
Il progetto Barbiana 2040 voleva e vuole essere un’eresia nel senso più nobile del termine. Oggi è il 21 marzo, e in questo senso, è doveroso l’omaggio a don Luigi Ciotti proprio per l’idea di eresia che continua a restituirci, l’idea di un’eresia molto forte, di ricerca di verità molto scomode, ma che devono essere poi testimoniate con grande determinazione. Barbiana 2040 è nata come Rete per fare questo: mettere in discussione un modello di scuola neoliberista, e spero che questa espressione non faccia paura, un modello di scuola che ha introdotto da un paio di decenni almeno, un linguaggio che non ha nulla a che fare con la grammatica dell’umano.
Quando Papa Francesco, cui resto profondamente devoto senza nulla togliere alla grandezza dell’attuale Pontefice Leone XIV, si reca a Barbiana (colgo l’occasione per salutare Gianpaolo, Fiorella, Edoardo Martinelli al quale mi lega un cammino lungo nel tempo e che mi ha consentito di fare esperienza di vita, esperienza pedagogica e di conoscenza dei nuovi meccanismi della scuola di Barbiana), ecco quando il 20 giugno 2017 il Pontefice sente il bisogno di chiudere un cammino verso don Milani, riprende il testo di Esperienze pastorali e restituisce a quel testo la sua dignità. Il libro Esperienze pastorali era finito nell’indice dei libri proibiti praticamente il giorno dopo la sua uscita. Dobbiamo aspettare il 2014 con Papa Francesco per riprendere una narrazione, e poi un riconoscimento, che nel linguaggio di Paulo Freire significa “conoscere attraverso”, quindi “conoscersi attraverso qualcuno o qualcosa”. Il riconoscimento di Francesco è stato di riportare don MIlani a casa come padre nobile non soltanto di una pedagogia critica, di liberazione, ma portarlo dentro pienamente il nuovo cristianessimo, o se preferite, un cristianessimo profondamente restituito a tutti noi fedeli, in un certo modo.

C’è una frase che Francesco utilizza, tra le tante e che ricorderete senz’altro, ed è forse là che si ritrova il senso dell’utopia nobile di Barbiana, esperienza che resta oggi di straordinaria qualità. È quando Francesco parla del priore come di uno che ha lavorato per consentire alle persone di riscoprire l’umano, per aprirlo al divino. Il divino non è solo la sfera strettamente religiosa, oggi il divino significa riconciliarsi con la sfera del sacro, che è qualcosa per certi versi anche di più affascinante e di più complesso della stessa idea di un Dio trascendente ed immanente. Il sacro vuol dire lo specifico dell’avventura umana, il senso dell’avventura umana, il cammino dell’umanizzazione: scoprirsi persone attraverso un lavoro continuo su se stessi. Un lavoro che non è facile, un lavoro che attraversa diverse insidie.
La parola “ultimità” che ho scelto a titolo del mio intervento, è una provocazione. Ma che vuol dire soltanto che quel modello di scuola di don Milani è stato pensato per ridare la parola agli ultimi. Vuole significare ridare la dignità e la piena cittadinanza a chi non è in grado di battersi per i diritti perché non è in grado di riconoscerli, i propri diritti. Quindi non è soltanto questo l’ultimità.
L’ultimità ha due parole, in generale, che possono dare il senso stesso dell’esperienza umana, e se mi consentite, perché questo non è solo il giorno di primavera e quindi l’inizio di un faticoso cammino di rinnovamento del proprio guardaroba, perché chiudiamo con l’inverno e cominciamo con le nuove stagioni. Ecco non è solo questo. Oggi è soprattutto la giornata nazionale delle vittime innocenti di mafia, che sono 1.100. L’esperienza testimoniata e raccontata da Ciro Corona è qualcosa di straordinario perché la memoria del passato salta a un bisogno di presente, passaggio fondamentale per costruire il futuro. E quali sono allora le parole che attraversano anche il 21 marzo, che danno sostanza al 21 marzo, che rendono l’idea stessa di ultimità e che don Milani prova in qualche modo a definire anche se ci riesce meglio, dal mio punto di vista e in quegli stessi anni, Paulo Freire. Le parole sono “amore” e “dolore”, parole che sono facce di un’unica medaglia. Questa è l’unicità, la capacità di sentire, di conoscere se stessi attraverso il dolore altrui che viene vissuto come opportunità, come luce, e non come qualcosa da allontanare perché si ha paura delle periferie, delle città. Il caso e il racconto di Scampia dimostra che non esistono periferie, ma esistono “menti periferiche”, che vanno a contrastate e vanno combattute.

E proprio oggi con Ciro Corona qui con noi, la resistenza anticamorra di Scampia compie 18 anni, dopo essere nata nel pieno del cuore della faida di Scampia. Ciro era un ragazzo, era un giovane che ha avuto il coraggio di sfidare l’orrore, mentre il quartiere era attraversato da cadaveri che cadevano praticamente quasi ogni giorno in una maniera crudele e feroce. Ecco cosa significa sentire il dolore degli altri, delle periferie, ecco che cosa ha dimostrato Scampia. Oggi Scampia si sta facendo comunità, se non vogliamo usare la parola Stato perché può fare paura, allora usiamo la parola comunità per scoprire che questa comunità si fa dal basso. Come? Attraverso una testimonianza di chi non ha paura di sentire il dolore di un quartiere abbandonato dalle istituzioni. Quel dolore diventa così un cammino di amore.
Mi ha sempre colpito il giudizio espresso da Pierpaolo Pasolini sul lavoro degli ex allievi di don Milani, Lettera a una professoressa, quando gli chiedono un suo giudizio: risponde “che è un libro bellissimo, che non posso che dire cose bellissime”. E dice ancora: “Lettera a una professoressa nasce come bisogno di vendetta sociale, ma poi diventa un manifesto di amore”. Diventa cioè il linguaggio dell’amore. Diventa una grammatica dell’amore universale. Diventa un manifesto reale dell’amore, uno strumento di cambiamento dell’umanità. Diventa la scoperta o la riscoperta del sacro, di quel divino a cui per esempio Papa Francesco anelava quando parlava nel ‘17 del cammino del priore di Barbiana, della capacità di sentire il dolore come forza generativa, il dolore come linguaggio di tutti e di tutte.
Un dolore che però non può essere territorializzato: perché non ci sono i poveri dell’occidente e i poveri dell’oriente; i poveri del terzo e del quarto mondo. Ci sono gli ultimi, come insegnava Paulo Freire, ci sono gli straccioni del mondo, gli ultimi e gli emarginati. E poi ci sono coloro che in essi si riconoscono. E così riconoscendosi in loro, con loro soffrono.
Qui il dolore diventa, nella pedagogia di Freire, la grande categoria e il momento dinamico di un’azione pedagogica, ma soprattutto, dice Paulo Freire, con loro lottano. Ed è qui che nasce nel 1968 la pedagogia della liberazione, una pedagogia cristiana della liberazione, perché nasce dal dolore di tutti. Non è un dolore territorializzato, non è “prima gli italiani”, “prima i padani”, “prima i calabresi”. Non è un qualcosa che viene delimitato da un territorio, ma è qualcosa di universale. È il linguaggio di chi è escluso, di chi non ce la fa, di chi nella vita non ha una possibilità, un’opportunità.

Se non diciamo questo, il racconto rischia di sembrare una poetica soltanto di chi non ha voce. Io, personalmente per esempio, se prendiamo le categorie di Lettera a una professoressa, io sono Pierino figlio del dottore, io nasco in una famiglia socialmente forte, che aveva e ha potere sociale, in Calabria. Ho fatto una scelta differente, ho fatto la scelta di decostruire me stesso, di non camminare lungo le strade del potere, ma di provare a fare un’esperienza diversa, un vivere contropotere popolare. E per essere contropotere popolare bisogna avere il coraggio di partire dal dolore universale, dal dolore che scava la vita delle persone, e che non è solo il dolore di chi è emarginato economicamente. Perché non c’è solo la povertà materiale, e anche in questo caso Freire legge profondamente la complessa grammatica delle esclusioni sociali, e così si scopre che c’è anche una povertà morale. Spesso e volentieri noi finiamo per abitare inconsapevolmente le periferie del nostro cuore, che sono molto più pericolose delle periferie urbane perché le periferie urbane, come dimostra l’esperienza di Ciro a Scampia, sono periferie ribelli, capaci di rimettere in moto l’orologio della storia: bisogna andare a Scampia e vedere il lavoro che è stato fatto all’Officine delle culture Gelsomina Verde per rendersene conto e prendere consapevolezza.
Le periferie urbane cambiano, si ribellano, quindi. Ma il vero problema sono le periferie del cuore, è lì che incontriamo la sfida terribile con cui ci dobbiamo misurare, perché le periferie del cuore aprono la strada alla disumanizzazione, al neoliberalismo. È questo il modello di scuola che va contestato radicalmente, in modo duro, pacifico, sul piano ermeneutico. Il linguaggio di Barbiana 2040, va in questa direzione: riscoprire le tonalità del cuore che questo presente soffoca, combatte, mortifica, svilisce. È questa l’utopia di Barbiana che dobbiamo riprendere, come se fosse una fiaccola ideale, una sfida olimpica da portare avanti, una staffetta partigiana da portare nuovamente nel presente dove c’è un bisogno di verità, scomode, di una verità errante, una verità nomade perché parlare oggi di amore come risposta è inesorabilmente una grande provocazione eretica. Ma non dobbiamo avere paura delle parole e non dobbiamo nemmeno avere paura di testimoniare quelle parole scomode che sono in grado di diventare un cammino eretico, come diceva don Tonino Bello, il vescovo degli ultimi, un cammino nobilmente e spiritualmente sovversivo, perché, per esempio, il cristianesimo di don Lorenzo Milani, il cristianesimo di Paulo Freire, il cristianesimo di don Tonino Bello, il cristianesimo di Papa Francesco, è un cristianesimo spiritualmente sovversivo, dichiaratamente sovversivo cioè dissonante rispetto al linguaggio per esempio degli Anni Sessanta, per esempio degli Anni Ottanta, degli Anni Novanta. Ricordiamo Papa Francesco con l’unica vera grande testimonianza di pensiero alternativo a questo modello di globalizzazione che ci ha lasciato: l’enciclica Fratelli Tutti, in cui non parla della fratellanza di matrice massonica, per essere chiari. Ma parla della fraternità, che è una cosa profondamente diversa: vuol dire la prossimità, scoprirsi prossimi come hanno scritto gli alunni di don Milani in Lettera a una professoressa, tra le tante cose meravigliose che ci hanno restituito, per esempio, il dolore universale in Africa, in Asia, in America Latina, nelle campagne, nelle città, nel Mezzogiorno d’Italia, e siamo nel 1967 e i meridionali non hanno neanche consapevolezza della condizione di marginalità delle nostre terre, timidi come me, svogliati come Sandro, cretini come Gianni… il meglio dell’umanità: quello è il manifesto di un dolore che diventa pedagogia del cambiamento e diventa amore quando alla fine scrivono, almeno nella prima parte, “cercasi un fine che sia un fine onesto”.

E qual è il fine della scuola? È dedicarsi al prossimo, all’idea di una fraternità universale capace di tenere insieme dolore e amore. Diceva Paolo Borsellino in un passo meraviglioso di un suo ultimo discorso alla moglie Agnese, e io come professore di Pedagogia dell’antimafia l’ho semplicemente tirato fuori, discorso pronunciato a un mese dalla strage di via D’Amelio e dopo aver scoperto sostanzialmente che quello di Falcone era stato un omicidio di Stato, Borsellino capisce che quello che lo aspettava era il secondo tempo di questa tragedia, allora chiede alla moglie di andare al mare, ma non è una passeggiata romantica, dice quello che è “arrivato è il mio momento”. Si gira per guardare il mare quasi a prendere congelo dalla vita e qui c’è un passaggio in cui appare tutto il senso della Pedagogia dell’antimafia per la quale ho deciso di vivere spaccando tutto ciò che si poteva spaccare, ribellandomi a tutto ciò che a cui ci si poteva ribellare, a cominciare dal contesto no familiare: Agnese si avvicina stringe Paolo da dietro con forza quasi a volerlo proteggere in un gesto di amore che non ha uguali, un tentativo disperato di proteggere Paolo dalla fine che avrebbe fatto. Perché va ricordato anche qusto: a differenza di Falcone nella bara non c’è il corpo di Borsellino, perché nell’esplosione il suo corpo viene spappolato, nella bara c’erano i resti del corpo di Borsellino.
La figlia Lucia qualche giorno dopo si presenta per dare un esame all’università, la mogie Agnese continua la battaglia della memoria, i Borsellino non si sono mai piegati e hanno fatto del loro dolore una forza generativa di nuova coscienza: ecco cosa vuol dire testimoniare le parole che dal dolore diventano amore.
Oggi è questo il messaggio a cui ha deciso di restare fedele la famiglia Borsellino: testimoniare le parole che dal dolore diventano amore. Oggi ci sono i figli che tengono in piedi il messaggio di papà Paolo, come quando nel giorno commemorativo del trigesimo della strage di Capaci dicono: Palermo non ci piaceva, Palermo non ci piaceva e abbiamo imparato ad amare. Perché amare vuol dire cambiare ciò che non ci piace. L’amore diventa la forma più alta di testimonianza.
Questo voleva dire Papa Francesco studiando l’esperienza di Barbiana e studiando il priore: risvegliare l’umano che c’è nelle persone per aprirlo al divino, che vuol dire all’infinito. Noi siamo finitudine che si apre all’infinito, noi siamo materia che può diventare spirito, siamo qualcosa destinata a finire, ma per nascere in forme nuove. Ecco che cos’è l’amore, l’amore è quindi l’ultimità che diventa la più grande forma di amore verso il dolore per gli altri.
È con questa capacità di testimoniare con le parole che questo cammino debba proseguire con la stessa determinazione, con la stessa capacità di semina di parole trasformative, di parole che non devono cedere di un millimetro alla grammatica del presente, all’alfabeto del presente che insegna ai giovani la rassegnazione, insegna l’indifferenza, insegna la neutralità etica. Noi non dobbiamo essere né indifferenti, né neutrali, né rassegnati.
Un pezzo del Mezzogiono è qui presente oggi, dimostra che anche la periferia di questo paese, tra contraddizione e limiti, quantomeno sta lottando, prova a tenere in piedi il 21 marzo, il ricordo delle 1.100 vittime innocenti di mafia, il loro dolore, l’ergastolo del loro dolore. Il nostro compito è prendere queste parole, riportarle nella storia, dare alla speranza, alla libertà e alla dignità un nuovo cammino. Se non lo facciamo noi, se non lo fa la scuola, se non lo fa l’università significa che questo paese non ha speranza. Credo invece che la speranza ce la possiamo dare soltanto continuando a lavorare insieme.




