Dall’Io alla forza del Noi. Con la scrittura insieme il pensiero diventa opera collettiva

Vorrei esprimere alle colleghe e formatrici di INDIRE Silvia Panzavolta ed Elena Mosa, il mio grazie più commosso per la sorpresa allettante e piacevolissima della nostra recente collaborazione nella costruzione e stesura del testo collettivo che segue.
La loro osservazione e riflessione sul nostro laboratorio sono state balsamo per il cuore e la mente. Sono stata trascinata fisicamente e personalmente dentro un flusso potente di dilatazione del pensiero, di consapevolezza formativa e didattica, di responsabilità nel fare scuola attraverso la loro prossimità intelligente ed acuta, suggestiva e nel contempo familiare.
Sono rimasta sorpresa e commossa per il loro sguardo penetrante ed incisivo.
Ho sperimentato sulla pelle, l’allargamento delle conoscenze, dei saperi indirizzati specificamente allo scopo per cui esiste il sistema scolastico: le ore trascorse a dialogare e a strutturare il pensiero, a reperire le parole sono state tramite di reciproca conoscenza e di incredibile affinità di sguardo nello stupore di un apprendimento reciproco tanto imprevisto, quanto altamente motivante.
Grazie a loro, dal profondo del cuore: desidero offrire a tutti, la bellezza prospettica di tali risonanze sorgive che gia’ procurano ogni sollievo e benessere alle nostre giornate roventi.

Al Laboratorio di scrittura collettiva dello scorso 21 maggio 2026 hanno partecipato come osservatori anche il Dirigente scolastivo Luca Casati con docenti dell’IC “O. Di Prata” di Trenzano ( BS)
Rosaria Di Gaetano
Professoressa di Lettere – IC Sorisole

Lo spunto iniziale del laboratorio è stata l’esperienza della gita di classe a Verona con rafting sul fiume Adige, occasione che ha generato una consapevolezza rispetto all’importanza delle relazioni che creano identità.
Dove e quando comincia la nostra identità?
L’identità si raggiunge attraverso gli altri: la propria identità non è un dato isolato, ma si stabilisce e si riceve attraverso la relazione con il prossimo, cioè con chi abbiamo più vicino.
L’identità si costruisce prima di tutto nella famiglia, quando 1+1 fa 3, ossia dall’unione di due soggetti si genera una nuova vita.
Anche dal punto di vista evolutivo dell’essere umano, la scoperta dell’IO viene dopo la scoperta del TU.
IMMAGINI PROPOSTE
(a 1 anno: tu; 2 anni io/mio; 3 anni noi)

La prima persona per un bimbo di un anno è “il tu”.

A due anni il bambino scopre l’io, tutto è suo, perché può rimanere custodito nella presa delle sue mani.

A tre anni, il bambino sapendo di avere solo due mani, si accorge che il mondo è infinito e non può contenerlo tra le mani.

Quindi l’evoluzione dell’identità personale procede dal TU e quindi dalla relazione primaria all’interno della quale il bambino realizza di essere visto, in comunicazione con la madre/padre, e solo grazie a questa matrice relazionale prende consapevolezza dell’essere separato in modo palpabile, toccante e visibile.
Così avviene la scansione della crescita umana: dal “tu” simboleggiato dal bambino di un anno, all’ “io” possessivo dei due anni, fino al “noi” sociale e generativo della scoperta del mondo, che accade dai tre anni in poi.
Per l’adolescente “neonato sociale” affinché comprenda la propria identità è importante ripercorrere le tappe della sua storia personale.


La dimensione sociale dell’identità può essere rappresentata dal numero 3, un numero fortemente simbolico, generativo di associazioni che spaziano nei più diversi campi del sapere: associato al triangolo, la forma geometrica più stabile, nella storia della civiltà alla piramide, nella storia della letteratura alle tre cantiche e ai tre regni raccontati da Dante con le sue terzine, alla Trinità nella religione. Inoltre la forma stessa del numero 3 ha generato immagini per completamento: un cuore adagiato, una farfalla su asse di simmetria, un 8 simbolo di infinito. 
Un infinito che implica il concetto di limite. Un numero limitato di lettere genera un’infinità di testi. Rendersi conto del limite, avvalora la regola che ci permette di vivere con gli altri.
Attraverso l’esplorazione come avvicinamento dinamico agli altri, si definiscono i propri limiti.
Etimologicamente identità deriva da “Idem”, cioè identico, io stesso, ma si tratta di un io dinamico che resta se stesso pur cambiando in relazione agli incontri con gli altri. Un IO in evoluzione che in parte conosciamo e in parte ci è sconosciuto.


La mia identità è la mia unicità e la raggiungo grazie alle altre persone.
Le persone con cui viviamo influenzano la nostra identità, per distacco o per imitazione.
Gli uguali si respingono, gli opposti si attraggono, anche nelle amicizie perché si completano. In ogni gruppo ci sono campi magnetici, qualcuno si respinge, qualcuno si attrae; anche se ci si respinge ciò contribuisce a creare/costruire un altro aspetto della propria identità. Così si realizza l’unità nella diversità e la diversità nell’unità.
La vera identità non si raggiunge quando affermiamo l’IO, ma quando scopriamo il NOI: quando riconosciamo i nostri limiti, accettiamo la relazione, comprendiamo che la nostra unicità si compie solo nell’incontro.
L’identità personale quindi è anche identità sociale.
Noi siamo anche il risultato di chi abbiamo conosciuto e della storia che abbiamo attraversato.
In sintesi, si tratta di una somma non algebrica: 1 + 1 = 3, metafora della forza della famiglia e dell’unione, dove il risultato della collaborazione è qualcosa di più grande della semplice somma dei singoli componenti.


La nostra identità quindi racchiude una combinazione irripetibile di tratti, storie, incontri, limiti e possibilità, ossia l’identità racchiude tutta la nostra unicità.
Siamo diversi perché siamo unici, anche biologicamente.
“Il DNA è una scala che sembra costruita da un falegname ubriaco”, esordisce Achille, “io da bambino pensavo fosse dritta e poi ho visto un’immagine su un libro”: questa rappresentazione mentale  esprime qualcosa di scientifico, quindi di universale e riconosciuto da tutti, ma guardato con gli occhi dell’unicità e della scoperta del singolo.

La postura del docente
Il docente all’interno del laboratorio di scrittura si pone come una guida aperta al contributo autentico di ciascuno degli studenti, valorizzando: abilità, disposizioni e attitudini del singolo, rispettando lo spazio degli alunni e facendoli sentire tutti importanti. E’ un regista che guida, ma non si impone e che fa emergere, porta in superficie ciò che negli alunni è già presente.
Con questo approccio, scaturisce un processo di apprendimento che origina direttamente dal significato etimologico del verbo EDUCARE, dal latino E/EX + DUCO, ossia porto fuori, lascio fiorire.
Questo modo di operare aiuta il docente a capire come funziona la mente dei ragazzi ma aiuta anche i ragazzi a capire come nasce e si sviluppa il pensiero, dove ogni idea si collega all’altra in modo spontaneo ma profondo, partendo dall’esperienza concreta per arrivare a riflessioni universali.
Il docente-regista è un mero portatore di strumenti che tende a spostare il focus più sul processo che sul contenuto dei saperi, fine a se stesso.
Tali strumenti, anche materici, sono quelli che il docente suggerisce di cercare agli studenti o che gli stessi trovino, anche fuori dall’aula, ad es. in biblioteca o nel laboratorio di scienze.


Si tratta di un  modo di procedere che non dimentica la fisiologia dei corpi (è permesso anche che gli alunni si disegnino sulle braccia), che ammette il movimento, che si nutre di fiducia, quella che ogni adolescente vorrebbe trovare negli occhi di chi li guarda. In siffatto contesto laboratoriale, i ragazzi si sentono liberi di esprimersi e l’errore, che può rimanere in agguato,  viene vissuto serenamente come un passo di consapevolezza.
La fiducia e la libertà prendono forma in una modalità dinamica di vivere la classe, grazie alla quale gli studenti si muovono, si spostano, si alzano su richiesta o su iniziativa autonoma.
Il docente che guida permette che il tempo scolastico sia vissuto come “tempo liberato”, che lascia spazio alla digressione e alla distrazione, permettendo al pensiero di muoversi liberamente proprio come accade in una conversazione conviviale.  “Per me la scrittura collettiva è come la “cena di Natale” – dice Achille – “che comincia parlando di Sorisole e finisce per esplorare mondi lontani come le strade di Marrakech”.

In questa relazione di fiducia, lo studente sente di potersi lasciare andare, sente che il giudizio è sospeso e che anche il proprio corpo può diventare un taccuino su cui scrivere. Un modo di esprimersi comune, in uso tra gli adolescenti, in parte divergente ma autorizzato perché non figlio della distrazione, ma di un modo di esserci e di affermare la propria identità. Infatti la pelle segna un confine tra l’individuo e il mondo e le modalità, con le quali l’adolescente tratta la sua pelle, sono indicative di un disagio piuttosto che di un confort, ma è un confine autogestito che permette l’affermazione di sé.


“Dove mi porterete?” domanda il docente-regista ai suoi studenti. Si tratta di una domanda che rappresenta il senso dell’essere aperto all’imprevisto, alla meraviglia, allo stupore come via per apprendere.
L’imprevisto – definito da Don Milani “atteso imprevisto” – diventa una risorsa perché il docente deve saperlo cogliere consentendo di farsi sorprendere, di essere condotto da altri, da un’alterità che stupisce, e di lasciar accadere quella magia che si realizza nella disponibilità all’incontro, nell’ascolto della storia e della differenza che l’altro abita e porta, nel nuovo che nasce dalla costruzione di una soglia comune.
Grazie alla sospensione del giudizio, che si attua all’interno del dialogo socratico, dove si sfumano i ruoli e il “programma” viene costruito in itinere, si realizza il vero riconoscimento dell’umanità comune come presupposto per la crescita e l’emersione dei talenti.
In questa “ecologia del pensiero” non si butta nulla: nemmeno una briciola va sprecata, poiché valorizzare ogni contributo è la base della vera inclusione.


La postura degli alunni
Dialogo, confronto e rispetto sono le parole chiave che caratterizzano la postura degli studenti. Nel corso dell’attivitàhanno, infatti, identificato le tre azioni fondamentali per ragionare e scrivere insieme e come obiettivo del lavoro di gruppo, anche se difficili da raggiungere: discutere senza litigare, in maniera educata e autoregolata, collaborare e imparare dagli altri.
Notiamo che gli alunni si esprimono liberamente, in un contesto accogliente e naturale dove anche lo scherzo è ammesso. Il pensiero si muove, si intreccia, si costruisce e questo aiuta a produrre idee migliori.
Gli alunni prendono la parola e rispondono gli uni agli altri; da un spunto ne nasce un altro, e un altro ancora. Si realizza una pluralità di voci, un’interazione spontanea ma guidata abilmente, come gli strumenti si accordano grazie alla sapiente guida del direttore d’orchestra.
“Ho sentito la collaborazione che fa la forza” dice uno degli studenti, facendo riferimento all’esperienza di rafting vissuta durante la gita scolastica. In quell’occasione, gli studenti hanno capito che per governare il gommone non bastava pagaiare forte, ma bisognava seguire il ritmo e la mente degli altri, proprio come durante il laboratorio.
In questo ricordo “remato” – come lo definisce scherzando uno degli studenti – si comprende l’imperativo ontologico di voler cogliere il mistero dell’altro per costruire il proprio pensiero.


“Se si cambia prospettiva, si vede le cose da un punto di vista diverso e ciò permette di comprendere meglio noi e gli altri”.
L’entusiasmo dei ragazzi è palpabile: tutti vogliono mostrare ciò che amano e sanno fare, richiamando conoscenze personali e pregresse, stupiti davanti alla nascita di un concetto come se fosse un parto collettivo. Questo permette agli alunni di proporsi se sanno bene un argomento o se si sentono forti in una disciplina: una postura che aumenta la loro autostima?
I  ragazzi sanno ancora meravigliarsi, anche grazie alla manipolazione di oggetti che interrompono la routine dell’astrazione scolastica. Gli studenti hanno dimostrato il loro stupore precipitandosi, su richiesta del docente, nell’aula di scienze a cercare i modellini della molecola dell’acqua con gli atomi di idrogeno e di ossigeno. Oggetti semplici catturano la loro attenzione nell’era degli schermi: calamite e clessidre diventano catalizzatori di interesse di indagine. 
I ragazzi osservano, provano, sperimentano i ragazzi apprendono per esplorazione e non come prestazione. La prestazione produce ansia. L’esplorazione produce pensiero.
Ma l’esperienza della libertà – legittimata dall’atteso imprevisto” – si configura nell’equilibrio tra la percezione di confini chiari, responsabilità personale e rispetto dell’altro. Il limite diventa parte dell’appropriazione della propria libertà, con la rinuncia all’onnipotenza – come avviene per il bambino piccolo dell’Io – e accoglimento dell’alfabeto del NOI. In quest’ottica si può percepire di contare e essere  visti senza necessariamente trovarsi al centro, anche con i propri silenzi.
Tutto quello che si osserva è una danza spontanea tra saperi disciplinari che si intrecciano in maniera multi- inter- e transdisciplinare, facendo emergere la coralità dei diversi talenti del gruppo.

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