
In occasione della solennità di tutti i Santi, dal lunedì 27 ottobre a sabato 1 novembre, si è celebrato a Roma il giubileo del mondo educativo. Desidero condividere con voi alcune riflessioni che possono trovare terreno fertile nel nostro impegno quotidiano a servizio del futuro dell’umanità. Nel Discorso agli educatori tenuto in piazza San Pietro il 31 ottobre, Papa Leone XIV ci ricorda cosa noi dobbiamo custodire tra le braccia aperte del nostro essere insegnanti: «alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno “polifonico” […], voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene della persona». Oggigiorno il rischio più elevato per un insegnante è farsi travolgere dall’eccessiva burocrazia, dalle numerose normative che intrecciano ogni scelta e dai traguardi che sembrano tentare di rallentare il tempo che vola via inesorabilmente a svantaggio della centralità dei propri alunni dal «cuore assetato d’infinito». Per mantenere uno sguardo capace di scrutare ciò che i loro occhi vedono, quattro parole possono trasparire come punti cardinali che orientano il nostro operato, ridonando il valore e la dignità che la scuola porta con sé: «quando penso alle scuole e alle università – dice Papa Leone XIV -, le penso come laboratori di profezia, dove la speranza viene vissuta e continuamente raccontata e riproposta». Sono principi che il pontefice riprende dal suo grande maestro sant’Agostino per favorire e suscitare in noi «un cammino da fare insieme, facendo di questo incontro l’inizio di un percorso comune di crescita e arricchimento reciproco».

La prima parola è “Interiorità”: essa ci rimanda subito a una dimensione più profonda che riguarda non solo la dinamica dell’apprendimento ma soprattutto la dinamica della relazione dalle quale ogni cosa transita. Non c’è apprendimento senza relazione autentica! «La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma nell’incontro profondo delle persone, senza il quale qualsiasi proposta educativa è destinata a fallire». Il contesto sociale in cui viviamo privilegia la via dell’esteriorità, dell’apparenza, importante sì ma fragile se non radicata in un’interiorità che anima e trasmette linfa alle periferie del nostro essere. Il famoso “I CARE” ovvero “mi sta a cuore” di don Milani indica proprio che c’è qualcosa di più forte che lega la persona con gli avvenimenti esterni: quando una conoscenza tocca il cuore assetato del bambino allora avviene il miracolo educativo, nonché un successo formativo in quanto lo ha conquistato e non lo perderà mai più!
La seconda parola è “Unità”. Quante volte siamo chiamati a confrontarci, non senza fatica, nei singoli team o consigli di classi, nel collegio docenti e nei corsi di aggiornamento. Oggi si assiste sovente alla frammentazione, non solo in campo politico ma anche all’interno dei vari organismi della società e della scuola, che genera poi astensione a cascata: un’epidemia silenziosa che come gas inodore e incolore si dilaga nella nostre scelte, ammutolendo le nostre peculiarità e annullando il valore del sano e proficuo confronto con spirito critico. Il cammino della scuola ha avuto inizio quando i primi uomini hanno pensato che fosse importante trovare idiomi comuni con i quali esprimersi e nei quali ritrovare la propria origine: non era possibile camminare da soli ma era necessario trovare qualcosa di condiviso, in cui tutti potevano identificarsi. Anche oggi questo è fondamentale: la scuola ci unisce e ci permette di acquisire gli elementi che costituiscono le fondamenta solide per una condivisione di idee, parole, fatti tesi a contrastare costantemente l’egoismo che talvolta vediamo emergere nei tristi fatti di cronaca. Costitutiva è quindi la «dimensione del “con”» poiché si presenta come una costante «sfida a “decentrarsi” e come stimolo a crescere». Un’unità che non vuole includere per appiattire ma vuole offrire l’energia per uscire e tirar fuori (educare) il fuoco positivo presente in ogni persona, adulto e bambino.

La terza parola è “Amore”: «condividere la conoscenza non è sufficiente per insegnare: serve amore. Solo così essa sarà proficua per chi la riceve, in sé stessa e anche e soprattutto per la carità che veicola». I più piccoli percepiscono in modo inequivocabile quanto amore mette la sua maestra o il suo maestro quando entra in aula con loro e questo è attestato tante volte dal loro sorriso, dal loro abbraccio, dal loro “non vedo l’ora che arrivi…”. «L’insegnamento non può mai essere separato dall’amore, e una difficoltà attuale delle nostre società è quella di non saper più valorizzare a sufficienza il grande contributo che insegnanti ed educatori danno, in merito, alla comunità. Ma facciamo attenzione: danneggiare il ruolo sociale e culturale dei formatori è ipotecare il proprio futuro, e una crisi della trasmissione del sapere porta con sé una crisi della speranza». Non dimentichiamo che l’amore «è profetico» e «compie miracoli» (cfr Esort. ap. Dilexi te, 120): per questo è importante «amare i ragazzi ed essere amati» (Lettera a una professoressa).
La quarta parola è “Gioia”: «I veri maestri educano con un sorriso e la loro scommessa è di riuscire a svegliare sorrisi nel fondo dell’anima dei loro discepoli» altrimenti come diceva don Milani, «non vedremo sbocciare dei santi»! La bellezza della gioia è che, per sua natura, è contagiosa in quanto non riesce a trattenere tutto per sé ma sconfina con una forza sprigionante che vediamo tipica riflessa nel bambino che si meraviglia per aver scoperto qualcosa di inatteso e trascina chi è accanto per vivere e con-dividere insieme la medesima gioia della scoperta: l’atteso imprevisto che genera apprendimento. Volgere l’operato in questa direzione, per un insegnante, significa «avere la gioia d’una scuola che riesce» (Lettera a una professoressa) la quale non la dobbiamo possederla egoisticamente in quanto frutto esclusivo del proprio lavoro ma condividere come esempio che alimenta la speranza di un continuo successo formativo ed educativo.

Questi quattro punti cardine credo che possano aiutarci a realizzare «tramite la ricerca e la conoscenza, quel viaggio che, come dicevano gli antichi, ci fa passare per aspera ad astra, cioè attraverso le difficoltà fino alle stelle». Non dobbiamo arrenderci alle difficoltà delle sfide attuali che all’apparenza sembrano superiori e incontrollabili: anche se troverà sempre terreno per crescere, il pessimismo va contrastato ed estirpato esattamente come fa la mano dolce ma decisa dell’agricoltore nel suo campo.«Dobbiamo lavorare insieme per liberare l’umanità dall’oscurità del nichilismo che la circonda, che è forse la malattia più pericolosa della cultura contemporanea, poiché minaccia di “cancellare” la speranza». Solo così possiamo raccogliere e attuare l’invito profetico «risplendete oggi come astri nel mondo» poiché «siamo chiamati a formare persone, perché brillino come stelle nella loro piena dignità».



