Ma poi le Olimpiadi finiscono, e con loro l’esempio virtuoso: la lealtà che predichiamo e quella che tradiamo ogni giorno

Spenta la fiamma olimpica, le Olimpiadi di Milano-Cortina vengono raccontate come molto più di un evento sportivo: l’articolo di Mattia Perico, racconta i Giochi come “scuola di vita” capace di educare al rispetto, alla collaborazione e alla cittadinanza attiva. Dalla fiaccola che ha attraversato l’Italia ai progetti educativi nelle scuole, i Giochi sono stati capaci di diventare laboratorio di inclusione, sostenibilità e democrazia. Nel solco di Pierre de Coubertin e delle parole del presidente Sergio Mattarella fino alla pedagogia di don Milani, giustamente l’articolo di Perico sottolinea, lo sport è presentato come palestra di regole e di responsabilità. Un’analisi corretta, fondata nei presupposti e nel contenuto dei messaggi.
Ma oggi, che la fiamma olimpica si è spenta, questo modello ideale di valori e di lealtà che ha dominato per quindici giorni, reggono bene e ancora alla prova della realtà quotidiana?
Parto da questa domanda perché mi è rimasta in mente quella che credo sia l’immagine simbolo di questi giochi. Traguardo del Gigante femminile di sci: Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, appena sconfitte, si inchinano di fronte alla nostra Federica Brignone, è il suo secondo oro dopo il Super G e dopo il terribile infortunio di soli 10 mesi fa. Due atlete fortissime si sono inginocchiate davanti a lei. Non per umiliazione, ma per riconoscimento. Due sciatrici sconfitte sulla pista, si sono abbassate in segno di rispetto davanti alla superiorità limpida e atletica di Federica Brignone.
Se in quell’immagine c’è l’essenza più autentica dell’Olimpiade, la competizione portata al massimo livello e, insieme, al tributo leale per la grandezza dell’avversario, allora credo che che occorra partire da qui per leggere un po’ più criticamente la retorica che ha accompagnato i Giochi.


Il testo di Perico insiste anche giustamente sull’idea delle Olimpiadi come “scuola di vita”, palestra di democrazia, laboratorio educativo da diffondere nelle scuole (primarie) e nella vita di tutti i giorni. Tutto vero, ma in parte. Il modello olimpico non può essere una parentesi emotiva di due settimane, scandita dalla fiaccola, dalle cerimonie e dai post sui social. Se resta confinato all’eccezionalità dell’evento, si riduce a una liturgia civile che consola, ma non trasforma. E di realtà da trasformare oggi ce n’è moltissima.
Primo: lo sport educa davvero quando la lealtà diventa comportamento quotidiano, non quando viene evocata nei discorsi inaugurali. La frase di Pierre de Coubertin, «l’importante non è vincere, ma partecipare», viene spesso usata come alibi pedagogico. In realtà, l’Olimpiade è il luogo dove si va per vincere, per fare le gare, e per puntare alle medaglie e al primato. Vincere è l’obiettivo radicale dell’atleta che ha dedicato anni alla preparazione. La differenza sta nel come si vince: vincere rispettando le regole, accettando il giudizio, riconoscendo il valore dell’altro. È questa tensione etica, non la semplice partecipazione, a fondare la dignità sportiva.


Il rischio della narrazione edulcorata è di ignorare la contraddizione più evidente: mentre celebriamo la lealtà sulle piste di Milano-Cortina, nello stesso tempo tolleriamo comportamenti opposti nei campi e campetti, palestre più vicine a noi, di provincia, nelle partite degli oratori. I casi di cronaca sono numerosissimi: genitori sugli spalti che insultano e intonano cori d’odio durante una gara under 15; un padre che entra in campo e picchia un portiere di 13 anni; al termine di una partita di calcio giovanile a Collegno, un genitore aggredisce fisicamente il portiere avversario con violenza. Altri due genitori squalificati e Daspo sportivo. In una rissa tra ragazzi under 14, i padri coinvolti entrano in campo e causano lesioni, ricevendo sanzioni e Daspo fino a 24 mesi. Genitori che corrono sul campo e iniziano a picchiarsi con giocatori e coach dopo una lite. Padri e madri si scagliano a pugni a bordo campo dopo l’espulsione di un ragazzo, partita abbandonata. Due mamme (perfino) si picchiano durante un match di basket under 12, scatta il divieto di accesso per le famiglie coinvolte. È una sintesi estrema. E poi la chicca di questi giorni: un calciatore professionista che simula di aver subito un fallo (ma non è l’unico) per ottenere una punizione e l’espulsione dell’avversario, trasformandolo in colpevole agli occhi del pubblico.


Il modello che si trasmette ai più giovani è questo: cancella l’avversario con la frode, con la violenza, con l’umiliazione. È in questo quadro che il messaggio olimpico si incrina senza che nessuno lo smentisca.
Le Olimpiadi possono offrire un paradigma alto, ma non possono sostituire la responsabilità adulta del dopo Olimpiadi. L’esempio non si trasmette per osmosi mediatica. Si costruisce nella coerenza dei comportamenti quotidiani, di tutti i giorni: nell’accettare una sconfitta senza cercare alibi, nel riconoscere un errore arbitrale senza invocare complotti, nel pretendere rispetto prima ancora che vittorie. Se lo sport è davvero “palestra di democrazia”, come ricorda il presidente Sergio Mattarella, allora la democrazia sportiva si esercita ogni settimana, non solo sotto i riflettori olimpici, e nei più sperduti campetti. È lì l’esempio e il modello olimpico che prendono vita in modo robusto e reale. L’immagine delle due atlete inginocchiate davanti alla Brignone ci ricorda che la grandezza non umilia, eleva. Ma perché quella scena non resti un’icona isolata, serve una cultura diffusa della lealtà. Il compito non è degli atleti soltanto. È di tutti: genitori, educatori, dirigenti, sportivi della domenica, degli adulti. Le Olimpiadi mostrano ciò che è possibile. Sta a noi, in ogni posto e ruolo della società, decidere se farne un modello permanente o lasciarlo evaporare con lo spegnersi del braciere.

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