
“L’emergenza educativa non riguarda i ragazzi, riguarda gli adulti. Il cuore dell’educazione non è solo informarsi o formarsi, ma trasformarsi”.
Si parla davanti a una platea di docenti, di insegnanti e di educatori a Torino, durante la settimana del Social Festival Social Comunità Educative, un evento che nasce da una convinzione: Le nuove generazioni non sono “il futuro”, ma sono il presente che lo costruisce. Crescere non è attendere di diventare adulti, ma è formarsi ad abitare il presente. Così “Educare al futuro”, è anche il titolo che è stato dato a questa nuova edizione. Cinque giorni intensi di confronti nella ricerca di una traiettoria nuova per l’educazione, la formazione, la scuola.
A lanciare forse il monito più chiaro e sfidante è stata Elena Granata, architetto, docente di Urbanistica alla Bicocca di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia civile. Lo ha fatto sostenendo il suo monito con un appello, una chiamata per la categoria degli insegnanti. L’invito è a “Un invito a svegliarsi, a non rassegnarsi, a tornare a essere adulti capaci di trasmettere senso e speranza. A recuperare la responsabilità e la vitalità del proprio ruolo”, denunciando la stanchezza diffusa e il rischio di un insegnamento ripetitivo, incapace di emozionare o di aprire nuove prospettive. “Ogni volta che entriamo in aula – ha detto – portiamo con noi tutta la nostra umanità, risolta o irrisolta. L’aula è un luogo fragilissimo: possiamo aprire porte e sogni, oppure chiuderli per sempre”. E la via da battere per la docente-architetto, il cuore dell’educazione non è solo informarsi o formarsi, ma trasformarsi. Come? Interrogandosi su quanto i docenti sappiano rinnovarsi, sanno imparare ancora, sanno mettere in gioco la propria parte più autentica. Il passaggio subito dopo è un altro richiamo, al bisogno di tenere insieme la “lingua madre” – fatta di empatia, emozioni e accoglienza – e la “lingua padre”, cioè la competenza e l’autorevolezza. Solo così, ha detto, «possiamo essere adulti capaci di unire sapere e umanità». Ma il passaggio sul linguaggio, fa scattare un richiamo anche sul vocabolario utilizzato, a cominciare dai libri e dalle materie per come sono impostate: Granata non esita a denunciare il pregiudizio maschile ancora presente nei programmi scolastici e nei testi, ricordando come “le donne siano ancora troppo poco rappresentate nella letteratura, nella filosofia e nelle scienze insegnate a scuola”. In una scuola dove il 90% dei docenti è donna, “se non alfabetizziamo i ragazzi al linguaggio femminile, allora noi siamo parte del problema”, ha ammonito.

Nel suo intervento, ha infine suggerito tre verbi come guida del mestiere di insegnante: mirare, cioè saper far vedere per la prima volta; rimirare, tornare a guardare con emozione; e ammirare, provare gioia per l’intelligenza e il valore altrui. “Solo così – ha rimarcato – l’aula può tornare a essere il luogo in cui tutti impariamo a guardare il mondo con stupore”.
Intanto, però, il mondo della scuola è abitato da “docenti stanchi, appesantiti, che spesso ha smarrito la gioia di insegnare”. E così ha chiesto a quello che è anche il suo mondo “di ripensare in profondità il proprio ruolo”, ricordando che “tutte le volte che entriamo in aula portiamo con noi non solo il sapere, ma anche il peso e la ricchezza della nostra umanità, viva o ferita”. L’aula, ha spiegato, è “un luogo fragilissimo, una comunità temporanea in cui possiamo aprire finestre e desideri, oppure chiuderli per sempre”. Da qui la sua provocazione più radicale: la scuola potrà cambiare solo se a trasformarsi saranno prima gli adulti che la abitano.
Granata ha distinto tre verbi fondamentali del percorso educativo: informarsi, formarsi e trasformarsi. “Oggi siamo sommersi di informazioni e in costante formazione – ha osservato -, ma la vera sfida è la trasformazione. E allora la domanda è una sola: quanto siamo ancora capaci di cambiare, di imparare, di rimettere in discussione ciò che crediamo di sapere?”.

Con tono ironico e insieme severo, la docente ha ricordato gli insegnanti “che non ce la fanno più, che contano i giorni alla pensione, che ripetono ogni anno lo stesso programma senza più stupirsi”. Rappresentano un limite, forse anche un rischio. Sono insegnanti che, secondo Granata, rischiano di trasformare la scuola in un luogo sterile, incapace di generare curiosità e passione. “Se noi adulti non ci trasformiamo, non possiamo pretendere che lo facciano i ragazzi”, ha quindi ammonito.
Al centro del suo intervento, Granata ha posto la necessità di ricomporre due linguaggi fondamentali dell’esperienza umana e pedagogica: la “lingua madre”, fatta di empatia, ascolto, intimità e sentimenti. E la “lingua padre”, che rappresenta la competenza, l’autorevolezza, la conoscenza razionale. “Un bravo docente – ha spiegato – è colui che sa tenere insieme queste due lingue. Chi abusa della lingua madre diventa l’insegnante chioccia, chi usa solo la lingua padre è quello freddo, distante, incapace di entrare in relazione”. Da questa capacità di equilibrio fra le due lingue dipende, secondo Granata, non solo la qualità della scuola, che è già una priorità. Ma dipende soprattutto il futuro stesso della democrazia. La scuola è il primo luogo in cui i giovani imparano la convivenza, il rispetto, la libertà di pensiero. E per “poter educare alla libertà, gli adulti devono prima di tutto essere liberi e consapevoli”.

L’ultimo passaggio del suo intervento, Granata lo ha riservato a un’ulteriore denuncia, anch’essa espressa con forza, contro un pregiudizio ancora radicato nei programmi scolastici: quello di un sapere costruito quasi esclusivamente al maschile. “Ho studiato e insegnato per anni leggendo solo filosofi, urbanisti, sociologi uomini – ha raccontato -. Ma quanti libri scritti da donne si leggono oggi a scuola? Quante poetesse, scienziate, pensatrici entrano nei nostri programmi?”. Il rilievo va in ulteriore profondità quando la docente dà la risposta alla domanda cruciale: “Questa assenza priva i ragazzi, e in particolare gli stessi maschi, della possibilità di alfabetizzarsi al linguaggio femminile, di riconoscere il contributo delle donne nella cultura e nella scienza”. E allora torna il monito: “Se non lo facciamo noi – ha detto – allora siamo parte del problema. L’aula è il luogo più libero per cambiare le cose: non serve aspettare il ministero o nuove circolari. Basta cominciare da noi”.

Per cambiare le cose ci possono essere molti modi, scegliere una fra le tante vie diverse. Cambiare significa anche guardare avanti con uno sguardo diverso. Granata ha proposto il suo modo di essere visionari anche nella scuola. L’invito ai docenti è diretto a riscoprire tre verbi della vista, e tutti e tre possono guidare la pratica educativa: mirare, rimirare e ammirare. Mirare significa “far vedere per la prima volta”, offrire ai ragazzi l’esperienza dello stupore; rimirare è “tornare a guardare” ciò che già conosciamo, ma con emozione rinnovata; ammirare è la capacità più difficile, “provare gioia per l’intelligenza e la bellezza di un altro, senza che questo ci tolga nulla”. “L’ammirazione – ha spiegato – è un sentimento che costruisce, perché non è possesso: è riconoscimento e gratitudine per qualcosa che ci trascende». Ma cambiamento riguarda anche aspetti più pratici ancora, concreti. E Granata ha portato gli esempi concreti del suo modo di insegnare al Politecnico di Milano: far spostare ogni settimana i banchi per cambiare prospettiva, introdurre la musica per creare empatia e perfino un quarto d’ora di ginnastica insieme agli studenti “per ricordare che il corpo e l’apprendimento sono inseparabili”. E come invito finale Granata a ricordato che come docenti “abbiamo il dovere dell’energia. Ogni mattina, entrando in aula, dovremmo chiederci se siamo ancora capaci di ammirare, di stupirci, di imparare. Solo allora potremo davvero insegnare”.




