
Come spesso accade negli interventi più incisivi, nei discorsi che lasciano il segno, è nel finale che risuonano le parole più potenti. Più forti. Più dirette. E anche più chiare. «Quando capiremo che possiamo davvero imparare insieme ai nostri studenti, allora ameremo di più la nostra professione. E la scuola tornerà a essere il luogo in cui si immagina il futuro».
Non è solo un invito semplice, anche se radicale. È un richiamo forte, diretto all’intera categoria dei docenti quello che manda Anna Granata, pedagogista e docente di Scienze della Formazione all’Università Bicocca di Milano, davanti a un pubblico di insegnanti, dirigenti scolastici, educatori raccolti a Torino nell’ambito della settimana della Civil Social Festival Comunità Educative. Tutti impegnati a capire meglio una convinzione, anche leit motiv del Festival: le nuove generazioni non sono “il futuro”, ma sono il presente che lo costruisce.
Uno slogan che chiama in primo piano gli elementi portanti della figura dell’insegnante: la responsabilità, l’immaginazione e l’impegno civile. Tre fattori che forse oggi si sono attenuati, e per questo Anna Granata innalza anche una critica esplicita a un sistema scolastico che troppo spesso “smarrisce il senso profondo del proprio compito: educare alla possibilità e alla democrazia”.
Questo pensiero lo si capisce meglio tornano alla riflessione iniziale dell’intervento di Granata, quando sceglie di partire da un ricordo personale, la stanza condivisa da tre sorelle, uno spazio rumoroso, pieno di strumenti, libri e vita. Questo per sottolineare come ciò che forma davvero non accade solo nell’aula scolastica, ma – dice – in ambienti vivi, capaci di nutrire curiosità e autonomia. “Quel modo di crescere – ha raccontato – mi ha insegnato più di tanti anni di scuola. E allora mi sono sempre chiesta perché questo non possa accadere anche dentro le nostre aule”.

Il ritardo accumulato dalla scuola nel saper stare al passo con i tempi finisce così sotto accusa. La docente ha osservato con amarezza come molte università e scuole italiane continuino a essere organizzate “con dispositivi del sapere superati, che comunicano l’idea di una conoscenza trasmessa in modo frontale, rigido, distante da ciò che diciamo di voler insegnare”.
Aule fisse, banchi bloccati, ambienti che impediscono conversazione e collaborazione: “È paradossale – ha precisato – dover spiegare ai futuri insegnanti che il sapere nasce dal dialogo mentre li facciamo sedere in file immobili, come trent’anni fa». Eppure, afferma, nulla di tutto questo può diventare un alibi: «Cambiare si può. Anche dentro i limiti. Ma occorre volerlo».
In questa volontà di decidere, di praticare il cambiamento è nascosto uno dei passaggi chiave dell’intervento di Granata, a rimarcare come si configura il potere nelle aule: “Chi si prende lo spazio, si prende anche la parola”, sentenzia. Concetto che, pronunciato da una docente donna, porta inevitabilmente a una questione ritenuta cruciale: “la diversa socializzazione alla parola tra maschi e femmine”, evidente anche tra gli studenti universitari. “Quando sono all’ascolto, i maschi in aula – ha raccontato non senza ironia – alzano la mano anche quando non hanno ancora la domanda in testa, a dire cose quando ancora non le hanno in testa. Le ragazze invece restano spesso in silenzio”. Un fenomeno che, secondo la pedagogista, rivela come i luoghi educativi non siano ancora pienamente democratici: “Chi prende la parola si prende lo spazio. E lo spazio, inevitabilmente, è potere”.

Oltre la responsabilità oggi la scuola manca anche di capacità di immaginazione. “Trasmettiamo conoscenze, ma non coltiviamo immaginazione – le parole esatte di Granata -. E così la scuola perde la sua forza più grande”. L’Italia, sostiene la docente, ha un alto livello di trasmissione di conoscenze, ma è carente su un’altra dimensione essenziale: l’immaginazione. Richiamando neuroscienze e pedagogia, ha ricordato che memoria e capacità immaginativa risiedono nello stesso organo, l’ippocampo: «Chi perde la memoria non riesce più a immaginare. Allo stesso modo, una scuola che non coltiva l’immaginazione rende sterile anche la conoscenza». La nostra scuola oggi deve recuperare questa parte immaginativa, la dimensione creativa. E non è un problema, perché “i nostri bambini sono dotati di grandissime capacità di immaginazione – sottolinea Granata – ma che poi non si capisce come, entrando nel sistema scolastico, vengono in qualche modo archiviate, ignorate, trascurate. Quanti di noi hanno magari un sapere artistico o immaginativo, un hobby, anche una passione che il liceo classico o la scuola in generale ti ha chiesto di abbandonare negli anni scolastici, di mettere da parte perché giudicate inutili”.
Si tratta, secondo la docente, di un punto forse il più drammatico: «Noi, insegnanti, diciamo ai ragazzi che devono scoprire il mondo che già c’è. Ma un mondo “che è già dato” non suscita alcun desiderio di apprendere, di scoperta. L’immaginazione, invece, è ciò che tiene vivo il pensiero. E senza immaginazione non esiste democrazia». Da qui la citazione decisiva di Gianni Rodari: immaginare non è un gioco, ma “ciò che ci impedisce di diventare schiavi”.

È il passaggio che porta automaticamente al passaggio più vibrante dell’intervento, la parte dedicata alla forza politica della scuola pubblica. Da intendere, precisa subito Granata, nel senso più alto del termine. Granata ha ricordato infatti che la scuola italiana, pensata dai padri e dalle madri costituenti dopo la tragedia della guerra, è nata come luogo di incontro tra diversi: “Pensate al potere incredibile di avere ogni giorno bambini di origini, condizioni, culture e abilità differenti nella stessa aula. È l’antidoto alla violenza”. Altro che interpretare la diversità come un problema: “Oggi, la tendenza è dire che la scuola italiana va male perché ci sono i disabili, gli stranieri, i bambini poveri. È un rovesciamento pericoloso: si fa della fragilità il nemico, mentre proprio lì sta la missione della scuola». E ha lanciato un’allerta sul fenomeno crescente della “diagnosi facile”, di milaniana memoria: «Diagnostichiamo tre volte più della Francia. Ogni differenza diventa una facile etichetta. Ma stiamo perdendo l’occasione di insegnare a immaginare l’altro, non a catalogarlo». È un enorme errore politico e non solo educativo.

“Dire ai bambini, alle bambine, ai ragazzi, alle ragazze che siamo qui per scoprire il mondo che già c’è, significa ammazzare qualsiasi desiderio di imparare, qualsiasi coinvolgimento perché se questo mondo è già finito, è già dato una volta per tutte, allora perché un giovane dovrebbe farsi coinvolgere? Se il docente entra in classe per trasmettere un sapere che probabilmente non lo riguarda, che probabilmente non lo interessa neppure, i nostri studenti lo sentono immediatamente. E allora perché farsi coinvolgere?”.
Altro punto forse perfino cruciale: in questo la scuola rinuncia a spesso a luogo dell’altrove. È un aspetto nevralgico dell’intervento, e Granata lo indica sottolineando il ruolo della scuola nel far conoscere ai bambini “un altrove”, un modello diverso dalla famiglia, dal quartiere, dal contesto proprio e immediato. «Le bambine italiane – ha ricordato – una su due ha la madre che non lavora. La maestra è spesso la prima, a volte l’unica donna lavoratrice che incontrano. È una responsabilità enorme. Insegniamo con il nostro esempio di insegnanti – è il monito – l’amore per il lavoro e l’idea che il futuro è e resta aperto». Emerge qui l’impegno civile del docente, nel risvolto che don Milani definisce l’insegnare a essere cittadini capaci di trasformare la realtà. E allora: “Insegnare è un atto democratico”.

E da qui Granata affrontato anche il tema, scomodo ma necessario, dell’impegno pubblico degli insegnanti. Ha raccontato di una studentessa che le ha chiesto se “davvero” un insegnante debba leggere i giornali per fare bene il proprio lavoro: «Ho pensato a don Milani, a quante volte si stava rivoltando nella tomba a quella domanda. E ho pensato alla sua idea di scuola come palestra di cittadinanza». In questo solco di pensiero Granata ha citato lo sciopero e la manifestazione per il popolo di Gaza di qualche settimana fa a Milano. Spiegare alle proprie studentesse perché si sciopera è già educazione civile. Dire: “Questa cosa mi riguarda, per questo oggi non sono in aula, significa mostrare cosa vuol dire assumersi una responsabilità nel mondo”. E di dimostrare, a dispetto dell’immaginazione collettiva, che “i docenti hanno più libertà di quanto credano”. Il clima culturale finisce così sul banco degli imputata. Un clima, quello attuale, che tenta di restringere gli spazi di educazione affettiva, civica, relazionale. Ma ha anche subito ricordato che “la Costituzione garantisce la libertà di insegnamento. Un ministero può fare cultura, nel bene e nel male. Ma non può decidere cosa si può o non si può insegnare. Le energie dentro le scuole esistono, e dove queste si sprigionano gli insegnanti stanno meglio, restano, costruiscono comunità».
La conclusione dell’intervento è affidata al pedagogista Francesco De Bartolomeis, scomparso meno du un paio d’anni fa. Granata lo ha citato come faro: «Non si può fare scuola solo a scuola. Bisogna uscire, mescolarsi alla vita, incontrare altri adulti, altri mondi». E la chiusura è un ancora più un invito semplice, ma radicale: «Quando capiremo che possiamo davvero imparare insieme ai nostri studenti, allora ameremo di più la nostra professione. E la scuola tornerà a essere il luogo in cui si immagina il futuro».




