Insegnare oggi: la scuola che costruisce identità e trasforma i docenti in registi fino in fondo

Questa Scrittura collettiva è stata realizzata a cura di un gruppo di docenti referenti e formatori delle Scuole della Rete Barbiana 2040 sviluppando gli appunti presi su fogliolini durante l’incontro con Edoardo Martinelli, allievo di don Milani a Barbiana e avente come tema la pedagogia dell’aderenza e del riconoscimento.

Pedagogia dell’aderenza e del riconoscimento

Aderenza e riconoscimento curano il disagio
La pedagogia dell’aderenza e del riconoscimento, così come Edoardo Martinelli la testimonia, non è un metodo da applicare, ma un atteggiamento etico, un modo di abitare la scuola. È una postura etica che restituisce dignità alla relazione educativa e chiede al docente di diventare un regista fino in fondo, capace di tenere insieme libertà, responsabilità, ascolto, progettazione e cura.
Oggi la scuola deve insegnare aderenza e riconoscimento che prima erano elementi subliminali. In passato le mappe concettuali ed emotive venivano trasmesse perché insite nel modo di vivere, nei luoghi di socialità, come i  cortili, le piazze, le famiglie allargate, la cultura contadina sobria e non permissiva, le ritualità condivise come il gesto collettivo della vendemmia, il senso del tempo e dello spazio; supporti fondamentali per la scuola: la scuola è rimasta uno dei pochi spazi in cui ricostruire identità.
Una volta gli strumenti erano il Vangelo e la Costituzione generata da padri e madri costituenti.

Viviamo nell’epoca della tecnica, dell’intelligenza artificiale, dove il rischio è che lo strumento diventi il fine, che le immagini scorrano senza riflessione, che i ragazzi vengano educati ad un presente senza profondità. I ragazzi oggi hanno paura della pausa, del silenzio, della criticità, ma è nella pausa che nasce il pensiero, nel silenzio si sviluppa, e dalla criticità il pensiero diventa adulto: capace di distinguere, di scegliere, di prendere posizione. 
In quest’ottica richiamare la scuola di Barbiana e l’attenzione che aveva al riconoscimento, al sapere identitario, al passaggio dall’io al noi è fondamentale.
Il sapere identitario non è più un qualcosa che la scuola d’oggi si ritrova, ma che deve costruire e pensare a come trasmetterlo.
Aderire significa non voltare lo sguardo: significa prendere sul serio la realtà degli studenti, senza accontentare e senza giudicare.
Aderire vuol dire creare le condizioni perché ciascuno possa esprimersi, crescere, contribuire.

Quante volte hai visto la faccia del tuo compagno?
Non mortificare chi sa, dicendo “non vado avanti, finché anche l’ultimo impari”: sarebbe distruzione delle sinergie, perché devo esaltare chi esprime delle competenze.
L’alunno in difficoltà non ha bisogno di un’elemosina che lo mortifichi, ma di entrare nella dinamica del gruppo che lo aiuta a cogliere le sue potenzialità di parola. Non è giusto “codificare” i ragazzi: loro non dovrebbero conoscere le certificazioni; è mortificante aiutare qualcuno perché è in difficoltà, perché significa sottolineare il suo essere diverso in negativo.
Il laboratorio è un’occasione di crescita reale, viva dove nessuno è “indietro, lento, svogliato “e dove è ancora possibile partire dal contesto di realtà per creare viaggi interminabili tra parole, immagini, confronti e punti di vista. 
L’identità nasce invece dalla sinergia: dall’incontro tra chi sa e chi non sa, dalla responsabilità reciproca dal riconoscimento dei talenti e delle fragilità.


Il nostro laboratorio nasce per vivere l’identità e costruire le regole: non vuole svilire il diritto di parola. La tecnica ha sempre aiutato l’uomo, la prima tecnica è stata la parola.
La parola è stata la prima “macchina” capace di trasformare il mondo: ha permesso di nominare, di ricordare, di tramandare, di costruire legami, di immaginare ciò che non c’era.
Un tempo il “vocabolario” di un liceale era di 1600 parole, oggi molto meno (anche 500): la colpa non è dell’intelligenza artificiale, ma del contesto in cui vivono e crescono; l’IA non è un nemico, ma uno strumento da governare dentro una scuola che riconosce i suoi alunni e li accompagna a diventare capaci di pensiero, silenzio, criticità.

Se noi analizziamo la sofferenza, il disagio che vivono i giovani d’oggi, c’è una forte presenza di un disagio psichico, disagio che in maniera generale si avverte anche nel mondo insegnante perché ne veniamo coinvolti e rischiamo di esserne destrutturati.
Se le strategie funzionano, il disagio viene affrontato.
Aderire agli studenti e riconoscerli nella loro realtà significa anche ripensare il modo in cui la scuola tiene insieme il gruppo. I timidi, gli ultimi, gli invisibili si sentono protagonisti. “Io-tu-noi” è una parola inventata che descrive la magia della scrittura collettiva.
Il riconoscimento è un atto di giustizia: è dire all’altro: “tu ci sei e il tuo esserci, conta”.
È la forma più alta dell’aderenza che passa attraverso l’emotività ed è sempre reciproco: non riconosci l’altro senza essere, a tua volta, riconosciuto.
La scuola sta tra il passato e il futuro e deve averli presente entrambi” per insegnare la criticità: il presente si coniuga con la criticità e dentro la criticità si costruisce l’opposizione. La scuola sarà sempre all’opposizione perché è una minoranza che cambia il mondo! 
Ed è proprio da qui che la scuola deve ripartire per stare tra passato e futuro; se non riconosci il presente dei ragazzi, le loro domande, le loro ferite, i loro linguaggi, tutto ciò che insegni diventa una cassettiera di saperi separati. 

Libertà d’insegnamento 
La libertà di insegnamento è la vera identità del docente. Il tempo è la chiave della libertà di insegnamento, un tempo platonico, per vedere il futuro e fare tesoro delle esperienze passate. Il futuro non si anticipa, si genera custodendo il passato e ascoltando il presente. 
Per don Milani non c’è bisogno di una programmazione enciclopedica a priori perché in itinere si genera l’apprendimento a partire dal contesto di realtà . Pertanto, una volta fissati  gli obiettivi curricolari, i traguardi di apprendimento, basta rimanere coerenti  con quella che è l’età evolutiva dell’alunno verso le competenze e i saperi disciplinari che il bambino deve acquisire.
Verifica, pianificazione e riprogettazione avvengono in itinere.
Un educatore ha identità quando si è conquistato la vera libertà di insegnamento che consiste nel coraggio di scendere dalla cattedra e attribuire responsabilità ai ragazzi.


Affidare ai ragazzi è una bella botta di energia”.
Importante per i docenti è il lavoro di squadra, il raccordo tra docenti così come hanno fatto i nostri padri costituenti. Ognuno ha rinunciato a parte della propria ideologia, hanno messo in contrapposizione valori diversi e negoziando idee hanno steso la nostra Costituzione. In questo modo, attraverso  la circolarità, i gruppi identitari funzionali, l’allievo protagonista si scardina finalmente la lezione frontale e si argina la forte competitività così diffusa tra gli alunni.
La libertà di insegnamento è spesso calpestata a causa di logiche di sistema ed è difficile difenderla nei luoghi istituzionali e proprio per questo diventa interessante stare davanti alla critica come una provocazione pedagogica; è inoltre interessante osservare  come i ragazzi che hanno imparato a stare insieme, non riescano a conservare  il silenzio assoluto.
La libertà d’insegnamento con la sua apertura al protagonismo e alla costruzione condivisa del sapere trova la sua espressione più compiuta nella figura del docente‑regista.

Registi fino in fondo
Essere  registi,  significa “apparecchiare la tavola”, creare le condizioni per accendere la motivazione, per generare piacere ed energia nel riconoscimento reciproco.
“L’insegnante non deve rinunciare al suo ruolo di esperto. Dovrebbe comportarsi come Lorenzo e diventare egli stesso strumento e tramite.”- E. Martinelli.
Senza avere la pretesa di sapere tutto, è importante far capire ai ragazzi che anche noi siamo dei ricercatori che generano ricerca e azione all’interno dei saperi. Una sana domanda  ben posta vale quanto un’accurata risposta!
Il docente deve  anche tornare ed essere un buon narratore, non perché racconta storie, ma perché dà forma al senso. Si educa infatti con la narrazione, mostrando che siamo dei maestri portatori di strumenti. La narrazione diventa allora uno strumento educativo, come accadeva nei grandi testi fondativi: Iliade, Odissea, Bibbia che hanno formato intere generazioni. 
Claudio Volpi dichiara: “La scuola dev’essere la sintesi della società”. Se non intercetta il presente dei ragazzi, se non vede ciò che sta per emergere, implode.
Per questo il docente, da buon regista,  deve essere preveggente: come Prometeo deve vedere prima.
Ciò si evince anche dall’insegnamento delle lingue straniere: oggi l’inglese che è divenuto il latino di una volta.  Si può facilitare l’apprendimento di una lingua offrendo canzoni ricche di elementi motivanti, capaci di far nascere dinamicità positive tra i giovani. 

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