La forza che salva: insegnare ai giovani a scegliere il bene contro la guerra

C’era un tempo in cui il desiderio nasceva limpido, come acqua di sorgente: non privo di crepe ma, forse, sincero fino in fondo. Era un anelito silenzioso e ostinato, un impulso a comprendere il mondo e sé stessi, a tendere oltre il visibile. Non cercava la perfezione, ma l’orizzonte; non la certezza, ma l’ascesa. Era il bisogno, profondamente umano, di sollevarsi appena sopra il proprio limite per intravedere, anche solo per un istante, ciò che si nasconde oltre. I ragazzi di qualche anno fa lo studiavano nei libri di scienze, gli operai lo seguivano alla radio, i contadini ne parlavano la sera: l’uomo che voleva andare sulla Luna. Non per scappare dalla Terra, ma per conoscerla meglio; non per dominare, ma per imparare… Questo desiderio non apparteneva solo agli scienziati ma era un fatto collettivo perché era un desiderio che univa, metteva insieme le mani di chi costruiva gli strumenti per raggiungere l’obiettivo e la testa di chi li progettava. Era scuola, nel senso più vero: un’impresa dove ciascuno contava. Poi, piano piano, il desiderio ha cambiato direzione: non si è spento, bensì deformato.

In questi giorni, nelle prime pagine dei giornali, leggiamo cronache di un altro desiderio: non quello di arrivare più lontano, ma quello di colpire più forte; non quello di capire il mondo, ma di piegarlo; non quello di costruire insieme, ma di distruggere in fretta. Come se la velocità fosse diventata un nuovo valore… come se ridurre tutto in cenere fosse una prova di forza… E qui bisogna fermarsi e fare scuola! Non basta indignarsi, bisogna capire! Quando un potente parla di distruzione come soluzione, non sta solo facendo politica, sta insegnando: insegna che la forza vale più della ragione, che la paura è più efficace del dialogo, che il tempo lungo della costruzione è inutile rispetto all’immediatezza della distruzione. Ma tutti noi, eredi di un secolo di tragedie umane, sappiamo che non è così: costruire richiede anni, distruggere secondi! I volti delle nuove generazioni devono imparare a diffidare dei desideri facili, quelli che promettono risultati rapidi e senza fatica, poichè la storia insegna che ogni volta che qualcuno ha scelto la scorciatoia della distruzione, a pagare sono stati i più deboli. Sempre e ovunque!


Il desiderio della Luna era difficile: richiedeva studio, cooperazione, errori, pazienza. Ma lasciava il mondo un po’ migliore perché insegnava e seminava in tutti qualcosa di nuovo. Il desiderio di distruzione è semplice, non chiede di capire, ma solo di obbedire o applaudire lasciando dietro a sé un mondo più povero e più diviso. Non è sufficiente sussurrare “pace” né proclamare “progresso”: parole leggere, che il vento disperde, se non trovano radici nelle azioni. La verità abita nei gesti silenziosi: nello scegliere lo studio al posto del clamore, nella pazienza di comprendere anziché ridurre il mondo a frammenti semplici, nel coraggio di edificare mentre tutto invita a distruggere. Perché la linea che davvero ci separa non passa tra chi può e chi non può, ma tra chi accetta la fatica del capire e chi, temendola, preferisce il conforto sterile della rovina.

E la scuola, oggi, ha un compito inderogabile: insegnare a “desiderare bene”, sempre e ovunque! Come dunque insegnare quotidianamente a desiderare bene?
Educare al bene è, prima di tutto, dare esperienza di bene per farne respirare il profumo. Non è teoria, non è una formula da imparare a memoria poiché il bene non si trasmette a parole, né si imprime con la ripetizione: se bastasse ciò, i discorsi sarebbero più che sufficienti. Il desiderio prende forma nel vissuto, negli incontri che siamo chiamati a vivere in tutti gli ambienti di vita: chi non è mai stato ascoltato faticherà a credere nell’ascolto, chi è stato scartato non saprà riconoscere la giustizia, chi ha visto solo competizione non comprenderà la bellezza della cooperazione. Le giovani generazioni guardano e osservano: se vedono adulti cercare scorciatoie, impareranno a desiderarle; se vedono la forza imporsi, penseranno che sia giusta. Ma se incontrano qualcuno che si ostina a capire, che si ferma a spiegare, che non umilia ma solleva, allora qualcosa accade… pian piano, quasi invisibile, non subito… ma accade!


Per attuare ciò, è indispensabile creare ambienti diversi dove l’errore non è una colpa, ma un passaggio; dove la parola è libera, non monopolio dei più forti. Il bene, prima di essere una scelta, è una scoperta: infatti un ragazzo può mentire per evitare una punizione, ma quando sperimenta che la verità costruisce fiducia -mentre la menzogna la distrugge- scopre il valore del dire la verità. E da qui nasce la scelta consapevole…

Inoltre è importante dare strumenti per capire: senza strumenti culturali, ogni persona sceglierà quasi sempre ciò che sembra più facile. Il male spesso si presenta come semplice, veloce, efficace; il bene è più complesso e va costruito, passo dopo passo, nel tempo. Leggere i fatti, distinguere tra forza e giustizia, riconoscere le conseguenze delle azioni non è moralismo, bensì responsabilità.
Infine c’è il punto più difficile alla quale il mondo adulto spesso fatica a credere e dare fiducia: affidare responsabilità. Non si impara a desiderare il bene se non si è mai messi nella condizione di scegliere, per cui sono necessarie anche piccole scelte, ma reali. Il desiderio cresce quando una persona si accorge che può incidere nella storia la sua impronta: se tutto è deciso dall’alto, il bene resta una parola astratta; ma quando scopri che una tua azione cambia qualcosa -anche poco- allora il bene diventa concreto, e quindi desiderabile. Non è un percorso rapido, ma è l’unico che regge.

E ogni volta che accade, non nascono semplicemente individui onesti ma, come insegna don Milani, nascono coscienze libere. Un giovane che ha davvero contemplato il bene non cede più alle scorciatoie facili: avverte il peso e insieme la vertigine del costruire, e sceglierà così di dare forma al bello e al buono che abitano la nostra umanità.
E forse, è proprio qui che la scuola si gioca la sua verità più profonda: non nel trasmettere meramente contenuti, ma nel custodire e orientare attraverso di essi il desiderio. Perché ogni volta che un ragazzo sceglie di capire invece che semplificare, di costruire invece che distruggere, di restare invece che fuggire, accade qualcosa che non fa rumore ma cambia il mondo. Lentamente, certo… faticosamente, senza dubbio…. ma in modo reale. Educare a “desiderare bene” non garantisce risultati immediati, eppure è l’unica strada che permette di formare uomini e donne capaci di stare dentro la complessità senza cedere alla tentazione della scorciatoia. È un lavoro invisibile, ma radicale: perché agisce là dove tutto ha origine, nel modo in cui ciascuno guarda il mondo e decide di abitarlo. E allora, forse, la domanda che vale la pena portare nelle nostre aule scolastiche non è rassicurante, ma scomoda, di quelle che non cercano risposte rapide ma costringono a pensare e avviare proficui processi di scrittura collettiva: oggi, nel mondo in cui viviamo, è più difficile costruire qualcosa di buono… o è più facile scegliere di distruggere? E tu, da che parte vuoi stare davvero?

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