere ciò che è vissuto da ciò che è opinione, a chiedersi: “Perché lo penso? Da dove arriva questa idea?”, un esercizio di libertà mentale.
C’è il pensiero narrativo, scrivere insieme significa dare forma al caos, significa scegliere un’immagine, un ritmo, una metafora, non è semplicemente “raccontare una storia” è un modo di guardare il mondo.
Nel laboratorio di scrittura collettiva, il pensiero narrativo diventa una competenza relazionale prima ancora che linguistica.
Ogni gruppo arriva con un groviglio di emozioni, idee, immagini sparse. Il pensiero narrativo aiuta a riconoscere ciò che è importante, scegliere un filo, decidere cosa resta e cosa si lascia andare e trasformare il magma in un percorso.
Non è un atto di ordine imposto, ma un atto di cura: si ascolta il caos, lo si accoglie e poi lo si accompagna verso una forma che possa essere abitata da tutti.
Scrivere insieme significa capire che le parole non sono tutte uguali, questa è forse la parte più politica e più pedagogica del pensiero narrativo.
Nel laboratorio si impara che alcune parole accolgono, altre escludono, alcune illuminano, altre oscurano, alcune aprono, altre chiudono.
Il gruppo impara a scegliere parole che non feriscono, che non semplificano troppo, che non cancellano le sfumature.

C’è la metacognizione, il bambino impara a pensare sul proprio pensiero. La riscrittura è la palestra dell’autoconsapevolezza, quando un ragazzo riscrive, non sta correggendo un testo: sta correggendo l’idea che ha di sé e questo, nella scuola di oggi, è rivoluzionario. Una storia che vale più di mille discorsi.
Durante il laboratorio c’era un ragazzo che non parlava mai. Nel primo incontro ha scritto solo una parola, una parola immagine: Rispetto.
L’abbiamo accolta, messa al centro e scelta come titolo del testo collettivo. Alla fine del percorso, quando abbiamo letto il testo ad alta voce, lui ha sorriso. Non perché avesse trovato le parole giuste, ma perché aveva trovato casa.
Noi gli abbiamo dato un posto e quando un ragazzo trova il suo posto, la scuola smette di essere un edificio e diventa un laboratorio di futuro. La scrittura collettiva non è solo un laboratorio di parole, è un laboratorio di umanità. Non stiamo solo insegnando a scrivere: stiamo insegnando a vivere.
E per noi docenti, insegnare è vivere: è rischiare la nostra verità ogni volta che entriamo in aula, è lasciarci cambiare dai bambini, dai ragazzi mentre li accompagniamo, è crescere insieme a loro, passo dopo passo, parola dopo parola.




