
A Rondine tutto può diventare scuola. Anche una lavatrice. Anzi, soprattutto una lavatrice. Perché è da quel gesto quotidiano di lavare i panni di un giovane ucraino con quelli di uno studente russo, quelli di un palestinese con quelli di un ragazzo israeliano, di un serbo, di un armeno e dividere gli spazi, accordarsi su chi la usa per primo, imparare a condividere anche solo un bene comune si capisce se una comunità è davvero pronta a costruire pace. “Se non siamo capaci di condividere neanche una lavatrice – racconta Alina – non possiamo venire qui a parlare di pace”. E qui la pace non è un concetto astratto, è un lavoro quotidiano. Che se non si parte dai dettagli, non si arriva ai principi. Che la convivenza è fatta prima di tutto di cura, responsabilità, parole giuste al momento giusto, e soprattutto ascolto.
Alina è una studentessa arriva a Rondine quasi due anni fa. È di San Pietroburgo, lì vive ancorala sua famiglia, lei abita in Ucraina ed è di lingua russa. Ma, oggi, dopo quasi quattro anni di guerra, non vuole più parlare con il suo idioma, non ce la fa più. È laureata in Giornalismo, abita nella World House di Rondine ed è qui per studiare e imparare a progettare percorsi di dialogo attraverso favole e storie anche personali e dolorose per insegnare a bambini delle comunità ucraine e russe che è possibile la convivenza pacifica, che si può vivere anche in conflitto, ma occorre imparare a trasformare quel conflitto in qualcosa di generativo di nuova energia. “Il conflitto è una dimensione naturale dell’uomo, la guerra no. A Rondine impariamo a gestire il conflitto per trasformarlo in nuova energia, in nuove occasioni”, ci spiega. Alina ha accantonato per il momento il sogno di fare la reporter, la priorità è questo progetto e si capisce che lo allargherà a tutti i profughi costretti a lasciare la propria casa, la famiglia, il proprio paese perché costretti dalla guerra.
Mirana le è accanto, sorride. Insieme ci sono venute incontro per accoglierci. Il nostro gruppo, 25 persone fra docenti e dirigenti di scuole della provincia di Bergamo, fa parte della Rete S.O.S. Scuole Offerta Sostenibile, e della Rete nazionale di Scuole Barbiana 2040. Alina e Mirana, arrivano insieme a Giovanni Rossi, storico fondatore trent’anni fa insieme al presidente Franco Vaccari, di Rondine-Cittadella della Pace, un borgo medievale sulle colline di Arezzo e affacciato sull’Arno dove si sperimenta un modo nuovo di pensare e di fare la scuola. Vivono insieme ai 30 dipendenti della struttura, 30-35 ragazzi internazinali: diventeranno le Rondini d’Oro.
A raccontarci che cosa significhi vivere qui è proprio Mirana. E’ una ragazza armena, laureata in Socologia, giovane costretta a lasciare la sua regione, il Nagorno-Karabakh, dopo la conquista con la guerra scatenata dall’Azebaijan, una guerra tremenda. “Qui conviviamo con tutti ragazzi che arrivano da paesi in conflitto: Armenia, Azerbaijan, Russia, Ucraina, Israele, Palestina… arriviamo e tutti ci portiamo dentro dei dolori profondi, “sporchi” così li chiamiamo. Ferite della guerra che non spariscono da sole. Qui impariamo a farle parlare”.
Rondine è questo, ma è soprattutto una comunità internazionale, una scuola, un laboratorio di vita. La parola “pace” qui non si pronuncia spesso, perché non serve, dicono: si pratica.




Questi studenti abitano nella World House, i giovani che provengono da realtà di conflitto internazionale trascorrono due anni condividendo stanze, pasti, studio, pensieri. Non è un percorso semplice: “La pace non la impari sui libri, la impari mangiando insieme, discutendo, scontrandoti e ricominciando. Facendo posto anche alle emozioni più difficili” spiega Giovanni.
Il loro percorso di studio è scandito da lezioni di italiano, leadership, intelligenza emotiva, progettazione sociale. Ma il cuore del metodo, dicono, è la relazione: “Per restare qui devi essere disposto a metterti a nudo – spiega Alina -. A raccontare e ad ascoltare”.
Accanto alla World House, sempre nel cuore della Cittadella c’è la scuola sperimentale nazionale di Rondine, nata dal sogno di Franco Vaccari e oggi riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione come modello innovativo e da pochissimo anche l’Unesco l’ha certificata come unica Agenzia Formativa in Italia. Non è una scuola “alternativa”, ma una scuola pubblica che ha deciso di mettere al centro la relazione e la persona. La scuola la chiamano il Quarto Anno Rondine, perché è un anno scolastico alternativo, il quarto di un istituto superiore, che viene frequentato qui e accoglie studenti liceali, circa 25-30 ogni anno, in arrivo da tutta Italia. Vengono chiamate le Rondinelle, vivono nella Cittadella per un anno intero, dormono nel Convitto di Rondine in centro città ad Arezzo, seguono un curriculum pubblico, ma con un approccio radicalmente diverso alla didattica
La scuola, racconta Mariella Ristori, ex docente, ex dirigente ora in pensione, ma a pieno titolo parte del team dei formatori di Rondine, non rinuncia alle discipline tradizionali: italiano, matematica, lingue, storia, scienze. Tutto rimane, tutto si studia. Tuttavia cambia il modo. “Non insegniamo solo contenuti” spiega un’altra docente che arriva tutte le mattine da una scuola del territorio toscana. “Li mettiamo in relazione con l’attualità, con le domande dei ragazzi, con la loro storia personale. Ogni lezione è dialogo, è confronto, è occasione per allenarsi do fronte alle molte complessità, le nuove sfide dell’oggi”.
Così, in classe non esistono interrogazioni “a freddo”: l’attenzione è sul processo, non sulla performance. Il voto c’è, è una scuola pubblica, ma è inserito in un percorso di crescita condiviso. “Non si studia per il voto. Si studia per capire il mondo” è la sentenza finale.




Se la mattina è dedicata alle discipline, il pomeriggio il cuore pulsante del metodo Rondine si chiama Ulisse, un percorso di trasformazione personale e progettuale, un itinerario che accompagna gli studenti ad abitare se stessi, riconoscere emozioni e ferite, allenare intelligenza emotiva; abitare il mondo, sviluppare consapevolezza sociale, capacità di leggere il presente; a progettare un cambiamento reale, attraverso un progetto di impatto sociale da riportare nella propria comunità. “È un laboratorio di consapevolezza – spiega Mariella -, che porta poi alla realizzazione di un progetto di impatto sociale nel proprio territorio”. Ogni anno, infatti, gli studenti del Quarto Anno Rondine, ragazzi e ragazze provenienti da licei di tutta Italia, elaborano un progetto concreto. Perché non basta avere un’idea, bisogna saperla progettare – spiega Mariella -. E per questo li accompagniamo passo dopo passo, con un tutor, esperti e laboratori dedicati”. Ogni ragazzo si ritrova concentrato per mesi a lavorare su un progetto concreto. Alcuni di questi, da semplici idee sono diventati progetti veri, finanziati, seguiti nel tempo, e capaci di rimanere in piedi anni dopo: un coro di bambini in un quartiere fragile di Brancaccio a Palermo; un centro di scambio di abiti usati che funziona come sistema di punti solidali; percorsi sull’educazione ecologica per le scuole; iniziative contro l’isolamento sociale nelle periferie.


Ma se la vera innovazione è nel metodo di insegnamento, l’altra grande novità non riguarda solo gli studenti. Riguarda soprattutto gli insegnanti. Perché una scuola che cambia davvero deve cambiare prima dentro i suoi adulti, sottolinea ogni intervento. Tutti i docenti del Quarto Anno, infatti, provenienti da scuole diverse della rete, seguono una formazione profonda: 50 ore tra incontri online, lezioni universitarie, laboratori esperienziali e un residenziale di tre giorni a Rondine. Durante la formazione si lavora su ascolto attivo; gestione dei conflitti; riconoscimento del dolore proprio e dell’altro; cooperazione autentica; costruzione di una comunità educante. “Non puoi insegnare empatia se non hai imparato a viverla” racconta l’ex dirigente Mariella oggi nel team Rondine. “Qui chiediamo ai docenti di mettersi in gioco. I ragazzi percepiscono se l’adulto è sincero. Come? Guardando i loro comportamenti nella vita di tutti i giorni e nel modo di relazionarsi nche fra di loro”.
Altra novità: ogni consiglio di classe che aderisce alla sperimentazione deve essere formato con un percorso di circa cinquanta ore tra incontri online, momenti residenziali e lavori esperienziali. Solo così, comprendendo e formandosi fino in fondo sul metodo Rondine, il consiglio di classe diventa un’unità compatta, non una somma di individualità. Lo dimostra un aneddoto raccontato dallo stesso Giovanni e riportato a lui da una madre: “Mia figlia è tornata a casa e mi ha detto: Mamma, i miei professori si vogliono bene. Da lì ho capito che era un luogo speciale.”



Ma Rondine non è solo il Quarto Anno. Il metodo sta entrando nelle scuole italiane attraverso la sperimentazione delle Sezioni Rondine, oggi attiva in Italia in una quarantina di istituti tra licei, tecnici, medie e, da quest’anno, perfino scuole primarie, in tre istituti anche se in ques’ultimo caso di parla “solo” di pre-sperimentazione. La Lombardia ha appena firmato un protocollo che porterà all’avvio di 26 nuove sezioni dal prossimo anno. Per ciascuna scuola Rondine costruirà un progetto personalizzato: “Non portiamo un modello standard – spiega molto chiaramente Giovanni -. Entriamo nei consigli di classe, ascoltiamo, osserviamo, e cuciamo addosso alla scuola un percorso che valorizzi ciò che già c’è”.
Fra gli obiettivi e le priorità del programma di Rondine c’è anche la partecipazione a progetti per ridurre la dispersione scolastica, migliorare il clima di classe, formare docenti più consapevoli, offrire agli studenti strumenti per stare nel mondo con responsabilità e maturità.


Una mattinata intensa, ricca di spunti e suggestioni. Il pranzo è la prima sosta: tortiglioni al ragù, arrosto di vitello con patate e insalata, un’ottima torta al cioccolato. Si aprono le porte per il pomeriggio. Mentre camminiamo verso la chiesetta, oggi “porta giubilare”, incontriamo Alina, la studentessa ucraina. Coglie l’occasione per spiegare come la diversità religiosa, qui, non sia mai stata un ostacolo. “Il giovedì, a turno, vengono un prete, un imam, un rabbino. Ognuno racconta come la propria fede vede la pace. E noi ascoltiamo”.
La sera, dopo cena, i ragazzi sono liberi: studiano, leggono, suonano il pianoforte, giocano a bigliardino, prendono un autobus per Arezzo. È vita normale, ma condivisa. Ma in quella normalità sentiamo che accade l’educazione più potente.Quando salutiamo Rondine, ormai verso le 17 le luci del tramonto avvolgono il borgo con colori caldi e protettivi. Prima di scendere dalla strada ornata dalle bandiere, ogni bandiera segna la presenza di un ragazzo di quel paese, non del paese, si sente sullo sfondo il rumore della lavatrice, in fondo al corridoio che porta alla camere dei ragazzi della Worl House. Alina ci sorride: “La pace non è un sogno. È un lavoro. Ogni giorno. Come fare il bucato insieme”.
È qui che capiamo davvero la rivoluzione di Rondine: il cambiamento non sta nelle grandi teorie, ma nell’arte paziente di insegnare alle persone a stare insieme. “Il nostro sogno è di cambiare il modo di fare scuola in questo modo” ci saluta Giovanni. Come dovrebbe essere per ogni scuola.





