“La parola fa eguali”: l’esperienza di Barbiana 2040 all’Università di Bergamo

E’ stato un onore e un vero piacere accogliere l’invito del Professor Luigi Cepparrone del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, Università di Bergamo, a partecipare al Laboratorio sulla convivenza negli spazi interculturali e sull’educazione alla nonviolenza, dal titolo “Donne, madri, nuovi cittadini, comunità”, in rappresentanza della Rete Barbiana 2040, insieme a Asmae Zoukari, Associazione Pangea.
Si tratta di un laboratorio all’interno di un ampio progetto, un percorso di formazione di 86 ore distribuite su 10 giornate, dedicato ai temi della pace, della nonviolenza e della convivenza, alla sua Prima Edizione 2026 ❘ NARRAZIONI E PRATICHE PER LA PACE – promosso dal Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo, nell’iniziativa Tessiture di Convivenza, Bergamo, Forum per la ricerca partecipata e la cura del legame sociale, proposto a tutta la comunità bergamasca ed accademica.

L’incontro si è svolto nello storico Collegio Baroni, ristrutturato per l’Università come una terrazza aperta sulla città, luogo di luce e di visione, reso più intimo e familiare dalla silhouette della scultura, leggera e dinamica di Giacomo Manzù che raffigura i suoi figli bambini su una carrozza, che cattura lo sguardo appena si accede dal portone. Perché offrire bellezza ai giovani studenti è un atto di cura, è una scelta etica, come ci ha insegnato don Milani.
In questo luogo, alla presenza di un pubblico molto misto, che ha espresso le voci di una comunità territoriale che si pone domande e non si accontenta di risposte facili e stereotipate, ho potuto raccontare l’esperienza della Rete Barbiana 2040, e la nostra proposta di laboratori di scrittura collettiva, nelle classi in cui sono sempre presenti alunni con origini migratorie più o meno recenti. Ho subito proposto ai partecipanti di utilizzare i fogliolini ricavati lì per lì dal foglio A4 che ho distribuito,come strumento per appuntare concetti, dubbi, pensieri, domande, nodi cruciali che avessero turbato loro l’animo nel corso dei due interventi. Mi sono addentrata in una riflessione sulla parola,  come possa diventare strumento di riconoscimento, emancipazione e democrazia – “La parola fa eguali”. E di come l’umile tecnica del fogliolino sia in grado di raccogliere anche il pensiero minimo per valorizzarlo nel processo di scrittura collettiva, e con esso la persona che lo esprime, contro la cultura dello scarto, anche umano. Così nella nostra esperienza, gruppi di studenti multietnici hanno trovato uno strumento per attivare ascolto, dialogo e riconoscimento. Come accaduto a Grumello con pre-adolescenti diffidenti e sfidanti, di origine straniera, per i quali è stato di impatto immediato udire le parole di don Milani “Ogni parola che non conoscete sarà un calcio in culo che prenderete domani” nel cartoon RAI “La favolosa storia di Barbiana”: si sono subito riconosciuti e attivati.

Rita Fumagalli durante il suo intervento

Perché ancora oggi la questione della lingua è cruciale, anzi sovversiva? Perché un laboratorio di parola – ascolto – dialogo è fondamentale, anzi, dovrebbe diventare una materia obbligatoria in tutte le classi – come dichiarato da una ragazzina di seconda media al termine del laboratorio?
Siamo consapevoli che la povertà di linguaggio a lungo andare possa portare alla povertà di pensiero, il degrado lessicale al degrado delle relazioni sociali, genera frustrazione, isolamento, talvolta aggressività. Il pensiero povero danneggia l’identità, impedisce l’emancipazione, riduce la libertà. Ciò vale per uno studente italiano, a maggior ragione vale per uno studente straniero, che ha bisogno di più scuola subito.
Un laboratorio di parola – ascolto – dialogo per lo sviluppo del pensiero critico diventa così una palestra di democrazia, di inclusione, di convivenza civile, di costruzione di comunità. E come ci ha insegnato Ciro Corona dell’Officina delle culture Gelsomina Verde di Scampia (qui e qui), le madri sono spesso la porta di accesso per raggiungere le figlie e i figli. Ecco che il laboratorio di scrittura collettiva si apre ai genitori che, se invitati dai figli, partecipano tutti, anche chi di solito non si vede, chi si sottrae per diffidenza o vergogna. Madri e padri, italiani e no, attraverso il fogliolino, ciascuno dà voce al proprio pensiero e impara a rispettare quello altrui. E i figli vedono e imparano con loro. Il pensiero si arricchisce, la scrittura si modella insieme, si vive la forza trasformativa della dimensione collettiva.
Ma chi sono questi ragazzi? “Il loro silenzio può precedere una trepida domanda di aiuto (che aiuto?) o può precedere una coltellata” – scrive Pasolini nel 1976 in Lettere Luterane, di fronte agli adolescenti abbrutiti dall’impoverimento culturale della società consumistica. Cinquant’anni dopo, in un’indagine Ipsos fatta a Bergamo nel 2025 tra ragazzi di  12-16 anni, è emerso come valore per il  60% al primo posto il denaro; di questi il 20% si è dichiarato disposto a commettere atti illeciti per denaro e il 30% disposto a commettere atti illeciti per denaro se non gravi. Questo è lo sfondo integratore nel quale stanno crescendo, questi sono gli esempi che hanno di fronte, a partire dai potenti della terra, fino ai social.
Eppure don Milani ci insegna ad accogliere chi abbiamo di fronte, non a desiderare altri, a far emergere con fiducia e coraggio la realtà che essi rappresentano, e da lì partire per promuovere l’emancipazione della persona nella dimensione individuale e collettiva, capace di trasformare la realtà che non ci piace. Questa è la sfida del presente della scuola.


Ci viene in aiuto una recente pubblicazione di Anna Granata – UniBicocca, La scuola inclusiva ha fallito che attraverso una disamina di spaccati specifici della storia della scuola italiana,  dimostra  che là dove la sfida è stata più ardua, si sono attuate le innovazioni didattiche più ardite e visionarie, che hanno dato impulso all’innovazione per tutti. Per esempio nella Torino del secondo dopoguerra, quando dal sud arrivarono al nord 9 milioni di italiani, che – si diceva nelle scuole del nord – parlavano solo i dialetti, avevano odori diversi, apparivano timidi, introversi, talora aggressivi, scatenando la diffidenza, il giudizio, spesso la retrocessione in classi inferiori, con genitori giudicati assenti, ignorando lo stress post migratorio, lo spaesamento linguistico, le urgenze che pressavano quei genitori assenti.
Non diversamente da quanto accade spesso ancora oggi nelle scuole nei confronti degli alunni appena arrivati in Italia, i cosiddetti NAI. Allora, oltre all’indifferenza e alle scelte segreganti, ci furono maestre e maestri in un quartiere di Torino che capirono che quei bambini avevano bisogno di più scuola, e di una scuola diversa, più laboratoriale e basata sulla cooperazione. E’ nata così la scuola a tempo pieno, innovazione d’avanguardia scaturita dal basso e dalle periferie, che poi una politica attenta ha saputo assumere come sperimentazione e successivamente come legge dello stato.
Perché “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”.
Oggi come allora, questa è la strada per realizzare quanto sancito dalla Costituzione negli articoli cruciali per la scuola: Art. 34 La scuola è aperta a tutti; Art. 33 L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento; Art. 3 È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Per la valorizzazione della persona contro la cultura dello scarto, per non lasciare che il punto di partenza condizioni l’esito, come racconta bene la storia di Alì Eshani nel libro “I ragazzi hanno grandi sogni”, un bambino afgano giunto in Italia e miracolosamente sopravvissuto, che si sente dire dagli educatori, accontentati, pensa da dove sei arrivato, fattene una ragione. Alì sente che nessuno di loro pensa in grande per lui. Finché non incontrerà qualcuno che crede in lui.


A questo punto prende la parola Asmae Zoukari, sorridente e solare, che parte proprio da questo libro che ha letto, legge dalla quarta di copertina “E’ poco più che un bambino, eppure di lui notano solo che è povero, sporco e straniero” e inizia a raccontarsi e raccontarci la sua storia di migrazione, emancipazione, integrazione e restituzione alla comunità.
Ci racconta che il padre è stato uno dei primi ad arrivare nella bergamasca dal Marocco, negli anni Settanta, seguito qualche anno dopo dalla moglie con i figli. Anche lei, come i bambini meridionali a Torino, appena arrivata è stata subito retrocessa, non contava quello che aveva fatto, quella era la prassi – e in alcune realtà lo è ancora.
Ha sottolineato che lei, e i tanti figli di donne e uomini migranti, non scelgono di migrare, devono seguire i genitori. Non è stata una scelta sua, l’ha subita, e questo già è un ostacolo. Giunta in Italia, scaraventata in un contesto totalmente diverso, Asmae si sentiva sola, ed era diventata “razzista” nei confronti della sua cultura, la rinnegava, si vergognava quando sua madre per strada parlava con lei in arabo darija. Elementari, medie, poi il Liceo Secco Suardo, dove una professoressa le ha cambiato la vita, l’ha guardata e l’ha vista, le ha proposto di leggere un libro,  “La terrazza proibita” di Fatema Mernissi. C’è stata così una svolta. “Quel libro mi ha salvata – dice – mi ha salvata una professoressa e mi ha salvata mia madre” che è stata un esempio, perché appena arrivata ha fatto corsi per imparare l’italiano, ha trovato lavoro, ha preso la patente, si è emancipata. Le ha insegnato che la scuola può essere la molla per il riscatto sociale. A 18 anni un nuovo trauma: essendo maggiorenne, senza reddito, secondo la legge Bossi-Fini, riceve il decreto di espulsione. Ci spiega che i figli di migranti nati in Italia, spesso non hanno mai visto il loro paese d’origine, e anche loro a 18 anni ricevono il decreto di espulsione da una nazione in cui sono nati, verso un paese che non hanno mai visto. I paradossi delle leggi.
Di rinnovo in rinnovo del permesso di soggiorno, Asmae inizia a lavorare come educatrice. Non si perde d’animo. Il suo sogno è diventare insegnante nella scuola pubblica, ma le dicono che per farlo bisogna avere la cittadinanza italiana o comunitaria. Per avere la cittadinanza serve un certo reddito che lei non raggiunge con il suo stipendio da educatrice. Poi scopre per caso che c’è una norma del 2013 che le consentirebbe di lavorare nella scuola, così ottiene il suo posto di insegnante, e con esso il reddito che le darà la cittadinanza. Dalla retrocessione al primo ingresso a scuola all’impiego come insegnante!

Da sinistra: Asmae Zoukari, Rita Fumagalli, Luigi Cepparrone


In questo cammino si inserisce anche il suo percorso di riappropriamento della sua cultura.
Quando è in Italia è marocchina, quando torna in Marocco si sente straniera, Bienvenu Étranger – recita un cartello nell’aeroporto a Fez, la sua città, e lei così si sente quando arriva a Fez, vive un conflitto interiore. Questo processo passa soprattutto attraverso un’azione di supporto agli stranieri d’Italia, nel territorio in cui vive Asmae fonda l’Associazione Pangea che ha una visione: vuole essere un gruppo che si impegna a fare cultura, a dare supporto alle fragilità, ad ascoltare e creare luoghi di scambio di idee, a far incontrare le persone che creano una comunità.
Pangea parte da un dato di realtà, che diventa la sua missione: l’apprendimento della lingua italiana è funzionale ai bisogni quotidiani del cittadino migrante. II deficit linguistico, rallenta l’integrazione delle singole persone nel tessuto economico, sociale e culturale nel nostro Paese, e pregiudica l’inserimento socio-culturale dei figli e in generale, dei giovani immigrati. Così Asmae con l’associazione organizza corsi di alfabetizzazione rivolti specialmente alle donne straniere, laboratori multiculturali nelle scuole, sperimenta la proposta di racconti di esperienze di migranti da portare tra gli studenti, come biblioteca vivente, e l’orientamento attraverso testimonianze positive, e poi cene e sfilate multietniche. Intanto sposa un giovane italiano, e diventa madre. Inizia a portare al centro la propria religione, riscopre il significato del ramadan. Così adesso non si sente più sola. Prossimo appuntamento per lei lunedì 9 novembre a Milano “Violenza, autolesionismo, educazione relazionale” per il Progetto “Allenarsi al futuro”, con esperti e gli studenti delle scuole superiori coinvolte.
A questo punto si dà voce ai fogliolini dei partecipanti, fogliolini che anche in questa occasione dimostrano la loro efficacia nel dare espressione al pensiero: si apre un dialogo profondo e ricco che sfida l’orario di chiusura della sede universitaria.
Da una donna emerge una riflessione sul potere della parola, che può avere un’accezione positiva, ma anche negativa in base alle finalità che la persona persegue.
E’ presente anche un sacerdote, che a proposito dell’attaccamento al denaro e ai beni materiali, dà una lettura dei recenti fatti di Milano: forse il gesto di infrangere le vetrine è simbolicamente infrangere i (falsi?) sogni, non è solo un danno, a monte c’è un inganno.
Emerge che dal confronto con le radici degli altri è possibile recuperare le proprie. E se non dimentichi le radici che hai rispetti anche quelle degli altri.
A proposito di multilinguismo e multiculturalità Luigi Cepparrone, professore associato di Letteratura italiana allUNiversità di Bergamo, sottolinea come l’Italia sia il paese europeo con il più alto numero di minoranze etniche, fatto che dovrebbe rendere la sua popolazione più aperta al multiculturalismo.
Da due studentesse di scienze dell’educazione emerge come nelle loro famiglie italiane, sono presenti membri di altre nazionalità, che hanno vissuto percorsi affini a quello di Asmae; una studentessa esprime la sua tristezza di fronte a una scuola che non riconosce la cultura degli altri paesi, semplicemente non concedendo ad essa nessuno spazio.
Il buio fuori è calato già da tempo.
Sarebbe bello continuare, attaccare il processo di modellazione della scrittura, ma è ora di salutarsi, ci scambiamo i contatti con la certezza di ritrovarci e un senso di gratitudine nel cuore.

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