
Negli ultimi giorni il mondo ha camminato sull’orlo di un silenzio inquieto trattenendo il respiro, come se l’aria stessa fosse diventata più pesante. Un nuovo e doloroso capitolo si è inciso nella storia degli uomini: nei primi giorni di questo mese, un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran ha acceso un fuoco che non ha tardato a propagarsi. Alla violenza è seguita altra violenza, in una spirale antica e feroce che continua a lasciare dietro di sé macerie, silenzi e nomi spezzati. Tra gli obiettivi colpiti, non solo infrastrutture e simboli di potere, ma luoghi fragili e sacri alla vita quotidiana: una scuola primaria, dove le voci dei bambini sono state interrotte dal fragore delle armi, zaini rimasti aperti, quaderni macchiati di polvere, sogni sospesi a metà frase. Non è una storia lontana, né un eco confinato a mappe e notiziari. È un dolore che attraversa confini e lingue ed entra nelle case e nelle aule di tutto il mondo. Perché quando a essere ferite sono le scuole, le famiglie, le comunità, non c’è distanza che tenga: l’umanità intera si scopre più vulnerabile e più responsabile, davanti alla sofferenza di chi non ha scelto la guerra ma ne paga il prezzo più alto.
Proprio in un momento così difficile, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è rivolto alla nostra società durante la cerimonia di consegna delle onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (3 marzo 2026), conferite ai cittadini che con il loro impegno civile e il loro eroismo hanno testimoniato i valori della convivenza e della solidarietà. Nel suo discorso ha ribadito con forza: «la guerra è tornata a spargere sangue nel mondo, anche non lontano da noi».
Queste parole non sono solo una cronaca degli eventi, bensì sono un invito a non restare indifferenti. Il presidente ha sottolineato che oggi esistono due visioni del mondo: «quello di preoccuparsi soltanto dei propri interessi, imponendosi sugli altri. E quello di condividere invece difficoltà e opportunità, per cercare di conseguire successi insieme». L’invito ai presenti, e di riflesso a tutti, specialmente ai più giovani, è quello di «non rassegnarsi, a rifiutare l’isolamento e la paura» per costruire e realizzare la speranza di un mondo migliore attraverso la fiducia, la solidarietà e il senso di comunità.
Un’ispirazione profonda, capace di interrogarci ancora oggi, ci viene dalle parole di don Lorenzo Milani, grande educatore del secolo scorso, in quanto la sua voce non parlava solo agli studenti, ma alla coscienza di un Paese intero. Che cos’è davvero la scuola? Un luogo dove si accumulano nozioni come oggetti su uno scaffale che può crollare da un momento all’altro, o uno spazio in cui si impara a diventare umani? Don Milani la immaginava come una casa aperta, un laboratorio di giustizia, un’officina di parole e responsabilità. E allora, nel tempo della crisi, mentre le guerre si combattono con armi e interessi di potere, quale compito resta alla scuola? Formare tecnici efficienti o coscienze vigili? Insegnare a competere o a cooperare?

Forse la vera emergenza non è solo fuori, nei conflitti che riempiono i notiziari, ma dentro di noi, ogni volta che diciamo: “Non mi riguarda”. Che cos’è un quaderno coperto di polvere, se non una promessa interrotta? Le pareti crollano, ma ciò che davvero si frantuma è la fiducia: quella dei bambini che credono nel domani, quella dei genitori che affidano al mattino i propri figli alle nostre mani, quella delle comunità che pensano di essere al riparo. Possiamo davvero dire che tutto questo non ci riguarda? Possiamo voltare lo sguardo e pensare che sia solo una notizia, solo un conflitto lontano, solo una cartina geografica colorata di rosso? Ma davvero possiamo permetterci questa distanza? Se un ragazzo viene escluso, se una voce viene zittita, se una differenza diventa motivo di scarto… non è forse anche un nostro fallimento? «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio» ci viene ricordato in Lettera a una professoressa. Non va bene dire che non mi riguarda, non va bene voltarsi dall’altra parte perché ogni volta che rinunciamo alla responsabilità condivisa, la scuola smette di essere scuola, la parola perde forza, la comunità si incrina. E allora la domanda resta aperta, inquieta, necessaria e potrebbe aprire grandi laboratori di scrittura collettiva: che parte vogliamo avere nella costruzione di un’educazione che includa, che ascolti, che renda davvero uguali?
La guerra, con il suo carico di dolore e di ingiustizia, ci attraversa come una ferita aperta e ci costringe a guardarci dentro, a domandarci quale mondo desideriamo davvero edificare con le nostre mani. La riflessione di Sergio Mattarella non appartiene soltanto ai palazzi della politica o alle stanze della diplomazia: è un sussurro esigente che raggiunge ciascuno di noi, tra i banchi di scuola e nelle scelte quotidiane mediante un appello silenzioso e potente alla responsabilità. E in questo tempo inquieto, le parole del Priore risuonano con forza rinnovata: educare alla pace è educare alla coscienza, al pensiero critico, alla solidarietà che unisce e sostiene. Un ragazzo che apprende tutto questo non sarà soltanto uno spettatore del mondo, ma una luce capace di rischiarare e trasformare la storia che lo avvolge.
Se non iniziamo oggi a seminare responsabilità e pace nei cuori dei più giovani, quando potremo sperare di vedere fiorire un domani diverso?




