
“Dal fogliolino alla classe. Scrivere insieme la scuola. Mettere al centro la scrittura collettiva come pratica viva”.
Sarà questo il titolo del nostro viaggio dentro Barbiana 2040: ogni due settimane una guida per docenti, insegnanti, educatori.
La scuola è chiamata a cambiare, non domani: oggi.
Per questo abbiamo scelto di intraprendere un percorso di approfondimento e di formazione proprio ora, all’inizio d’anno scolastico, viaggio che, capitolo dopo capitolo, ci accompagnerà dentro il libro “Insegnare è/a vivere. La sfida pedagogica di Barbiana 2040”.
Sono un testo e una guida, insieme, scritti da Rita Fumagalli, Elena Bagini e Rosaria Di Gaetano, tre docenti della Rete nazionale di Scuole Barbiana 2040, libro che riprende e rilancia la tecnica e la pedagogia della scrittura collettiva di don Lorenzo Milani come strumento vivo per la scuola del presente e del futuro.

Il filo rosso che lega la piccola scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani al mondo scolastico di oggi è anche il sentiero lungo cui si dipana il racconto della seconda puntata del nostro viaggio dentro il libro Insegnare è/a vivere (Bonomo Editore, 2024), scritto dalle tre insegnanti e formatrici della Rete Barbiana 2040, Elena Bagini, Rosaria Di Gaetano e Rita Fumagalli.
Se nella prima puntata, al centro abbiamo messo la scrittura collettiva di don Milani come strumento di emancipazione e comunità, in questo nuovo approfondimento si segue invece un percorso che va dalla maieutica del docente al “motivo occasionale”, fino al Manifesto di Barbiana 2040 in cui la parola diventa laboratorio di pensiero critico, inclusione e futuro condiviso, collante per la costruzione di una nuova comunità costruzione di comunità. Ma qual è il percorso? In questa parte del libro l’analisi si concentra sulla tecnica e sulla pedagogia della scrittura collettiva fono ad arrivare alla pratica del fogliolino, strumento basilare per restituire parola, pensiero e comunità agli studenti. Lo raccontano molto bene e con chiarezza le nostre tre insegnanti: “Non si tratta di nostalgia o di un esercizio di memoria: è la convinzione che la parola viva, condivisa e collettiva, sia ancora il più potente strumento educativo a disposizione degli insegnanti”.
Il Manifesto e la pedagogia dell’aderenza
Nato come rete di scuole e poi trasformato in movimento di pensiero e di azione, Barbiana 2040 ha elaborato un Manifesto in dieci punti, frutto di un processo di scrittura collettiva che ha coinvolto docenti, dirigenti e formatori. Ogni punto in realtà è un tassello di un progetto pedagogico che intreccia esperienza sul campo e riflessione teorica: dalla pedagogia dell’aderenza alla pedagogia profetica, dall’ecologia del pensiero al principio di infedeltà, fino all’arte dello scrivere come pratica di libertà e alla documentazione come memoria generativa del cambiamento. Ogni singolo punto lo vedremo meglio nelle prossime puntate.

Oggi, al centro mettiamo la pedagogia dell’aderenza, ripresa dall’intuizione di don Milani e spigato ne libro dagli interventi delle due insegnanti Elena Bagini e Rosaria Di Gaetano: “La cruda aderenza della parola al pensiero”. In altre parole, non un insegnamento astratto e separato dalla vita, ma una didattica che si nutre del reale contesto e realtà concreta in cui vivono gli studenti, della loro cultura informale, delle loro esperienze, persino delle loro paure, del loro linguaggio e dei loro silenzi. E di silenzio, oggi nelle classi, ce n’è davvero tanto.Non è quindi solo riflessione teorica. E infatti non è un caso che tra le esperienze descritte nel libro ci sia la discussione di una classe attorno alle backrooms, quei labirinti virtuali popolati da mostri che circolano sulla piattaforma YouTube e che mescolano fascino e paura.
Così, quello che a prima vista poteva sembrare un gioco da ragazzi, nella nuova ottica pedagogica di don Milani, si è trasformato in un’occasione di riflessione sul rischio di un mondo digitale capace di attrarre e risucchiare. E da lì, passo dopo passo, in un esercizio concreto di scrittura che ha trasformato l’angoscia in una narrazione e scrittura condivisa.

Allo stesso modo, altre classi hanno lavorato su parole “inattese” come serendipità, trasformando un termine al momento sicuramente astratto in terreno fertile di pensiero comune. O hanno trovato la forza di raccontare disagi e dolori profondi: una studentessa, per esempio, ha scelto per la prima volta di parlare della morte del fratello maggiore, trasformando il laboratorio di scrittura in uno spazio di ascolto, di liberazione e inclusione del suo dolore interiore.
Sono solo alcuni episodi, ma tutti mostrano come la scrittura collettiva diventi una vera palestra di democrazia, di cura e di inclusione, in cui ciascuno può esprimere e trovare la propria voce. E soprattutto dove nessuna riflessione, nessun pensiero, nessuna considerazione viene trascurata o accantonata.
La maieutica del docente e il “motivo occasionale”
Le domande dei docenti che arrivano alla Rete sono sempre tante: ma come si costruisce un laboratorio di scrittura collettiva? Da dove si inizia? Come si individua il motivo occasionale? Qual è lo spunto da cogliere per avviare la discussione?
Le nostre insegnanti e autrici, per dare una risposta, ripartono dalla maieutica del docente, l’arte cioé di far emergere ciò che è già dentro gli studenti, richiamando come pilastri l’insegnamento quotidiano di Barbiana e il metodo socratico, la capacità di porre interrogativi mirati che spingono lo studente a riflettere, a mettere in dubbio le proprie certezze e a chiarire i propri pensieri. Insieme con gli altri compagni. “Il docente non è colui che “riempie vasi vuoti”, che trasmette contenuti dall’alto – spiegano nel testo -, ma è un regista che crea le condizioni perché la classe diventi comunità pensante. Un regista ma anche portatore di strumenti, capace di orchestrare i contributi della classe e dare forma collettiva all’esperienza”. Limite da oltrepassare per raggiungere questo obiettivo è dotarsi di uno “sguardo che accoglie la complessità dell’aula e la trasforma in possibilità, senza rifugiarsi nella rigidità dei programmi”.

Qui si intravvedono altre risposte alle tante domande. Il motivo occasione da dove nasce? Quasi sempre nasce da ciò che, a prima vista, “un insegnante considererebbe un inciampo – dicono le nostre autrici -: una distrazione, una provocazione, persino un conflitto o addiruttura la noia”. Invece, sottolineano Bagini, Di Gaetano e Fumagalli, proprio quell’imprevisto diventa terreno fertile per rimuovere ostacoli e rilanciare il percorso. In questo processo, è qui che il docente non è più “detentore del sapere”, ma regista e portatore di strumenti, capace di orchestrare i contributi della classe e dare forma collettiva all’esperienza.
In questo quadro si colloca il motivo occasionale, l’elemento scatenante che intercetta le corde profonde degli alunni. Lungi quindi dall’essere incidenti di percorso, sono invece gli inneschi che alimentano la motivazione e aprono varchi nell’apprendimento. “Non si tratta di cancellare gli ostacoli – spiegano le autrici – ma di trasformarli in possibilità”.
Una pedagogia viva
La seconda parte di questo viaggio non può non evidenziare lo spirito che anima e attraversa il libro: un’educazione intesa come atto di fiducia e di coraggio. Fiducia nella possibilità di trasformare la scuola in luogo vivo di incontro e crescita, coraggio di rompere la gabbia del “verificatoio” – come l’hanno chiamata alcuni studenti – per restituire senso alla parola e alla relazione. Una pedagogia viva, radicata nel presente, ma capace di guardare al futuro. Non a caso – viene spiegato nel libro – la Rete si è data come orizzonte simbolico l’anno 2040, già indicato come tempo di non ritorno per le sorti del nostro pianeta. Qui risuona altrettanto come richiamo urgente alla responsabilità educativa, alla costruzione di una coscienza collettiva che possa affrontare le sfide dell’epoca digitale e ambientale. E come ricordava don Milani: “La scuola siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi”.
È questa la sfida che Insegnare è/a vivere rilancia agli insegnanti di oggi: fare della scuola un luogo in cui ogni parola pronunciata, anche la più fragile, possa diventare pensiero, coscienza e futuro condiviso.
2 – Continua
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