
In una società in cui ognuno si perde sempre più spesso dentro il proprio silenzio, incantato dal proprio smartphone, novello pifferaio magico, facendo del male innanzitutto a se stesso e poi agli altri, quando si riesce ad ascoltarsi e a dialogare, la sensazione che ognuno di noi prova è quella di vita ritrovata e di amicizia con tutto l’umano. Questo accade poiché privarsi del guizzo di uno sguardo o del calore di un sorriso equivale un po’ ad uccidere la spinta vitale; così parlare, confrontarsi, arrabbiarsi anche, ridere insieme è come tornare ‘a casa’, accorgendosi con sorpresa che la si era persa.
Così il dibattito intorno ad un romanzo che racconta come il male facilmente si insinui proprio laddove si è persa la percezione del bene e dell’essere amati è stato vissuto con molto coinvolgimento e tanta passione dai ragazzi e dalle ragazze della IV B del Liceo Scientifico “Alessandro Serpieri” di Rimini.
Il romanzo era Cuore nero, storia di Emilia che da ragazzina, piena di dolore e di una rabbia muta per la morte della madre, uccide la sua amica e finisce in carcere; è la storia anche di Bruno, che a causa del comportamento colpevole di una ditta di manutenzione, ha perso i genitori quando era ancora bambino e si è allontanato dal mondo, divorato da una rabbia mai guardata davvero negli occhi. Lui ha subito il male, lei ne è stata artefice. Entrambi, però, sono in una prospettiva più ampia vittime del male che li ha colpiti inaspettatamente e poi li ha intrisi di sé, rendendoli da quel momento incapaci di amare: se stessi, gli altri, la vita. Per circostanze fortuite i due si incontrano, si innamorano, si amano, ma poi Bruno conosce il passato di Emilia e la rottura pare inevitabile perché la domanda è: si può perdonare il male fatto o subito?
Senza spoilerare l’epilogo, ciò che conta è la domanda su cui i ragazzi si sono confrontati: è possibile superare il male?
L’orizzonte della riflessione è stato quello della giustizia riparativa che la classe ha conosciuto sia a livello teorico che testimoniale nel corso dell’anno scolastico, incontrando operatori e recuperandi delle CEC, Comunità Educanti con i Carcerati della Associazione Papa Giovanni XXIII, nate dall’idea del suo fondatore, don Oreste Benzi, che l’uomo “non è il suo errore”.
Si dovrebbe, cioè, uscire da una dimensione di giustizia solo retributiva (e punitiva) per entrare in una logica di riparazione del male e di incontro, in un percorso lungo e complesso, tra vittima e carnefice.
Una provocazione enorme: si può, dunque, perdonarsi e perdonare il male? Si possono riparare ferite così laceranti?
All’inizio di tutto per i ragazzi della IV B la risposta immediata era una: no. Il male vero non si perdona. È impossibile.
Poi ci sono stati i carcerati testimoni del proprio recupero, ci sono stati Emilia e Bruno, c’è stato un incontro con l’autrice Silvia Avallone e con Matteo Severgnini, esperto di educazione e testimone della fatica di volersi bene quando si sbaglia. E tante certezze sono cadute, il dubbio è divenuto bussola ermeneutica sulle radici del male che investe, in realtà, ogni essere umano. È stato difficile accettare la consapevolezza che nessuno è esente dal fare il male o dal subirlo, neanche loro.
Trattandosi di una classe molto effervescente con studenti e studentesse dalla personalità forte e anche – a tratti – polemica, il confronto è stato vivace, acceso, ma sempre corretto, razionale, pieno di interventi provocatori e di altri profondamente umani e articolati, per cui il risultato educativo complessivo può considerarsi decisamente soddisfacente.
Purtroppo per esigenze didattiche ‘superiori’ il tempo dedicato non è stato molto, sicuramente inferiore alla reale necessità, per cui ciò che ne risulta è imperfetto e non esaustivo.
Tuttavia è stato bello, all’atto della lettura dei contributi che ognuno aveva riportato sul documento, sentire i ragazzi esprimere ammirazione e a volte stupore per le considerazioni di alcuni compagni che di norma si esprimono poco e cercare di rispettare le posizioni non condivise per integrarle comunque in una riflessione democratica. È stato bello per loro sentirsi soggetti di un processo di costruzione dal basso, in cui anche il loro sapere scolastico e le loro esperienze acquisivano dignità.
Insomma… un primo passo nell’ottica milaniana della scrittura collettiva è stato fatto e senza dubbio altri ne seguiranno.
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