
Da Salamanca a Rondine, dalla Spagna alla Toscana premono in me dissonanze in accordo e fili rossi vitali mi premono di interrogativi. Innanzitutto elaborare idee, temi, incontri, in uno spazio di tempo breve ma ora un tantino dilatato dalla memoria, mi mostra come la lingua sia attore vivo di storia e di dialogo.
Dalle storie dei ragazzi del Marocco e delle periferie di Salamanca i cui attori sono stati gli ultimi del mondo, ragazzi in giovane età cui la vita apparentemente ha regalato poco e chiesto molto, a quei 31 che vivono stabilmente nella Cittadella della Pace di Rondine, a due passi da Arezzo, nel tentativo arduo, onorevole, consapevole e lucido di lasciarsi trasformare da quei conflitti da cui sono fuggiti, ma che non si possono risolvere, emerge con chiarezza come siano indispensabili il rispetto, l’accoglienza del dolore, un abbraccio incondizionato che mantiene vivi. Può arrivare dagli insegnanti, dagli educatori o dagli operatori.
È disarmante e fondamentale comprendere come il conflitto sia fisiologico in ogni relazione e come sia necessario a scuola insegnare a gestire i piccoli grandi conflitti di ogni giorno, ovvero la diversità che ci caratterizza quando ci troviamo accanto per studiare o per lavorare. A scuola si fa prevenzione, in luoghi come Rondine si compie per tutti, per tutto il mondo, l’attività riparativa che restituisce dignità a chiunque.
Riparare ad un’offesa è un’educazione lenta, serena se si potesse dire, nella ricerca di un progetto teso a lasciarsi permeare dai conflitti, per uscirne trasformati.
Simone Casiraghi in un articolo ha già descritto compiutamente come accanto alle lavatrici si compia ogni giorno a Rondine, l’inizio della autentica ricerca della concordia.

Sì, perché parlare di pace, diventa troppo impegnativo e talvolta menzognero. Occorrono per tutto questo davvero quelle competenze socio emotive rivitalizzate, stimolate per poter conoscere, comprendere, imparare davvero. E a Salamanca ovunque abbiamo avuto il privilegio di poter filtrare e setacciare la realtà di fronte ai nostri occhi con queste stesse risorse emotive e sociali che davano vita alle aule alternative, come alle attività per i ragazzi di strada. Verrebbe da sostare sotto un ulivo verdeggiante, per poter apprendere come questo albero offra con lentezza, quasi con discernimento i suoi frutti copiosi.
Anche i nostri laboratori di scrittura collettiva vorrebbero essere un umile contributo per attraversare conflitti, fallimenti, storie indigeste, per accogliere il dolore, per condividere quanto i nostri fattori costitutivi come la mente sede della ragione, e il cuore come risuonatore di Quincke, lasciano brillare in noi la realtà, scatenando reazioni a catena come accade nei fenomeni fisici.
Vale davvero la pena di scoprire e di registrare come, quando e perché affermare l’altro (non solo rispettarlo) è il vero moltiplicatore di sé stessi.
Quel sè lungi da ogni forma di narcisismo, è come una nota inconfondibile, capace di costruire la storia cementandosi e “affratellandosi” con le pietre vive che trova lungo il suo cammino.




