
Questo testo è il risultato di un laboratorio di Scrittura Collettiva del gruppo Docenti che hanno partecipato alla Formazione e Tutoraggio a Genova e Cornedo Vicentino.
C’è una parola che i ragazzi ci consegnano quasi con delicatezza: chill.
L’Accademia della Crusca l’ha eletta la parola giovane del 2025, un vero e proprio inno al relax contro la società della performance, oltre a essere anche un genere musicale, il chill-out. E’ un altro inglesismo, sembrerebbe un’altra scorciatoia linguistica, ma porta dentro un bisogno profondo.
Chill non è solo un modo di dire, non è un “lasciatemi stare” capriccioso, chill è quasi una filosofia e significa: “Perché non ci lasciate in pace? Perché non siete più pacati?”.
Chill rimanda ad un’idea di sospensione, un invito a sostare, inteso come so-stare. Stai nel chill evoca un’altra dimensione in cui poter respirare. “Datevi tempo”, “Datecelo!”. “Stai nel Chill, calmati, diamoci tempo”.
È diverso da sciallo: lo sciallo te lo imponi, il chill invece ti accoglie, è uno stato, non una strategia. Chill fa pensare all’adolescenza dei nostri figli. Spesso ci ritroviamo infastiditi e con reazioni poco tolleranti verso tali inglesismi che denotano povertà linguistica, semplificazione del pensiero. Se ci mettiamo davvero in ascolto scopriamo che chill non impoverisce affatto: ci invita a tornare profondi. Non ci dispiace rallentare e metterci in ascolto, ma ci chiediamo fino a che punto, per paura di assecondare troppo.
A volte concedere troppo tempo ai giovani può essere sinonimo di viziare ed è come se loro ci dicessero: “Perché ci viziate?”. Forse, i ragazzi non ci chiedono assenza di limiti, ma dei paletti da riuscire a superare. Ovvero, ci dicono: “aspe’, aspettami, non solo dammi il tempo, ma anche pensami mentre arrivo; pensami capace di venire, di uscire fuori”.
CONTROLLO
Chill è un invito a non controllare, a porre le domande giuste dopo aver ascoltato, ma spesso le domande degli adulti verso i ragazzi sono vissute come una forma di controllo. Come se fossero domande investigative, non realmente interessate a loro. Un ipercontrollo, non una cura, non un vero interesse, ma una verifica, un’aspettativa che genera ansia da prestazione. Non chiediamo più “come stai”, “cosa desideri”, ma “sei in linea con ciò che ci aspettiamo?”. I ragazzi lo sentono. E allora, perdono la fiducia nel rapporto con gli adulti, sono ipercontrollati da genitori assenti, che creano delle distanze e non possono permettersi di sbagliare, perché tutto viene alla luce e il dovere dei figli è diventato compiacere i genitori.
Oggi viviamo in un tempo in cui tutto è visibile, tutto è tracciato, tutto è verificabile, anche per via dei social. Siamo invasi dalla tecnologia. Il controllo non genera fiducia e senza questa come si costruisce l’autonomia?

SCRITTURA
Scrivere insieme è una palestra di ascolto e fiducia reciproca. Molti giovani rifiutano la scrittura perché, forse, non hanno ancora sperimentato una scrittura che non valuti, ma accolga. Una scrittura introspettiva e una scrittura collettiva. Quando sono di fronte ad una scrittura che diventa un luogo di libertà, accade qualcosa che li supera. Un luogo in cui ciascuno può esprimersi senza la preoccupazione di piacere a qualcuno o a qualcosa. Li fa sentire liberati! E allora, bisogna fissare con la penna! Scrivere!
Dare la parola è dare vita ai pensieri e renderli veri e condivisibili. La scrittura nella pedagogia milaniana è l’apice del percorso critico che si compie in classe. Pertanto, è opportuno sottolineare che è una pedagogia che si basa sull’aderenza alla realtà e sul riconoscimento dell’allievo. La scelta di un destinatario del nostro testo collettivo permette di individuare il registro adeguato e anche quelle che sembrano solamente digressioni possono essere occasioni di approfondimento, un atteso imprevisto. Un po’ come accaduto durante un laboratorio di scrittura collettiva con i bambini della primaria, in cui è emersa la figura di un capibara, che ha suscitato curiosità e ha sospinto la classe alla ricerca scientifica di questo animale.
ANSIA – EMOZIONI
La scrittura aiuta anche a conoscere le proprie emozioni, soprattutto quando manca un vocabolario emotivo. Così, oggi tutto è ansia, anche quando è altro, manca l’educazione al riconoscimento delle emozioni. Spesso la tristezza coincide con tutte le emozioni e genera ansia. I ragazzi oscillano tra ansia e solitudine.
ANSIA. ANSIA. ANSIA. ANSIA. ANSIA!
Sono presenti sia negli adulti sia nei ragazzi fragilità e resistenze all’ascolto di sé, che richiederebbero più educazione affettiva per tutti, ma siamo troppo occupati a cercare una distrazione, a divagare, anziché andare in profondità.

IL BISOGNO DEI RAGAZZI SMASCHERA LE NOSTRE FRAGILITA’
Che cosa ci stanno dicendo davvero i ragazzi? Se ascoltassimo bene, ma bene davvero, ci accorgeremmo che i ragazzi non ci stanno dicendo solo “chill”. Ci stanno dicendo qualcosa di molto più grande: “Non ce la facciamo più a correre così”. Non lo dicono sempre con le parole, a volte lo dicono con poche parole, con un silenzio, con quel loro modo di sembrare distanti. Ci stanno dicendo: “Guardateci senza pesarci. Non vogliamo essere perfetti. Vogliamo essere veri”. Ci stanno dicendo: abbiate il coraggio di rallentare con noi, perché non serve un’altra lezione, un’altra verifica, un’altra corsa, serve qualcuno che si sieda accanto e dica: dimmi come stai, davvero, e poi abbia la voglia e la pazienza di aspettare la risposta, anche se arriva storta, lenta o non arriva subito.
I ragazzi reclamano la libertà di sbagliare o deviare, la libertà di esprimersi e di essere se stessi. Hanno bisogno di costruire la propria identità.
Hanno bisogno di condivisione, di coinvolgimento e non di avere adulti che diano solo strumenti, ma che siano presenza. Soprattutto, i ragazzi delle medie che cercano quasi solo il confronto con i genitori e arrivano a dire: “Mamma, non sai affondare nel rapporto con me!”. Raccontano che i genitori incalzano con le domande, loro si scocciano di rispondere e allora i genitori “depongono le armi” e i ragazzi si ritrovano soli proprio nel momento di maggior bisogno.
E L’INSEGNANTE COSA PUO’ FARE?
Compito dell’insegnante è anche aiutare a definire, “circoscrivere” i pensieri, ricondurli a un tema, perché raggiungano la “profondità” di ciascuno, senza ricadere negli stereotipi.
Tuttavia, può accadere che i docenti assecondino troppo i ragazzi, trasformando le discussioni in uno sfogatoio, ma non devono dimenticarsi che la scuola è un luogo di lavoro. Bisogna assecondare i ragazzi rimanendo nell’ambito di un lavoro.
Abbiamo bisogno di ritrovare un modo di stare accanto che non invada, che non sorvegli, che non pretenda, per farci prendere coscienza di quanto il ritmo veloce ed accelerato entri nelle classi, nei corridoi, nei nostri modi di guardare i ragazzi. Non abbiamo bisogno di insegnanti-sceriffo!
Possiamo, anzi, riscoprire che dividere, e quindi condividere, è moltiplicare senza perdere autorevolezza.




