Da Barbiana al mondo di oggi, la parola come rivoluzione. La scuola che costruisce il “Noi”

Abbiamo scelto la data del 21 marzo per questo nostro Quinto Convegno nazionale della Rete Barbina 2040 l’anno scorso, quando eravamo a Palermo per una giornata di formazione all’Istiotuto Danilo Dolci. E’ stato scelto il 21 marzo, come primo giorno di primavera, ma in particolare come segno di rinascita. Il 21 marzo è soprattutto anche la data che commemora le vittime innocenti di mafia. Dentro tutto questo senso di rinascita c’è anche un senso di rispetto di territori, dei luoghi dove purtroppo il mafia e il malaffare lasciano il segno, come ascolteremo nel racconto prezioso di Ciro Corona, operatore e protagonista dell’esperienza educativa e di riscatto sociale dell’Officina delle Culture “Gelsomima Verde”, centro intitolato a una giovane ragazza vittima innocente di mafia.
Il titolo del nostro Convegno di oggi è: “Ritornare a Barbiana, dove i confini si allargano al mondo”. L’insegnamento del priore è tutto racchiuso in questa sua celebre frase: “La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si svolge, ma da tutt’altre cose”.
Il luogo Barbiana in quel periodo non esisteva nemmeno sulle carte geografiche, eppure il potere trasformativo, che è il cuore della pedagogia trasformativa come la chiamavano, che ha messo in campo don Lorenzo Milani ha fatto sì che in pochi anni Barbiana diventasse il centro del mondo. Non c’era un luminare o esperto che non desiderasse passare da Barbiana, anche per essere messo alla prova in quel luogo di pensiero e di dibattito che si era generato sulla pedagogia. Al tempo stesso, don Lorenzo Milani mandava nel mondo i suoi ragazzi, perché riteneva che la vera prova da sostenere era la “prova della vita”. Una sorta di Erasmus ante-litteram, con il quale venivano mandati i suoi alunni in Inghilterra, in Francia, in paesi d’Europa, mai allo sbaraglio ma grazie alle sue conoscenze contatti sempre in luoghi dove ci fossero persone che potessero accogliere i ragazzi, .

Allo stesso modo così come i confini di Barbiana si sono allargati al mondo, così è stato per noi, per la nostra Rete di Scuole Barbiana 2040 che si è allargata dalle prime scuole della Calabria, dell’Umbria e del territorio di Bergamo, le prime scuole ad appoggiare e a far parte della Rete, man mano si è allargata al territorio nazionale. Non solo, da qualche anno la Rete collabora con l’Associacion Civil Barbiana di Santa Fe, Argentina, dove c’è una realtà che applica il principio della pedagogia e modello educativo di don Milani a Barbiana nei contesti delle periferie povere e degradate di Santa Fe. Da quest’anno, inoltre, abbiamo avviato una collaborazione con la Casa di Scuola Mil Caminos di Salamanca, dove da più di 50 anni, a seguito dell’azione di padre Luis Corzo Toral, è stata avviata un’esperienza ispirata all’insegnamento di don Milani, esperienza di cui oggi ci racconterà Pablo Panjagua, che abbiamo conosciuto grazie al progetto Erasmus e che abbiamo invitato al nostro convegno.


Dunque, i confini si allargano al mondo, e guardando anche al sottotitolo del nostro convegno, leggiamo: “Insieme per costruire il futuro della scuola”. Il termine “insieme” è la chiave interpretativa. Nulla si fa da soli, “insieme” è la chiave che costituisce il cuore della Rete.
Oggi al nostro Convegno sono presenti i docenti rappresentati di 13 delle 20 scuole che hanno aderito alla Rete Barbiana 2040, e lavorando insieme abbiamo capito che “solo insieme” si può costruire il futuro della scuola.
Inevitabile ricordare a questo punto com’è stato l’avvio della nostra esperienza sulle orme di don Lorenzo Milani: tutto è iniziato nel 2017, anno del cinquantesimo della morte di don Lorenzo Milani. È stato l’anno in cui io e una docente siamo andati in visita a Barbiana la prima volta, eravamo alla ricerca di risposte. Dentro la scuola avvertivamo già quello che oggi è rilevato da molti, e cioè un malessere diffuso legato alla trasformazione rapidissima, in atto e conseguenza della rivoluzione tecnologica e in particolare digitale. Ma che è anche una profonda trasformazione antropologica. Lungo questo cammino per salire e scendere da Barbiana, grazie all’incontro con Edoardo Martinelli, ex allievo di don Milani a Barbiana, e di lì a poco tempo dopo con Giancarlo Costabile, professore di Pedagogia dell’Antimafia all’Università della Calabria, è stato avviato il progetto Barbiana 2040, nato come un sogno, ma che si è trasformato in un’azione di ricerca e di collaborazione sul campo come Rete di scuole.
Dal 2021, anno in cui è nata la Rete, abbiamo dato il via a una prima serie di azioni nazionali, condivise a livello di tutte le scuole della Rete, a cui hanno anche fatto seguito su tutti i territori, azioni locali e regionali. Queste iniziative di approfondimento portate a livello nazionale hanno consentito di arrivare all’elaborazione di un Manifesto di intenti della Rete, in dieci punti e principi pedagogici ed educativi, condiviso e distribuito. Il Manifesto è nato da un lavoro di scrittura collettiva fra i docenti delle scuole della Rete, non è quindi il pensiero di una persona, ma raccoglie gli anni della sperimentazione, di riflessioni e di confronto, consolidati in parole chiave e pilastri dell’azione della Rete. Diventano il cuore e la vita del nostro cammino.


In queste azioni di Rete abbiamo potuto incontrare e collaborare con l’Università della Calabria, l’Università di Bergamo, l’Università di Perugia, l’Università di Reggio Emilia, atenei sempre invitati e presenti nei nostri convegni.
Ma perché è importante la presenza dell’Università nel nostro progetto? Per le Università è importante la presenza e il rapporto con le scuole, perché non si parte dalla sola teoria, come speculazione teorica, ma necessariamente si passa attraverso il coinvolgimento di una ricerca sul campo e nelle aule delle scuole. Così come una sperimentazione isolata di una scuola che non sia affiancata dallo sguardo e dalla riflessione anche teorica, pedagogica dell’Università può risultare zoppa o cieca.
Da qui la possibilità di organizzare momenti di approfondimento sui maestri della pedagogia italiana, della pedagogia dell’emancipazione, da don Milani, a Montessori, a Danilo Dolci. E in tutte queste puntate di analisi abbiamo scoperto che c’è un fil rouge che li accomuna: l’idea che il compito primario della scuola è l’emancipazione della persona.

Ma il nostro lavoro di approfondimento è andato oltre: abbiamo, contemporaneamente, affrontato temi importanti come l’antimafia, come l’educazione alla pace, abbiamo incontrato L’Eip Lab di Sanremo, un laboratorio di educazione che ispira alla pace, e, a Cornedo Vicentino, si è svolta una giornata di approfondimento sul tema e le prospettive didattiche che comportano l’introduzione dell’intelligenza artificiale anche a scuola. In quest’ultimo corso formativo è stato elaborato, fra docenti, un manifesto e un regolamento sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella didatica.
Tutti questi incontri e lavori ci hanno insegnato che il pensiero del singolo, se unito al pensiero di tanti, diventa qualcosa di valore superiore. E la scrittura collettiva dimostra di avere un potere moltiplicativo di questo valore.
Forti di questi risultati e rafforzati nelle nostre convinzioni pedagogiche, la Rete ha puntato anche sulla comunicazione del proprio lavoro: si è dotata di un sito web, pubblica settimanalmente una newsletter, aumentano le scuole e docenti, ma anche di settori diversi, che restano coinvolti dal progetto. Una conferma ulteriore che questo bisogno di creare nuovo valore educativo non è solo un’esigenza evidenziata dalla scuola, lo è anche a livello di società, di economia, relazioni civiche.


La Rete ha poi un Albo dei formatori, è organizzata con un Comitato tecnico-scientifico per coordinare le azioni di una organizzazione che comincia a svilupparsi e ad avere molte sfaccettature. La formazione quest’anno 2026 inizierà con la terza tappa del nostro percorso di formazione residenziale. Sarà all’Istituto compressivo di Lamezia Terme a ospitare i lavori, una due giorni, con la presenza e l’intervento del procuratore capo di Catanzaro, Salvatore Curcio, che tratterà il tema: “Don Milani ieri e oggi. Per una responsabilità sociale dell’educazione”. Uno dei messaggi che emergeranno dal suo intervento è già molto esplicito: il procuratore invita a combattere le mafie sostituendo all’Io il Noi. Ecco, nei punti del nostro Manifesto, uno dei prinicipi portanti dice proprio: “Costruire l’alfabeto del Noi”. Questo è un percorso possibile attraverso i laboratori della scrittura collettiva, è qui che costruiamo l’alfabeto del Noi, è qui che già si sente battere il cuore.

Ma c’è anche altro fronte di arricchimento. Attraverso le occasioni formative offerte dalla Rete abbiamo incontrato altre Reti di scuole: per esempio, il Movimento di cooperazione educativa, la Rete Rondine Cittadella della pace, il Movimento della metodologia della narrazione e  della riflessione, il Movimento delle scuole dialogiche e il Centro studi Danilo Dolci a Palermo.
Attraverso questi scambi e confronti con altre Reti di scuole è stato possibile condividere gli elementi comuni, ma anche comprendere meglio la nostra specificità, quella caratteristica che è proprio nel taglio di tipo pedagogico ed educativo che diamo all’azione dentro i laboratori di scrittura collettiva. L’anno scorso, per dare una forma ancora più fruibile a questo cammino, abbiamo scritto, come scuola capofila e poi condiviso con le scuole della Rete, un manuale di istruzioni e di primo approccio a quello che è lo spirito e l’idea della Rete quando si avviano i laboratori di scrittura collettiva. Il titolo del etsto è: “Insegnare è/a vivere”, e qui già si vedono le due fasi dell’azione educativa, “insegnare è vivere”, e questo è l’insegnante, ma anche “insegnare a vivere”, cioè nei confronti di chi abbiamo davanti, i nostri ragazzi.

Ulteriore particolare: abbiamo attivato alcuni corsi da remoto, con il format dei Mooc e in modalità asincrona, attraverso la collaborazione con il portale Leonardo Visionario, del Cpia di Lecco, istituto nella nostra Rete di scuole, corsi di formazione che non hanno scadenza, resteranno quindi fruibili nel tempo, e seguendo i quali si può avere un primo approccio alla nostra proposta educativa e pedagogica.
Entro un po’ di più nel merito del perché questa Rete e perché siamo qua. Il titolo dice: “La scuola, il coraggio di cambiare, il nostro intervento. Ma anche la scuola tra le sfide del presente e il futuro”. Il presente, non c’è dubbio, ci sfida, quasi a sottolineare l’opposto della parola “fiducia”, e cioé “non mi fido di te”. E allora quali sono le sfide che ci attendono?
Qui entriamo nella pedagogia dell’aderenza, fra parola e pensiero. Da un’indagine non sul tema scuola ma sul quadro di priorità dei valori svolta di recente a Bergamo su 130mila ragazzi dai 12 ai 16 anni, è emerso, in sintesi, che il 60% dei giovani mette al primo posto il denaro, il 20% si dice disposto a compiere atti illeciti per denaro. Inoltre, di questo 60%, il 30% dice di essere pronto anche a compiere atti illeciti pur di avere il denaro.
La domanda allora è questa: qual è il mondo in cui viviamo? Quali sono i messaggi che lancia questo mondo ai nostri giovani? La risposta? Forse che per denaro si può fare a tutto.


Si può capire bene allora che se la scuola si chiude nella sua rocca di cristallo, se ignora il presente e addestra dei ragazzi e dei bambini a saper fare solo operazioni, allora dimentica le dimensioni del cuore, e come diceva don Milani, dimentica il compito di formare cittadini consapevoli e sovrani. Segnalo un’altra indagine, dell’istituto Ipsos, in cui si descrive lo stato della società italiana come di una società colpita da una “frammentazione d’identità”, in cui ognuno “è per sé”, dove domina una “diffidenza diffusa”, atteggiamento molto collegato al tema della manipolazione del pensiero, a sua volta collegato alle questioni dei dispositivi digitali e dei canali social, dove già lì si evidenza una prima frattura sociale verticale tra il cittadino e le istituzioni, e una seconda frattura orizzontale nelle relazioni tra i cittadini.

Ecco, dentro il contesto di questo tipo, è chiaro che il ruolo della scuola, diventa essenziale. Non possiamo nasconderci, perché siamo chiamati a questa sfida, queste sono le sacre responsabilità degli insegnanti. Cioè,  come dice Maria Montessori, contribuire al grandioso lavoro per la costruzione dell’uomo, e come dice don Milani: creare, dare il contributo per la formazione del cittadino sovrano. Se allora, mettiamo insieme queste indicazioni, che cosa ci serve?
Ci serve fiducia nell’uomo, che davanti a noi insegnanti è rappresentato dai bambini, dai ragazzi, dagli studenti. Ma dobbiamo anche considerare le parole di un amministratore delegato molto giovane, Ceo di un’azienda molto lanciata, che sottolineano come nel rapporto con i giovani, si debba imparare a considerarli “portatori sani di innovazione”.
Mi è piaciuta subito questa espressione. Noi che siamo sempre pronti ad andare a vedere quello che non va, ora proviamo, per una volta, a cercare invece quello che va bene, e impariamo a valorizzarlo. Quindi fiducia nell’uomo, e dall’altro lato, non lasciare che il punto di partenza condizioni gli esiti. È qui che la frase di don Milani diventa più esplicita: “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali“. Questo è il cuore della pedagogia di don Milani. E quindi significa mettere al primo posto la capacità di valorizzare la persona.


Ecco quindi perché i laboratori di scrittura collettiva. Perché questi laboratori sono “laboratori di parola”, dove la parola è espressione della persona, dell’identità della persona e di un pensiero, che sempre riesce ad articolarsi e a sognare un futuro comune. Che riesce ad agire come un potere trasformativo nei confronti del proprio contesto. La parola, diceva don Milani, fa uguali.
Ecco, a questo proposito, c’è un piccolo passaggio nel libro di Gianrico Carofiglio, “Con parole precise”, in cui si dice che le società nelle quali prevalgono le asserzioni vuote di significato sono in cattiva salute. Dalla perdita di senso dei discorsi deriva una pericolosa caduta di legittimazione delle istituzioni”. E poi, aggiunge: “Una grammatica fatta di slogan, ripetuti fino all’ipnosi, di frasi costruite non per dire qualcosa, ma per scatenare reazioni emotive e disattivare intelligenza, senso critico e capacità di reagire con efficacia”. Questo è il momento di perdita di legittimazione delle istituzioni.
E allora, i laboratori di struttura collettiva per lo sviluppo del pensiero critico, agiscono proprio per generare il processo identitario della persona, identitario del gruppo, di individuare un linguaggio comune attraverso il quale condividere idee e sogni e mettere in atto il potere trasformativo. E farlo con loro, con i ragazzi. Ma anche con i loro genitori. Perché dentro i laboratori entrano, nella scuola, anche i genitori. Tanto che ultimamente sono loros stessi, i genitori, a chiederci di poter fare laboratorio di scrittura collettiva, anche se la sala è quella cinema. L’hanno chiesto perché hanno capito che dentro a quei laboratori emerge un potere, la capacità di trasformare i contesti. Ed è qui, infine, che emerge come questi laboratori di scrittura collettiva diventano vera palestra di democrazia, laboratori che ci aiutano a riscoprire le ragioni del nostro stare insieme. E’ quella la direzione lungo la quale dobbiamo agire, dobbiamo andare in quella direzione. Una direzione in cui, certamente, si sviluppano competenze cognitive, ma soprattutto competenze non cognitive, capacità di stare insieme, competenze non misurabili. Sono quelle competenze trasversali che è inutile ostinarsi o pretendere di misurare perché non sono quantificabili. La scuola giustamente la scuola fa la sua valutazione, la sua misurazione. Ma ci deve essere un margine, uno spazio libero da questo vincolo in cui collocare e sviluppare queste competenze sociali.

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