Educare alla pace a scuola: il dialogo tra Mattarella, don Milani e il futuro dei giovani

Come da tradizione, la sera del 31 dicembre 2025, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rivolto un discorso a tutto il popolo italiano a conclusione di un anno, denso di eventi e di esperienze che hanno contribuito alla costruzione della storia del nostro Paese. «Si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore. La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace».  Abbiamo varcato la soglia del nuovo anno, portando con noi circa 57 conflitti di diversa estensione e intensità che coinvolgono oltre 92 Paesi (più o meno direttamente) con un numero di vittime che supera i 230.000, tra adulti e bambini. Ogni persona, ogni comunità e ogni istituzione ha il compito urgente di ripensare il proprio modo di essere nel mondo: siamo invitati a guardare con speranza alla generazione dei giovani, chiamata a farsi protagonisti di una pace che non è semplice assenza di guerra, ma presenza attiva di bene, giustizia e fraternità, costruendo uno stile di vita, radicato nell’ascolto, nel dialogo, nel perdono e nella solidarietà. È importante ricordare che «il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura» (Leone XIV, Omelia 1 Gennaio 2026).

In questa cornice, le parole del Presidente Mattarella, ci richiamano alla necessità di disarmare le parole per imparare a costruire con coraggio il ponte del dialogo: «se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi». La pace non è solo un obiettivo globale, ma una pratica quotidiana di rispetto reciproco e dialogo. A scuola questo si traduce in educazione alla convivenza, al rispetto delle diversità e alla soluzione dei conflitti senza violenza, temi fondamentali anche nei programmi di cittadinanza.
Sullo stile di don Lorenzo Milani, Mattarella invita i giovani a prendere in mano il proprio destino e di riflesso anche quello della Repubblica a ottant’anni dalla sua costituzione, sostenendo la partecipazione civica e il senso di responsabilità.


1.  Giovani protagonisti del futuro
Mattarella invita i giovani «a non rassegnarsi, a essere esigenti, coraggiosi e protagonisti del proprio futuro», valorizzando la propria responsabilità nella società. Compito del docente è quello di essere «profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso» (Lettera ai giudici) per alimentare il coraggio presente in ciascuno di loro. Non si può essere protagonisti senza avere la “parola” la «chiave fatata che apre ogni porta». La parola tutto può: spegne la paura, elimina la sofferenza, alimenta la gioia, accresce la compassione e apre la strada a ciò che verrà. È grazie alla missione quotidiana e instancabile della scuola, che «siede tra il passato e il futuro», ogni ragazzo e ragazza può conoscere gli strumenti di consapevolezza e di libertà, esercitandosi a realizzare pienamente la propria cittadinanza e costruire «il futuro insieme, attraverso il dialogo».

2. Educazione alla cittadinanza e alla democrazia
Ripercorrendo gli ottant’anni della Repubblica Italiana, Mattarella richiama i valori che l’hanno edificata giorno dopo giorno, tra cui l’educazione civica e la coesione sociale. «Un bene che, tuttavia, non è mai acquisito definitivamente. Un bene per cui siamo chiamati a impegnarci, ognuno secondo il suo livello di responsabilità, senza che nessuno possa sentirsi esentato. Perché la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi». Don Milani si prodigava senza compromessi affinché la scuola potesse educare alla giustizia, alla solidarietà e al rispetto delle regole, facendo comprendere agli studenti il senso della democrazia e della partecipazione attiva. È questo un ingredienti costitutivo per far lievitare la pace e fermare la spirale di violenza, grazie al contributo di giovani cittadini responsabili e critici che affondano le radici in un passato fatto di storia, cultura e tradizioni per guardare al futuro come un orizzonte di possibilità da plasmare attraverso uno sviluppo del pensiero critico.


3. Pace, dialogo e inclusione
L’inclusione e l’attenzione alle diversità sono un valore educativo condiviso di una società fondata sul dialogo e sulla pace. Coltivare la passione e la capacità di generare dentro il cuore dei nostri alunni significa spianare loro la strada delle paure per seguire il sentiero della certezza in cui è possibile credere ancora nei miracoli educativi. «Vecchie e nuove povertà – che ci sono e vanno contrastate con urgenza – diseguaglianze, ingiustizie, comportamenti che feriscono il bene collettivo come corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali: crepe che rischiano di compromettere proprio quella coesione sociale che consideriamo un bene prezioso di cui disponiamo». Questa pratica quotidiana ci ricorda che la pace è «una mentalità da coltivare nel rispetto reciproco e di dialogo» e a Barbiana era quotidianità: ogni ragazzo era rispettato, ascoltato e guidato secondo le proprie capacità, indipendentemente dal ceto sociale.

4. Scuola come strumento di emancipazione
Ogni docente è chiamato a vedere i ragazzi “come possono essere” non solo come sono di fatto e, nell’I Care, affidargli gli strumenti necessari per poter diventare quello che un giorno saranno. Così come Mattarella vede nella scuola uno strumento chiave per dare ai giovani gli strumenti per costruire il loro futuro, così Don Milani vedeva nella scuola la chiave per emancipare i ragazzi dalle ingiustizie sociali, perché solo attraverso la conoscenza si può diventare cittadini liberi e consapevoli. «Non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale» (Esperienze pastorali). Per attuare ciò non serve innamorarsi delle proprie idee, ma bisogna con coraggio mettersi nelle scarpe di ragazzi “di allora e di oggi” e godremo di una fecondità generativa di senso, di progetti, di relazioni, di cambiamenti e di innovazione responsabile. Essere “generativi” significa andare oltre sé stessi, contribuendo alla costruzione del bene comune attraverso idee, valori, scelte responsabili e impegno verso gli altri.

In conclusione, il discorso di Mattarella e la visione educativa di Don Milani si incontrano e camminano nella medesima direzione: la scuola deve formare cittadini consapevoli, responsabili e impegnati nella società, capaci di promuovere pace, giustizia e democrazia. I valori dei giovani, se riconosciuti e coltivati, sono il seme del futuro: giustizia sociale e inclusione, sostenibilità ambientale, autenticità e libertà, solidarietà e cura delle relazioni, innovazione etica e tecnologica. Questi valori se coltivati dalle famiglie, dalle scuole e dall’università attraverso un ascolto e un accompagnamento, dalle istituzioni che offrono fiducia e responsabilità, dalle comunità educanti capaci di offrire orizzonti di senso e non solo prestazioni, diventano motori di trasformazione sociale. In un tempo segnato da incertezza, precarietà e sfiducia, la generatività dei giovani contrasta il ripiegamento individualista, risvegliare la speranza e ricostruisce il legame tra presente e futuro.

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