La Rete Barbiana 2040 presenta, per i docenti e per le scuole il Regolamento Collettivo per l’utillizzo dell’Intelligenza artificiale a scuola

L’evoluzione tecnologica rappresenta senza dubbio un inarrestabile fattore di progresso sociale: tuttavia, taluni elementi distorsivi che la stessa introduce danno talvolta l’impressione che essa sia in parte goduta ma in parte anche subita dalle collettività.

– D. Porena, Social network, e-democracy e costituzionalismo digitale (14/1/2026)

Non è un semplice regolamento tecnico, né un elenco di divieti: il documento collettivo sull’uso dell’Intelligenza artificiale elaborato e messo a punto dalle scuole della Rete Barbiana 2040 si presenta come una vera e propria presa di posizione educativa e culturale sul rapporto tra tecnologia, apprendimento e responsabilità civile. Quindi, se la domanda è: Intelligenza artificiale a scuola? La risposta è “Sì”, ma con regole precise. Eccole.
Oggi presentiamo per tutte le scuole e i docenti della Rete Barbiana 2040 il nostro Regolamento sull’uso dell’Intelligenza artificiale a scuola. È stato elaborato dai docenti della Rete Barbiana 2040 e nasce da una scelta precisa: voler governare l’innovazione tecnologica senza però subirla.
Il Regolamento che presentiamo oggi è il frutto del lavoro di scrittura collettivo dei docenti formati con Alfonso D’Ambrosio durante il seminario all’IC Crosara di Cornedo Vicentino, “Intelligenza artificiale a scuola: rischi e opportunità” (11-12 dicembre scorso), e il documento non propone divieti generalizzati, ma una visione educativa dell’IA fondata su responsabilità, trasparenza ed equità. A cominciare da nucleo centrale del documento, il “cuore” del regolamento: l’IA non sostituisce né sostituirà mai l’insegnante, né il giudizio professionale dell’insegnante perché l’educazione è prima di tutto relazione, ma può diventare uno strumento potente se inserito dentro una cornice di senso, valori e controllo dell’uomo. L’intelligenza artificiale viene quindi riconosciuta per ciò che è realmente: un sistema algoritmico che combina dati e probabilità, è stato ben spiegato dal docente D’Ambrosio durante il seminario, è privo di comprensione e di intenzionalità, capace di produrre supporti utili ma anche di amplificare pregiudizi e bias, disuguaglianze e opacità decisionali.

Da qui discende una scelta netta nell’uso dell’IA per la rete Barbiana 2040: usare l’IA per ridurre le disuguaglianze e non per aumentarle. Personalizzazione dell’apprendimento, accessibilità dei contenuti, supporto agli studenti con bisogni educativi speciali, semplificazione dei linguaggi complessi diventano gli ambiti privilegiati di utilizzo. Allo stesso tempo, facendo riferimento anche alle linee guida del ministero e le regole europee con l’AI Act, l’IA è pensata anche in funzione e come strumento di alleggerimento del carico burocratico e organizzativo di docenti e segreterie, per liberare tempo da restituire alla didattica, alla cura, all’ascolto.
Il regolamento snocciola i suoi punti cardini lungo un impianto etico esplicito: equità, trasparenza, onestà, tutela dei dati personali, rispetto della dignità degli studenti e sostenibilità ambientale. Ogni utilizzo dell’IA, si legge nei punti del Regolamento, deve essere dichiarato, supervisionato, comprensibile; ogni decisione resta in capo solo alle persone. Nessuna automatizzazione può sostituire il giudizio umano, soprattutto nella valutazione.
Centrale inoltre, è anche l’idea di formazione come diritto-dovere: senza consapevolezza, l’innovazione diventa rischio. Per questo il documento insiste sulla necessità di educare studenti, docenti e famiglie a comprendere come funzionano gli algoritmi, dove possono essere utili e dove invece ingannano. In questa prospettiva, l’IA non è un fine, ma un mezzo per formare cittadini digitali critici, capaci di abitare il futuro senza smarrire il senso dell’umano.


Quest’ultimo punto rimanda dritto a quella che forse resta ancora la lacuna maggiore di fronte alla crescita delle nuove tecnologie, anche se indiscutibili e inarrestabili fonti di progresso sociale: il ruolo e il livello raggiunte di competenze digitali a ogni livello sociale. Il punto di partenza è una fotografia, scattata da un’ultima indagine di Eurostat e rielaborata da Openpolis, e che non lascia spazio a equivoci: il livello di competenze digitali della popolazione italiana resta largamente insufficiente rispetto alle richieste della società contemporanea e alle prospettive professionali emergenti. Secondo i dati Eurostat, nel 2025 solo il 54,3% degli italiani possiede competenze digitali almeno di base, contro una media europea del 60,4%. Anche tra i giovani tra i 16 e i 29 anni, i cosiddetti nativi digitali, il divario persiste: il 69,1% in Italia contro il 74,7% dell’Unione europea.


Il ritardo strutturale si riflette nella scuola, chiamata a colmare disuguaglianze educative sempre più evidenti. Importante, ma lasciando solo al momento in disparte il quadro infrastrutturale che conferma altre le difficoltà (il 40% degli edifici scolastici dispone di aule di informatica, mentre nel 32,7% dei plessi questi spazi mancano del tutto), cresce la consapevolezza che l’IA rappresenta una grande opportunità per la scuola: può supportare la personalizzazione dell’apprendimento, favorire l’inclusione, rendere accessibili contenuti complessi, alleggerire il lavoro burocratico di docenti e segreterie, anche nella pianificazione delle attività.
Ma porta con sé anche interrogativi cruciali. Chi governa gli algoritmi? Come tutelare dati e privacy degli studenti? Come evitare dipendenze tecnologiche e perdita di autonomia critica? E soprattutto: come garantire equità di accesso, evitando che l’IA ampli i divari invece di ridurli?
Queste in sintesi le criticità emerse:
– rischi per la protezione dei dati e la privacy;
– timori legati alla dipendenza tecnologica e alla perdita di autonomia critica degli studenti;
– problemi di equità nell’accesso, che potrebbero ampliare i divari educativi;
– difficoltà nel garantire trasparenza e affidabilità dei sistemi.

L’indagine di European Schoolnet su 23 paesi mostra che l’integrazione dell’IA a scuola è ancora in fase sperimentale e priva di cornici condivise. La formazione degli insegnanti emerge come prerequisito essenziale, ma resta spesso opzionale. L’Italia adotta un approccio prudente: sperimentazioni mirate, nessuna integrazione strutturale nei curricula. Le linee guida ministeriali del 2025 ribadiscono un principio chiave: l’intelligenza artificiale può supportare, ma non sostituire, la responsabilità educativa e la relazione umana. È qui che si gioca la sfida decisiva del prossimo futuro. Ed è qui che il Regolamento adottato dalle scuole della Rete Barbiana 2040 fissa paletti importanti che vanno proprio in questa direzione della tutela e di percorsi più inclusivi.

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